Mons. GIUSEPPE WITTEBOLS

vescovo di Wamba 

 

martire dehonaniano

Congo 1964

 

 

LA DIOCESI DI WAMBA

SOTTO IL REGIME DEL TERRORE

Da IL COOPERATORE DEL SACRO CUORE,

Missioni Estere Sacro Cuore,

Napoli, 29 MARZO 1965, N.13, ANNO XIV


 

Le prime gesta dei “leoni”
Il 12 agosto giunse all’Amministrazione territoriale di Wamba un telegramma redatto dai ribelli in questi termini: « Fra tre giorni saremo a Wamba ». Il 15 agosto, dopo la Messa Pontificale in una chiesa gremita di fedeli, i simba facevano il loro ingresso a Wamba, con molte salve di fucili e mitraglie. Qualche Jeeps solcava a forte andatura la località alla ricerca dei pochi soldati dell’Armata Nazionale Congolese che dovevano difendere Warnba ma in quel momento erano già sepolti nella foresta vergine. Poco dopo comparve il primo simba alla missione e diede l’ordine a tutti i missionari e suore di riunirsi nella residenza del Vescovo. Eravamo 22 intorno al nostro Vescovo: 3 padri, un sacerdote nero, e 16 religiose di cui 3 belghe, 4 italiane, 9 suore indigene della Santa Famiglia. Ci domandavamo con ansietà quello che ci stava per succedere.
Mezz’ora più tardi si presentò un gruppo di simba che ci forzarono, con minacce e invettive, a correre a più non posso verso l’edificio dell’Amministrazione territoriale. Tutti i bianchi del centro di Wamba vi erano riuniti. Un capitano prese nota della nostra identità, poi si mise a gridare contro Ions. Agwala, il nostro Vicario generale, rimproverandogli di essere un « profittatore del regime » perché portava gli abiti violetti (aveva appena assistito al pontificale). Giunse-fino a minacciano di morte immediata ma per fortuna si limitò alle parole.
In quel momento ci pervennero delle grida dall’esterno, miste a urla di gioia selvaggia: fu introdotto l’amministratore territoriale. Povero cencio umano! Appena ci vide, il poveraccio cadde in ginocchio gemendo: « Ah, Padre mio! » A un segno del capitano, i simba si precipitarono sul poveraccio ancora in ginocchio e lo martellarono con estrema malvagità a colpi di calcio di fucile e di stivali; quindi, sotto i nostri occhi esterrefatti, lo uccisero, seduta stante, a colpi di fucile.
Il capitano vi aggiunse un piccolo discorso al nostro indirizzo. Cosa doveva dirci? Che dopo il 1960 i missionari avevano fatto politica; che questo modo di agire doveva cessare immediatamente; che intanto ci rimandava alla missione e se ci fossimo comportati bene non ci sarebbe capitato niente di spiacevole ecc...
Il pranzo eccellente che i nostri cuochi ci avevano preparato (era il 15 agosto) tornò in cucina quasi intatto. La sera stessa la missione fu sottoposta a una perquisizione in piena regola. I simba speravano sempre di poter scovare i soldati dell’A.N.C. che al mattino si erano rifugiati nella foresta. Un gruppo di simba urlanti assalì la casa, ci accantonò tutti in un angolo sotto la sorveglianza di una sentinella in armi; gli altri si introdussero nei diversi edifici, preceduti da un padre obbligato ad aprire tutte le porte, le casse, i cassetti che avessero potuto celare un nemico... Quest’azione doveva ripetersi tutti i giorni per una intera settimana.
I giorni seguenti, la grande piazza che si stende davanti all’edificio della Amministrazione territoriale divenne il teatro di scene atroci. Alla presenza di tutta la popolazione convocata di ufficio, donne e bambini in prima linea, tutti i capi indigeni, impiegati dell’amministrazione, titolari di posti importanti, furono uccisi come bestie.
Il colonnello che presenziava in persona a questo macello, aveva a sua disposizione tre plotoni d’esecuzione: il primo armato di fucili, il secondo di lance e il terzo di grossi bastoni. Secondo il gusto del colonnello, l’uno o l’altro di quésti gruppi di carnefici veniva incaricato di procedere all’esecuzione. Per aumentare lo spettacolo, molti condannati, prima di ricevere il colpo di grazia, furono storpiati e mutilati: veniva loro tagliato tutto ciò che è possibile tagliare a un corpo umano; si rompevano gambe e braccia. Un infermiere fu costretto a scorticare vivo un grande capo tribù. Più tardi quella pelle fu portata in trionfo per tutto il circondano della tribù accompagnata da un commento che un corifeo urlava a tutti i presenti: « Ecco ciò che resta del vostro capo ». Nello spazio di pochi giorni più di 60 persone furono così massacrate.
Grazie a Dio ci fu risparmiata la vista di queste atrocità che ci vennero riferite dall’uno o dall’altro dei nostri insegnanti, testimoni oculari della scena.
Dopo questi orribili giorni, la vita riprese quasi normale. Anche il lavoro, bene o male, ricominciò. Tuttavia la paura teneva lontano dalle funzioni in chiesa molti cattolici indigeni impressionati dalle dicerie che i simba avevano divulgato Un po’ dappertutto e che suonavano pressappoco così: « I missionari bianchi sono degli sfrontati menzogneri; essi vengono a predicarci Gesù Cristo; ora, Gesù Cristo è il salvatore dei bianchi; quanto a noi non abbiamo che un salvatore, Patrice Lumumba, ed è lui che dobbiamo pregare ».
A settembre le scuole riaprirono le loro porte come in tempi normali. Il numero dei nostri allievi non era per nulla diminuito: 188 ragazzi e 1200 ragazze si presentarono all’appello. Ma quando, un po’ più tardi, i simba cominciarono ad arruolare i ragazzi per rinforzare gli effettivi della loro armata, ci furono numerose defezioni, non meno di 300, soprattutto nelle classi quarta, quinta e sesta. L’offerta era troppo allettante per i nostri poveri ragazzi: nel giorno dell’iscrizione, ogni nuova recluta riceveva un premio di 300 franchi e alla fine del mese un soldo di 6.000 franchi. Chi avrebbe potuto resistere? Dopo solo alcuni giorni di istruzione, i poveretti furono caricati sui camions per essere condotti a Stanleyville e, poco dopo, lanciati nella battaglia di Kindu. Che ne è stato di loro? Non ne abbiamo visto tornare uno solo.

Alla mercè dei simba
Durante questo mese di settembre, i siniba procedettero a numerose perquisizioni delle nostre case. Si trattava di mettere lo zampino non più sui soldati nemici ma sulle emittenti clandestine che, (e i simba lo davano per sicuro), noi avevamo alla missione. Era il tempo in cui i simba provavano i loro primi insuccessi seri e i capi non avevano tardato a scoprire le cause: il Vescovo doveva essere in relazione con gli americani. Tutti gli apparecchi radio, transistor, giradischi, magnetofoni, macchine fotografiche ecc.., furono confiscati. Persino il telefono della casa destava gravissimi sospetti. Nonostante tutti questi fastidi, il lavoro in chiesa, a scuola e nell’ospedale continuava.
Alcuni simba, armati da capo a piedi, si presentarono alla missione ingiungendoci di seguirli alla residenza degli ufficiali. Tutti gli europei vi erano riuniti. Un colonnello di Stan controllò la loro identità. Le suore e i greci potettero tornare subito a casa loro. Tutti gli altri, Vescovo, missionari e belgi, furono condotti, in due file, all’Hotel des Palmes per restarvi in residenza sorvegliata. La sera stessa, prima i missionari del seminario minore di Lingondo e poi il P. Flick di Bayenga, vennero a raggiungerci. Con il Vescovo eravamo 11 rinchiusi in una camera con due letti, un divano e una sedia. Monsignore passò la notte sul divano. Noi altri ci avvicendammo sui due letti per dormire qualche ora.
Continuamente i simba facevano irruzione nella camera per molestarci e minacciarci. Al mattino un tenente mi obbligò ad accompagnarlo alla missione per uno nuova perquisizione. Non abbandonavano la speranza di trovare finalmente la famosa radio trasmittente. Ma ancora una volta l’uomo restò deluso.
Per rifarsi, mise l’occhio su un mucchio di oggetti che gli sembravano interessanti e che mi obbligò a regalargli: un buon simba non ruba! Ritornai all’albergo. Poco dopo il comandante fece aprire le porte e per un favore speciale », lasciò liberi i missionari. Favore di cui non godettero gli altri europei.
Due giorni dopo, eravamo alla festa di Tutti i Santi, mentre stavamo a tavola per il pranzo, entrò un tenente: « Tutti pronti per ritornare all’albergo! ». Vi fumino condotti in camion scoperto. La stanza che ci fu assegnata era più -grande della precedente; vi trovammo i missionari di Maboma e di Ngyu.
Il 3 novembre, lo stesso comandante venne a direi che potevamo tornare alla missione e addirittura si offrì a riaccompagnarci in macchina. Vi restammo in residenza sorvegliata. Cinque simba si davano il turno per la guardia. Eravamo autorizzati a passare la giornata sulla terrazza e nel cortile interno, a parlare e a leggere. A sera i simba ci rinchiudevano nelle nostre camere che essi chiudevano dall’esterno...

Supplizio cinese
In questi giorni ci pervenne la notizia della morte del P. Longo a Mambasa. Il 17 novembre avemmo una prova del nervosismo che stava crescendo tra i simba. Il P. Bellinckx, durante la notte, aprì leggermente la finestra della sua camera. Caso volle che proprio in quel momento passasse un simba che constatò il delitto; al mattino presto un gruppo di soldati venne alla missione e ci riunirono tutti nel cortile interno. Cominciarono ad accusare il Padre e lo volevano uccidere seduta stante. Impressionati, senza dubbio, dalla nostra reazione, gli energumeni acconsentirono a soprassedere all’esecuzione e a commutarla in un castigo esemplare. Il colpevole dovette levarsi la veste e mettersi disteso, ventre a terra. Già presentivamo il terribile supplizio chiamato « commande contre-avion . E’ una tortura cinese introdotta nel Congo dai simba. Due soldati presero le braccia del padre e, con tutte le loro forze, le riunirono l’una contro l’altra parallelamente dai gomiti ai polsi, lungo la schiena e strinsero saldamente gli avambracci con una corda resistente e sottile. Il poveretto gridava dal dolore. Quindi i soldati presero i piedi, che ripiegarono all’indietro il più possibile in alto, e li fissarono alle braccia con altre corde. Solo il petto e il mento poggiavano al suolo. Per intensificare la tortura i carnefici versarono acqua sulle corde. Il poveraccio doveva restare in quella posizione. Noi eravamo là, muti e immobili, per il terrore, senza poter fare altro che pregare. Infine venne sciolto. Incapace di qualsiasi movimento, il povero padre restò steso al suolo e dovemmo sollevarlo e portarlo spl letto dove poco a poco riprese l’uso delle sue membra.

 

 

Si scatena l’inferno
Non eravamo alla fine delle nostre pene. Il nostro calvario stava proprio per cominciare. Era il 24 novembre, giorno della liberazione di Stan ad opera dei paras belgi. Un greco, che aveva appreso la notizia per radio, ce la comunicò furtivameite. Noi temevamo il peggio e la sera stessa l’inferno si scatenò.
Eravamo 5 padri e 2 fratelli con Mons. Wittebols, occupati a recitare le preghiere della sera. Improvvisamente la porta si aprì con fracasso; una banda di simba si precipitò su di noi, le armi puntate sul nostro petto, e a colpi di calcio di fucile e stivali fummo spinti in un. angolo dove le sevizie continuarono per qualche tempo. Ciò fatto i bruti ci spinsero verso la casa dei Padri (la missione di Wamba comprende tre grandi edifici indipendenti: al centro la missione vera e propria, a destra il convento delle suore, a sinistra la residenza del vescovo). Là si trovavano gli altri padri anch’essi battuti a sangue. Fumm9 obbligati a toglierci scarpe e calze, consegnare orologi e occhiali. Il superiore della missione dovette aprire la cassaforte il cui contenuto passò tutto nelle tasche dei nostri carnefici.
Fummo allineati nel cortile interno. Furono condotti gli altri europei, piantatori di caffè, che formarono una seconda fila dietro di noi. Uno di loro perse i nervi, si lanciò nel cortile e tentò di raggiungere Puscita. I simba gli diedero la caccia, lo presero, lo ricondussero nel cortile dove, gettandolo a terra, lo trapassarono con le lance e spirò sotto i nostri occhi.
Fummo condotti in prigione, a piedi nudi e al galoppo. La distanza dalla missione alla prigione è di circa 500 metri. Eravamo 34. In testa al lugubre corteo correva Mons. Wittebols. Senza occhiali, affetto com’era di miopia pronunziata, il poveretto cadeva continuamente nella notte nera e ciò gli costò una vera gragnola di pugni sul viso, di colpi di bastone sulla testa, e di colpi di calcio di fucile sulla schiena. Durante tutto il tragitto i simba correvano lungo la fila e ci somministravano le stesse sevizie per farci accelerare. Tentavamo di parare i colpi ma nessuno poté evitarli.
Il povero vescovo conobbe un vero martirio. Uno dei carnefici soprattutto si attaccò a lui come una sanguisuga e lo colpì senza sosta.
Sfiniti, più morti che vivi, giungemmo alla prigione. Nel cortile interno fummo obbligati a stenderci sul suolo, ventre a terra, e i simba, calzati di grossi scarponi, si divertirono a correre su quel tappeto di corpi. Guai a chi tentava di sollevare la schiena: il calpestio lo rimetteva subito in linea orizzontale. Per variare questo gioco di massacro, che alla fine li stancava, i nostri carnefici si sciolsero i loro cinturoni e ci caricarono di colpi come bestie da soma. Inutile gridare o lamentarsi! Ogni reazione veniva ripagata con una doppia razione di ‘colpi. « Basta così per oggi! », risuonò un ordine. Finalmente! Una porta che dava accesso all’interno della prigione era aperta. Ci precipitammo per schivare i colpi che continuavano a cadere su di noi. A causa della fretta e dell’oscurità, nessuno vide il profondo canaletto che passava davanti alla porta. Il p. Vandaele ci cadde per primo. Un altro inciampò in lui e finì a sua volta nella fossa; e così un terzo e un quarto. Fu un formicolio di corpi avviluppati che sgambettavano e si dibattevano come disperati. Alla vista della scena, molti simba del plotone che stavano attorno al fuoco presero dei tizzoni e li lanciarono in mezzo alla massa brulicante. Molti padri ebbero così gravi scottature. Finalmente ci ritrovammo in una vasta sala nuda: la segreta del carcere. Era nera come un forno. Seduti sul pavimento lungo il muro incominciammo a sentire i dolori lancinanti delle nostre membra indolenzite e delle ferite sanguinanti. La notte senza sonno ci parve interminabile. Il P. Vandemoere fu preso da vomiti a non finire. Monsignor Wittebols soffriva un vero martirio: i lancinanti dolori alla schiena gli impedivano di stare seduto anche cinque minuti; si alava, faceva qualche passo, si sedeva ancora per tornare ad alzarsi e così durante tutta la notte. Solo all’apparire del giorno potemmo vedere le tracce di sangue che macchia- vano la nostra talare bianca. Tutti perdevano sangue. Il collo e la parte davanti della veste di Mons. Wittebols erano una sola macchia di sangue.

Addio, Monsignore! Addio confratelli!
Il giorno trascorreva in un totale abbattimento. Verso le 17 un nuovo ordine: « Tutti nel cortile interno ». Che ci aspettava ancora? Un capitano, elegantemente vestito, controllò la nostra identità e ci divise in tre gruppi: da una parte gli americani, da un’altra i belgi, e in un terzo gruppo i non belgi. Il gruppo degli americani contava due missionari protestanti di cui uno americano e l’altro inglese che ,avevano diviso la prigione con noi. Fu loro annunziato che sarebbero stati uccisi seduta stante. Furono gettati per terra e un simba somministrò loro dei colpi di tallone nella nuca. Alcuni soldati li presero per caricarli su una camionetta come fagotti e li condussero verso il fiume per gettarli nell’acqua.
Fu il turno dei belgi a subire le peggiori vessazioni. Monsignor Wittebols fu il capro espiatorio. I forsennati l’accusarono di essere il nemico dei neri e come prova addussero (incredibile a dirsi!) che ogni mattina egli si faceva servire, a guisa di piatto di forza, un piccolo bambino nero. Inoltre, supremo crimine, il vescovo nascondeva una radio trasmittente di cui si serviva per chiamare gli americani a Wamba. Gli strapparono la croce pettorale e la misero al collo di un altro missionario dichiarando che d’ora in poi il vescovo sarebbe stato lui. Quindi tornarono alla faccenda della radio trasmittente. Rivolgendosi a Mons. Wittebols lo misero alla prova: « E’ il momento di mostrare il tuo potere: chiama gli americani >‘. Lo costrinsero a gridare in fiammingo: « Mi trovo a Wamba in prigione. Venite con i vostri apparecchi per liberarmi! ».

Finalmente intervenne il capitano e fece allontanare ì diffamatori. Poi si diede a fare un piccold discorso dichiarando in sostanza che egli era stato mandato dallo Stato Maggiore di Stan per liberarci. « Ritornate alla missione, egli concluse, ma astenetevi dal fare della politica ». (La parola « politica » deve intendersi, nel gergo simba nel senso di « critica del regime »).
Verso le 19 le porte della prigione si aprirono davanti a noi. Due pidri dovettero sostenere il Ve-. scovo, incapace di camminare. Evitavamo il più possibile dì camminare sui ciottoli della strada che la sera precedente, sotto la valanga di colpi, non avevamo sentito sotto i nostri piedi nudi. Un po’ di pulizia, un piccolo spuntino e a letto. Verso l’una del mat51 tino fu bussato alla porta di ingresso. Ancora i simba. Ma avevano un’aria accomodante, quasi amichevole. Controllarono per l’ennesima volta la nostra carta d’identità per reperire i belgi. Questi ripresero il cammino della prigione. Fu l’ultima volta che noi vedemmo il nostro Vescovo e i nostri 7 confratelli belgi.
La mattinata del 26 novembre trascorse senza nuovi incidenti ma in un’atmosfera pesantissima che ne era del nostro Vescovo e dei nostri confratelli belgi? Verso l’una del pomeriggio l’aria fu rotta da salve di mitragliatrici. Poco dopo un capitano si presentò alla missione per ispezionare gli appartamenti di Mons. Wittebols. Ne approfittai per domandargli cosa significasse la mitragliatrice che avevamo sentito. La sua risposta fu evasiva, imbarazzata « Io non c’ero, ma penso che alcuni Sono stati fucilati ». Mio Dio, sarebbe dunque vero?
La mattina dopo, ricevemmo la visita di un distinto signore che si presentò come ufficiale giudiziario ». Volle conoscere dove il Vescovo aveva alloggiato e ispezionò le due stanze (ufficio e camera da letto); chiuse le porte a chiave e mise le chiavi in tasca. Dopo, con la matita, tracciò sulla porta d’ingresso la parola « deceduto ». Lo stesso fece per le camere dei nostri confratelli belgi e dei 6 coloni. Il nostro nero presentimento era dunque divenuto una crudele realtà. Erano morti!

L’orribile strage

Il mattino, all’alba, i simba avevano setacciato tutte le strade di Wamba per convocare la popolazione all’esecuzione dei bianchi. Tutti dovevano essere muniti di lance e di coltelli. Quando tutta la popolazione fu riunita, si fecero uscire dalla segreta i 24 condannati quasi completamente nudi e furono fatti coricare lungo il muro della prigione sulla piccola striscia di erba. Alcuni simba si avanzarono verso di loro, armati di mitragliatrice, somministra ron loro una scarica alla testa e una alla schiena.
Il colonnello aveva rivendicato l’onore di uccidere di persona, e primo della serie, Mons. Wittebols. La popolazione fu costretta a mutilare i cadaveri a colpi di lancia e di coltelli. Un vecchio e fedele servitore della missione fu costretto a tagliare con l’ascia una gamba al suo Vescovo che egli aveva sempre circondato di profonda venerazione. Quello che restava dei corpi fu caricato su una camionetta e gettato nel fiume Wamba, piccolo corso d’acqua che scorre in prossimità della missione. Durante quella stagione secca, il livello dell’acqua era molto basso cosicché i cadaveri restavano sul posto e si decomponevano al sole tropicale. (Qualche giorno appresso i mercenari a Paulis ci promisero che sarebbero tornati a Wamba il 2 gennaio per assicurare alle vittime una sepoltura meno indegna).
Due giorni più tardi i simba uccisero altri belgi tra i quali due medici, il Dott. Lambert e il Dott.

 

Il genio malefico del colonnello Pierre
Che ne era delle suore delle quali eravamo senza notizie in quei giorni? Anche loro erano state arrestate il giorno 24 novembre, battute orribilmente, dopo rinchiuse in un albergo in residenza sorvegliata. Erano stati tolti loro i vestiti e durante tutta la notte le poverette dovettero subire le più ignominiose vessazioni da parte dei loro sadici carnefici. Il giorno dopo furono rinviate al convento. Da questo momento e fino al giorno della loro liberazione esse si diedero alla pratica del rosario perpetuo. Tre suore recitavano nove rosari in fila, altre poi le sostituivano e così notte e giorno, senza un istante di interruzione Anche le missionarie protestanti, rinchiuse con esse, partecipavano alla preghiera per una intera ora al giorno.
Dopo questi avvenimenti la nostra sorveglianza divenne più draconiana. Come unica occupazione potevamo pregare e leggere, tutti riuniti in una sola carnera. Il morale di molti era bassissimo; ci si consumava in quell’inazione forzata. Tuttavia la prova più dura era l’incertezza della nostra sorte futura, la paura del domani. Il terribile colonnello incrudeliva tutt’ora a Wamba e le nostre guardie si divertivano a ripeterci: « Vuole ammazzarvi tutti; cinque oggi, cinque domani ecc... » Quando una macchina si fermava davanti alla missione, cessava la conversazione, i cuori battevano forte e le mani si affondavano in tasca alla ricerca della corona del rosario. La preghiera era la nostra sola speranza e consolazione.
L’8 dicembre dovemmo riprendere la via della prigione. I padri in una stanza e le suore in un’altra. Mezzora dopo il nostro arrivo, il capitano e un colonnello straniero vennero a controllare la nostra nazionalità. La maggior parte dei padri erano, olandesi. Accettarono la dichiarazione senza verificare. Tra di noi vi era Un fratello, un jugoslavo, nato e vissuto in Germania. Si dichiarò iugoslavo. Il colonnello gli batte amichevolmente la mano, sulla spalla sorridendo: « Molto bene, disse. Un camerata comunista. Alla buonora, vieni, tu sei libero ». Si misero a parlare in sloveno. Nessun dubbio: il colonnello Pierre era stato alla scuola di Tito.
A conti fatti 8 di noi furono rilasciati: 3 lussemburghesi, i spagnolo, i francese, i svizzero, i iugoslavo e i wallone, io... che pretenziosamente avevo combattuto per la mia indipendenza contro i belgi! Nel pomeriggio del giorno successivo tutti gli altri furono rimessi in libertà Le suore però avevano dovuto, ancora una volta, pagare un pesante tributo alla bestialità dei loro oppressori.
La mattina del 10 dicembre — avevamo appena finita la nostra colazione — vedemmo le suore in due colonne in cammino verso la prigione.
Qualche minuto più tardi un’auto simba si fermò davanti alla missione. « Ritorno in prigione ». Fu come una marcia alla morte. Per la strada i simba cominciavano nuovamente a percuoterci con estrema malvagità.
Gli ultimi duecento metri furono percorsi al galoppo. Fummo allineati nel cortile interno. In un angolo, tremanti, stavano le suore. L’infernale colonnello era là: giurando e bestemmiando andava da un gruppo all’altro. A qualche passo da noi quattro ufficiali stranieri discutevano animatamente. Argomento della discussione era la nostra sorte. Questione di vita o di morte « Bisogna ucciderli tutti ». — « Non ne abbiamo il diritto ». La discussione si pro1ungava senza che le posizioni mutassero. Venne il comandante di Wamba. Uno degli ufficiali lo abbordò. « Voi siete il comandante di Wamba, voi dovete dirimere la questione. Noi siamo stranieri e non abbiamo diritto d’intervenire ». Lungamente il comandante fissò la punta dei suoi piedi. Poi alzò la testa: « Non posso farlo; noti ho ricevuto nessun ordine del generale in merito ».
Si fece quindi verso di noi il direttore della prigione: « Avanzino tutti i medici ». Ci scambiammo sguardi interrogativi: avevamo ben compreso? Siccome nessuno si muoveva scelse egli stesso i medici: i sette che erano stati liberati il giorno avanti e tre meccanici. Ci presentò un biglietto da firmare: attestava che noi eravamo « dottori in medicina ». Fummo rimessi in libertà, noi il neo-laureati! Tra le suore,, le infermiere a loro volta potettero tornare al convento. Per le suore fu un altro periodo atroce.
Non restava che attendere il seguito degli avvenimenti. Apprendemmo dai greci, che avevano potuto conservare la loro radio, che l’armata nazionale congolese avanzava dal sud e dal nord. Ma quando sarebbero giunti a Wamba.
Dopo altre innumerevoli peripezie e sofferenze, la mattina del 29 dicembre furono liberati, a Wamba, un fratello coadiutore e 7 suore, da una colonna di mercenari. Il 30 dicembre mattina venivano liberati anche tutti gli altri, che nel frattempo erano stati trasportati parte a Mungbere e parte a Bétongwé, in maniera che ha del miracoloso: i simba, infatti, erano scappati lasciandoli vivi. I loro confratelli martiri avevano vegliato su loro!

 

 

Casa S. Maria Via Roccabrignola, 1 63078 Pagliare AP
Copyright 2005-2015 Casa S. Maria  -  Tutti i diritti riservati