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LA DIOCESI DI WAMBA
SOTTO IL REGIME DEL
TERRORE
Da IL COOPERATORE
DEL SACRO CUORE,
Missioni Estere
Sacro Cuore,
Napoli, 29 MARZO
1965, N.13, ANNO XIV
Le prime
gesta dei “leoni”
Il 12 agosto giunse
all’Amministrazione territoriale di Wamba un telegramma redatto dai
ribelli in questi termini: « Fra tre giorni saremo a
Wamba ». Il 15 agosto, dopo la Messa Pontificale in una chiesa gremita di
fedeli, i simba facevano il loro ingresso a Wamba, con molte salve di
fucili e mitraglie. Qualche Jeeps solcava a forte andatura la località
alla ricerca dei pochi soldati dell’Armata Nazionale Congolese che
dovevano difendere Warnba ma in quel momento erano già sepolti nella
foresta vergine. Poco dopo comparve il primo simba alla missione e diede
l’ordine a tutti i missionari e suore di riunirsi nella residenza del
Vescovo. Eravamo 22 intorno al nostro Vescovo: 3 padri, un sacerdote nero,
e 16 religiose di cui 3 belghe, 4 italiane, 9 suore indigene della Santa
Famiglia. Ci domandavamo con ansietà quello che ci stava per succedere.
Mezz’ora più tardi si presentò un gruppo di simba che ci forzarono, con
minacce e invettive, a correre a più non posso verso l’edificio
dell’Amministrazione territoriale. Tutti i bianchi del centro di Wamba vi
erano riuniti. Un capitano prese nota della nostra identità, poi si mise a
gridare contro Ions. Agwala, il nostro Vicario generale, rimproverandogli
di essere un « profittatore del regime » perché portava gli abiti violetti
(aveva appena assistito al pontificale). Giunse-fino a minacciano di morte
immediata ma per fortuna si limitò alle parole.
In quel momento ci pervennero delle grida dall’esterno, miste a urla di
gioia selvaggia: fu introdotto l’amministratore territoriale. Povero
cencio umano! Appena ci vide, il poveraccio cadde in ginocchio gemendo: «
Ah, Padre mio! » A un segno del capitano, i simba si precipitarono sul
poveraccio ancora in ginocchio e lo martellarono con estrema malvagità a
colpi di calcio di fucile e di stivali; quindi, sotto i nostri occhi
esterrefatti, lo uccisero, seduta stante, a colpi di fucile.
Il capitano vi aggiunse un piccolo discorso al nostro indirizzo. Cosa
doveva dirci? Che dopo il 1960 i missionari avevano fatto politica; che
questo modo di agire doveva cessare immediatamente; che intanto ci
rimandava alla missione e se ci fossimo comportati bene non ci sarebbe
capitato niente di spiacevole ecc...
Il pranzo eccellente che i nostri cuochi ci avevano preparato (era il 15
agosto) tornò in cucina quasi intatto. La sera stessa la missione fu
sottoposta a una perquisizione in piena regola. I simba speravano sempre
di poter scovare i soldati dell’A.N.C. che al mattino si erano rifugiati
nella foresta. Un gruppo di simba urlanti assalì la casa, ci accantonò
tutti in un angolo sotto la sorveglianza di una sentinella in armi; gli
altri si introdussero nei diversi edifici, preceduti da un padre obbligato
ad aprire tutte le porte, le casse, i cassetti che avessero potuto celare
un nemico... Quest’azione doveva ripetersi tutti i giorni per una intera
settimana.
I giorni seguenti, la grande piazza che si stende davanti all’edificio
della Amministrazione territoriale divenne il teatro di scene atroci. Alla
presenza di tutta la popolazione convocata di ufficio, donne e bambini in
prima linea, tutti i capi indigeni, impiegati dell’amministrazione,
titolari di posti importanti, furono uccisi come bestie.
Il colonnello che presenziava in persona a questo macello, aveva a sua
disposizione tre plotoni d’esecuzione: il primo armato di fucili, il
secondo di lance e il terzo di grossi bastoni. Secondo il gusto del
colonnello, l’uno o l’altro di quésti gruppi di carnefici veniva
incaricato di procedere all’esecuzione. Per aumentare lo spettacolo, molti
condannati, prima di ricevere il colpo di grazia, furono storpiati e
mutilati: veniva loro tagliato tutto ciò che è possibile tagliare a un
corpo umano; si rompevano gambe e braccia. Un infermiere fu costretto a
scorticare vivo un grande capo tribù. Più tardi quella pelle fu portata in
trionfo per tutto il circondano della tribù accompagnata da un commento
che un corifeo urlava a tutti i presenti: « Ecco ciò che resta del vostro
capo ». Nello spazio di pochi giorni più di 60 persone furono così
massacrate.
Grazie a Dio ci fu risparmiata la vista di queste atrocità che ci vennero
riferite dall’uno o dall’altro dei nostri insegnanti, testimoni oculari
della scena.
Dopo questi orribili giorni, la vita riprese quasi normale. Anche il
lavoro, bene o male, ricominciò. Tuttavia la paura teneva lontano dalle
funzioni in chiesa molti cattolici indigeni impressionati dalle dicerie
che i simba avevano divulgato Un po’ dappertutto e che suonavano
pressappoco così: « I missionari bianchi sono degli sfrontati menzogneri;
essi vengono a predicarci Gesù Cristo; ora, Gesù Cristo è il salvatore dei
bianchi; quanto a noi non abbiamo che un salvatore, Patrice Lumumba, ed è
lui che dobbiamo pregare ».
A settembre le scuole riaprirono le loro porte come in tempi normali. Il
numero dei nostri allievi non era per nulla diminuito: 188 ragazzi e 1200
ragazze si presentarono all’appello. Ma quando, un po’ più tardi, i simba
cominciarono ad arruolare i ragazzi per rinforzare gli effettivi della
loro armata, ci furono numerose defezioni, non meno di 300, soprattutto
nelle classi quarta, quinta e sesta. L’offerta era troppo allettante per i
nostri poveri ragazzi: nel giorno dell’iscrizione, ogni nuova recluta
riceveva un premio di 300 franchi e alla fine del mese un soldo di 6.000
franchi. Chi avrebbe potuto resistere? Dopo solo alcuni giorni di
istruzione, i poveretti furono caricati sui camions per essere condotti a
Stanleyville e, poco dopo, lanciati nella battaglia di Kindu. Che ne è
stato di loro? Non ne abbiamo visto tornare uno solo.

Alla mercè dei simba
Durante questo mese di
settembre, i siniba procedettero a numerose perquisizioni delle nostre
case. Si trattava di mettere lo zampino non più sui soldati nemici ma
sulle emittenti clandestine che, (e i simba lo davano per sicuro), noi
avevamo alla missione. Era il tempo in cui i simba provavano i loro primi
insuccessi seri e i capi non avevano tardato a scoprire le cause: il
Vescovo doveva essere in relazione con gli americani. Tutti gli apparecchi
radio, transistor, giradischi, magnetofoni, macchine fotografiche ecc..,
furono confiscati. Persino il telefono della casa destava gravissimi
sospetti. Nonostante tutti questi fastidi, il lavoro in chiesa, a scuola e
nell’ospedale continuava.
Alcuni simba, armati da capo a piedi, si presentarono alla missione
ingiungendoci di seguirli alla residenza degli ufficiali. Tutti gli
europei vi erano riuniti. Un colonnello di Stan controllò la loro
identità. Le suore e i greci potettero tornare subito a casa loro. Tutti
gli altri, Vescovo, missionari e belgi, furono condotti, in due file,
all’Hotel des Palmes per restarvi in residenza sorvegliata. La sera
stessa, prima i missionari del seminario minore di Lingondo e poi il P.
Flick di Bayenga, vennero a raggiungerci. Con il Vescovo eravamo 11
rinchiusi in una camera con due letti, un divano e una sedia. Monsignore
passò la notte sul divano. Noi altri ci avvicendammo sui due letti per
dormire qualche ora.
Continuamente i simba facevano irruzione nella camera per molestarci e
minacciarci. Al mattino un tenente mi obbligò ad accompagnarlo alla
missione per uno nuova perquisizione. Non abbandonavano la speranza di
trovare finalmente la famosa radio trasmittente. Ma ancora una volta
l’uomo restò deluso.
Per rifarsi, mise l’occhio su un mucchio di oggetti che gli sembravano
interessanti e che mi obbligò a regalargli: un buon simba non ruba!
Ritornai all’albergo. Poco dopo il comandante fece aprire le porte e per
un favore speciale », lasciò liberi i missionari. Favore di cui non
godettero gli altri europei.
Due giorni dopo, eravamo alla festa di Tutti i Santi, mentre stavamo a
tavola per il pranzo, entrò un tenente: « Tutti pronti per ritornare
all’albergo! ». Vi fumino condotti in camion scoperto. La stanza che ci fu
assegnata era più -grande della precedente; vi trovammo i missionari di
Maboma e di Ngyu.
Il 3 novembre, lo stesso comandante venne a direi che potevamo tornare
alla missione e addirittura si offrì a riaccompagnarci in macchina. Vi
restammo in residenza sorvegliata. Cinque simba si davano il turno per la
guardia. Eravamo autorizzati a passare la giornata sulla terrazza e nel
cortile interno, a parlare e a leggere. A sera i simba ci rinchiudevano
nelle nostre camere che essi chiudevano dall’esterno...

Supplizio cinese
In questi giorni ci pervenne la notizia della
morte del P. Longo a Mambasa. Il 17 novembre avemmo una prova del
nervosismo che stava crescendo tra i simba. Il P. Bellinckx, durante la
notte, aprì leggermente la finestra della sua camera. Caso volle che
proprio in quel momento passasse un simba che constatò il delitto; al
mattino presto un gruppo di soldati venne alla missione e ci riunirono
tutti nel cortile interno. Cominciarono ad accusare il Padre e lo volevano
uccidere seduta stante. Impressionati, senza dubbio, dalla nostra
reazione, gli energumeni acconsentirono a soprassedere all’esecuzione e a
commutarla in un castigo esemplare. Il colpevole dovette levarsi la veste
e mettersi disteso, ventre a terra. Già presentivamo il terribile
supplizio chiamato « commande contre-avion . E’ una tortura cinese
introdotta nel Congo dai simba. Due soldati presero le braccia del padre
e, con tutte le loro forze, le riunirono l’una contro l’altra
parallelamente dai gomiti ai polsi, lungo la schiena e strinsero
saldamente gli avambracci con una corda resistente e sottile. Il poveretto
gridava dal dolore. Quindi i soldati presero i piedi, che ripiegarono
all’indietro il più possibile in alto, e li fissarono alle braccia con
altre corde. Solo il petto e il mento poggiavano al suolo. Per
intensificare la tortura i carnefici versarono acqua sulle corde. Il
poveraccio doveva restare in quella posizione. Noi eravamo là, muti e
immobili, per il terrore, senza poter fare altro che pregare. Infine venne
sciolto. Incapace di qualsiasi movimento, il povero padre restò steso al
suolo e dovemmo sollevarlo e portarlo spl letto dove poco a poco riprese
l’uso delle sue membra.

Si scatena l’inferno
Non eravamo alla fine delle
nostre pene. Il nostro calvario stava proprio per cominciare. Era il 24
novembre, giorno della liberazione di Stan ad opera dei paras belgi. Un
greco, che aveva appreso la notizia per radio, ce la comunicò furtivameite.
Noi temevamo il peggio e la sera stessa l’inferno si scatenò.
Eravamo 5 padri e 2 fratelli con Mons. Wittebols, occupati a recitare le
preghiere della sera. Improvvisamente la porta si aprì con fracasso; una
banda di simba si precipitò su di noi, le armi puntate sul nostro petto, e
a colpi di calcio di fucile e stivali fummo spinti in un. angolo dove le
sevizie continuarono per qualche tempo. Ciò fatto i bruti ci spinsero
verso la casa dei Padri (la missione di Wamba comprende tre grandi edifici
indipendenti: al centro la missione vera e propria, a destra il convento
delle suore, a sinistra la residenza del vescovo). Là si trovavano gli
altri padri anch’essi battuti a sangue. Fumm9 obbligati a toglierci scarpe
e calze, consegnare orologi e occhiali. Il superiore della missione
dovette aprire la cassaforte il cui contenuto passò tutto nelle tasche dei
nostri carnefici.
Fummo allineati nel cortile interno. Furono condotti gli altri europei,
piantatori di caffè, che formarono una seconda fila dietro di noi. Uno di
loro perse i nervi, si lanciò nel cortile e tentò di raggiungere Puscita.
I simba gli diedero la caccia, lo presero, lo ricondussero nel cortile
dove, gettandolo a terra, lo trapassarono con le lance e spirò sotto i
nostri occhi.
Fummo condotti in prigione, a piedi nudi e al galoppo. La distanza dalla
missione alla prigione è di circa 500 metri. Eravamo 34. In testa al
lugubre corteo correva Mons. Wittebols. Senza occhiali, affetto com’era di
miopia pronunziata, il poveretto cadeva continuamente nella notte nera e
ciò gli costò una vera gragnola di pugni sul viso, di colpi di bastone
sulla testa, e di colpi di calcio di fucile sulla schiena. Durante tutto
il tragitto i simba correvano lungo la fila e ci somministravano le stesse
sevizie per farci accelerare. Tentavamo di parare i colpi ma nessuno poté
evitarli.
Il povero vescovo conobbe un vero martirio. Uno dei carnefici soprattutto
si attaccò a lui come una sanguisuga e lo colpì senza sosta.
Sfiniti, più morti che vivi, giungemmo alla prigione. Nel cortile interno
fummo obbligati a stenderci sul suolo, ventre a terra, e i simba, calzati
di grossi scarponi, si divertirono a correre su quel tappeto di corpi.
Guai a chi tentava di sollevare la schiena: il calpestio lo rimetteva
subito in linea orizzontale. Per variare questo gioco di massacro, che
alla fine li stancava, i nostri carnefici si sciolsero i loro cinturoni e
ci caricarono di colpi come bestie da soma. Inutile gridare o lamentarsi!
Ogni reazione veniva ripagata con una doppia razione di ‘colpi. « Basta
così per oggi! », risuonò un ordine. Finalmente! Una porta che dava
accesso all’interno della prigione era aperta. Ci precipitammo per
schivare i colpi che continuavano a cadere su di noi. A causa della fretta
e dell’oscurità, nessuno vide il profondo canaletto che passava davanti
alla porta. Il p. Vandaele ci cadde per primo. Un altro inciampò in lui e
finì a sua volta nella fossa; e così un terzo e un quarto. Fu un
formicolio di corpi avviluppati che sgambettavano e si dibattevano come
disperati. Alla vista della scena, molti simba del plotone che stavano
attorno al fuoco presero dei tizzoni e li lanciarono in mezzo alla massa
brulicante. Molti padri ebbero così gravi scottature. Finalmente ci
ritrovammo in una vasta sala nuda: la segreta del carcere. Era nera come
un forno. Seduti sul pavimento lungo il muro incominciammo a sentire i
dolori lancinanti delle nostre membra indolenzite e delle ferite
sanguinanti. La notte senza sonno ci parve interminabile. Il P. Vandemoere
fu preso da vomiti a non finire. Monsignor Wittebols soffriva un vero
martirio: i lancinanti dolori alla schiena gli impedivano di stare seduto
anche cinque minuti; si alava, faceva qualche passo, si sedeva ancora per
tornare ad alzarsi e così durante tutta la notte. Solo all’apparire del
giorno potemmo vedere le tracce di sangue che macchia- vano la nostra
talare bianca. Tutti perdevano sangue. Il collo e la parte davanti della
veste di Mons. Wittebols erano una sola macchia di sangue.
Addio, Monsignore! Addio confratelli!
Il giorno trascorreva in un
totale abbattimento. Verso le 17 un nuovo ordine: « Tutti nel cortile
interno ». Che ci aspettava ancora? Un capitano, elegantemente vestito,
controllò la nostra identità e ci divise in tre gruppi: da una parte gli
americani, da un’altra i belgi, e in un terzo gruppo i non belgi. Il
gruppo degli americani contava due missionari protestanti di cui uno
americano e l’altro inglese che ,avevano diviso la prigione con noi. Fu
loro annunziato che sarebbero stati uccisi seduta stante. Furono gettati
per terra e un simba somministrò loro dei colpi di tallone nella nuca.
Alcuni soldati li presero per caricarli su una camionetta come fagotti e
li condussero verso il fiume per gettarli nell’acqua.
Fu il turno dei belgi a subire le peggiori vessazioni. Monsignor Wittebols
fu il capro espiatorio. I forsennati l’accusarono di essere il nemico dei
neri e come prova addussero (incredibile a dirsi!) che ogni mattina egli
si faceva servire, a guisa di piatto di forza, un piccolo bambino nero.
Inoltre, supremo crimine, il vescovo nascondeva una radio trasmittente di
cui si serviva per chiamare gli americani a Wamba. Gli strapparono la
croce pettorale e la misero al collo di un altro missionario dichiarando
che d’ora in poi il vescovo sarebbe stato lui. Quindi tornarono alla
faccenda della radio trasmittente. Rivolgendosi a Mons. Wittebols lo
misero alla prova: « E’ il momento di mostrare il tuo potere: chiama gli
americani >‘. Lo costrinsero a gridare in fiammingo: « Mi trovo a Wamba in
prigione. Venite con i vostri apparecchi per liberarmi! ».
Finalmente intervenne il capitano e fece
allontanare ì diffamatori. Poi si diede a fare un piccold discorso
dichiarando in sostanza che egli era stato mandato dallo Stato Maggiore di
Stan per liberarci. « Ritornate alla missione, egli concluse, ma
astenetevi dal fare della politica ». (La parola « politica » deve
intendersi, nel gergo simba nel senso di « critica del regime »).
Verso le 19 le porte della prigione si aprirono davanti a noi. Due pidri
dovettero sostenere il Ve-. scovo, incapace di camminare. Evitavamo il più
possibile dì camminare sui ciottoli della strada che la sera precedente,
sotto la valanga di colpi, non avevamo sentito sotto i nostri piedi nudi.
Un po’ di pulizia, un piccolo spuntino e a letto. Verso l’una del
mat51 tino fu bussato alla porta di ingresso. Ancora i simba. Ma avevano
un’aria accomodante, quasi amichevole. Controllarono per l’ennesima volta
la nostra carta d’identità per reperire i belgi. Questi ripresero il
cammino della prigione. Fu l’ultima volta che noi vedemmo il nostro
Vescovo e i nostri 7 confratelli belgi.
La mattinata del 26 novembre trascorse senza nuovi incidenti ma in
un’atmosfera pesantissima che ne era del nostro Vescovo e dei nostri
confratelli belgi? Verso l’una del pomeriggio l’aria fu rotta da salve di
mitragliatrici. Poco dopo un capitano si presentò alla missione per
ispezionare gli appartamenti di Mons. Wittebols. Ne approfittai per
domandargli cosa significasse la mitragliatrice che avevamo sentito. La
sua risposta fu evasiva, imbarazzata « Io non c’ero, ma penso che alcuni
Sono stati fucilati ». Mio Dio, sarebbe dunque vero?
La mattina dopo, ricevemmo la visita di un distinto signore che si
presentò come ufficiale giudiziario ». Volle conoscere dove il Vescovo
aveva alloggiato e ispezionò le due stanze (ufficio e camera da letto);
chiuse le porte a chiave e mise le chiavi in tasca. Dopo, con la matita,
tracciò sulla porta d’ingresso la parola « deceduto ». Lo stesso fece per
le camere dei nostri confratelli belgi e dei 6 coloni. Il nostro nero
presentimento era dunque divenuto una crudele realtà. Erano morti!

L’orribile strage
Il mattino, all’alba, i simba avevano
setacciato tutte le strade di Wamba per convocare la popolazione
all’esecuzione dei bianchi. Tutti dovevano essere muniti di lance e di
coltelli. Quando tutta la popolazione fu riunita, si fecero uscire dalla
segreta i 24 condannati quasi completamente nudi e furono fatti coricare
lungo il muro della prigione sulla piccola striscia di erba. Alcuni simba
si avanzarono verso di loro, armati di mitragliatrice, somministra ron
loro una scarica alla testa e una alla schiena.
Il colonnello aveva rivendicato l’onore di uccidere di persona, e primo
della serie, Mons. Wittebols. La popolazione fu costretta a mutilare i
cadaveri a colpi di lancia e di coltelli. Un vecchio e fedele servitore
della missione fu costretto a tagliare con l’ascia una gamba al suo
Vescovo che egli aveva sempre circondato di profonda venerazione. Quello
che restava dei corpi fu caricato su una camionetta e gettato nel fiume
Wamba, piccolo corso d’acqua che scorre in prossimità della missione.
Durante quella stagione secca, il livello dell’acqua era molto basso
cosicché i cadaveri restavano sul posto e si decomponevano al sole
tropicale. (Qualche giorno appresso i mercenari a Paulis ci promisero che
sarebbero tornati a Wamba il 2 gennaio per assicurare alle vittime una
sepoltura meno indegna).
Due giorni più tardi i simba uccisero altri belgi tra i quali due medici,
il Dott. Lambert e il Dott.
Il genio malefico del colonnello Pierre
Che ne era delle suore delle
quali eravamo senza notizie in quei giorni? Anche loro erano state
arrestate il giorno 24 novembre, battute orribilmente, dopo rinchiuse in
un albergo in residenza sorvegliata. Erano stati tolti loro i vestiti e
durante tutta la notte le poverette dovettero subire le più ignominiose
vessazioni da parte dei loro sadici carnefici. Il giorno dopo furono
rinviate al convento. Da questo momento e fino al giorno della loro
liberazione esse
si diedero alla pratica del rosario perpetuo. Tre suore recitavano nove
rosari in fila, altre poi le sostituivano e così notte e giorno, senza un
istante di interruzione Anche le missionarie protestanti, rinchiuse con
esse, partecipavano alla preghiera per una intera ora al giorno.
Dopo questi avvenimenti la nostra sorveglianza divenne più draconiana.
Come unica occupazione potevamo pregare e leggere, tutti riuniti in una
sola carnera. Il morale di molti era bassissimo; ci si consumava in quell’inazione
forzata. Tuttavia la prova più dura era l’incertezza della nostra sorte
futura, la paura del domani. Il terribile colonnello incrudeliva tutt’ora
a Wamba e le nostre guardie si divertivano a ripeterci: « Vuole ammazzarvi
tutti; cinque oggi, cinque domani ecc... » Quando una macchina si fermava
davanti alla missione, cessava la conversazione, i cuori battevano forte e
le mani si affondavano in tasca alla ricerca della corona del rosario. La
preghiera era la nostra sola speranza e consolazione.
L’8 dicembre dovemmo riprendere la via della prigione. I padri in una
stanza e le suore in un’altra. Mezzora dopo il nostro arrivo, il capitano
e un colonnello straniero vennero a controllare la nostra nazionalità. La
maggior parte dei padri erano, olandesi. Accettarono la dichiarazione
senza verificare. Tra di noi vi era Un fratello, un jugoslavo, nato
e vissuto in Germania. Si dichiarò iugoslavo. Il colonnello gli batte
amichevolmente la mano, sulla spalla sorridendo:
« Molto bene, disse. Un camerata comunista. Alla buonora, vieni, tu sei
libero ». Si misero a parlare in sloveno. Nessun dubbio: il colonnello
Pierre era stato alla scuola di Tito.
A conti fatti 8 di noi furono rilasciati: 3 lussemburghesi, i spagnolo, i
francese, i svizzero, i iugoslavo e i wallone, io... che pretenziosamente
avevo combattuto per la mia indipendenza contro i belgi! Nel pomeriggio
del giorno successivo tutti gli altri furono rimessi in libertà Le suore
però avevano dovuto, ancora una volta, pagare un pesante tributo alla
bestialità dei loro oppressori.
La mattina del 10 dicembre — avevamo appena finita la nostra colazione —
vedemmo le suore in due colonne in cammino verso la prigione.
Qualche
minuto più tardi un’auto simba si fermò davanti alla missione. « Ritorno
in prigione ». Fu come una marcia alla morte. Per la strada i simba
cominciavano nuovamente a percuoterci con estrema malvagità.
Gli ultimi duecento metri furono percorsi al galoppo. Fummo allineati nel
cortile interno. In un angolo, tremanti, stavano le suore. L’infernale
colonnello era là: giurando e bestemmiando andava da un gruppo all’altro.
A qualche passo da noi quattro ufficiali stranieri discutevano
animatamente. Argomento della discussione era la nostra sorte. Questione
di vita o di morte « Bisogna ucciderli tutti ». — « Non ne abbiamo il
diritto ». La discussione si pro1ungava senza che le posizioni mutassero.
Venne il comandante di Wamba. Uno degli ufficiali lo abbordò. « Voi siete
il comandante di Wamba, voi dovete dirimere la questione. Noi siamo
stranieri e non abbiamo diritto d’intervenire ». Lungamente il comandante
fissò la punta dei suoi piedi. Poi alzò la testa: « Non posso farlo; noti
ho ricevuto nessun ordine del generale in merito ».
Si fece quindi verso di noi il direttore della prigione: « Avanzino tutti
i medici ». Ci scambiammo sguardi interrogativi: avevamo ben compreso?
Siccome nessuno si muoveva scelse egli stesso i medici: i sette che erano
stati liberati il giorno avanti e tre meccanici. Ci presentò un biglietto
da firmare: attestava che noi eravamo « dottori in medicina ». Fummo
rimessi in libertà, noi il neo-laureati! Tra le suore,, le infermiere a
loro volta potettero tornare al convento. Per le suore fu un altro periodo
atroce.
Non restava che attendere il seguito degli avvenimenti. Apprendemmo dai
greci, che avevano potuto conservare la loro radio, che l’armata nazionale
congolese avanzava dal sud e dal nord. Ma quando sarebbero giunti a Wamba.
Dopo altre innumerevoli peripezie e sofferenze, la mattina del 29 dicembre
furono liberati, a Wamba, un fratello coadiutore e 7 suore, da una colonna
di mercenari. Il 30 dicembre mattina venivano liberati anche tutti gli
altri, che nel frattempo erano stati trasportati parte a Mungbere e parte
a Bétongwé, in maniera che ha del miracoloso: i simba, infatti, erano
scappati lasciandoli vivi. I loro confratelli martiri avevano vegliato su
loro!
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