IMERIMANDROSO

 

Chiesa costruita dai Padri Spiritani, soprattutto da Padre Jaou che ha fondato la comunità cristiana a Imerimandroso provenendo dalla diocesi di Diego-Suarez. Passata alla responsabilità dei Padri Trinitari, vi lavorò pure Monsignor Vollaro Francesco primo vescovo della diocesi d'Ambatondrazaka. In questa missione i Trinitari stabilirono il primo loro seminario innalzando la casa del missionario (foto sotto). I Padri Dehoniani ricevettero in eredità dai Trinitari lo stesso complesso e tutta la missione. Vi arrivarono nel 1975 nella persona di Padre G. Nicola, primo dehoniano nell'isola rossa, grazie all'accordo tra Monsignor Vollaro e P. Giusto Pala procuratore delle missioni e fondatore del gruppo dei Laici Terzo Mondo, dopo qualche mese lo raggiungeranno Padre Gaetano Di Pierro, Fratello Filippo Butti, Padre Cuomo Giuseppe.
Si iniziò abbastanza presto il progetto sociale collaborando con il gruppo Laici Terzo Mondo, con la fondazione della scuola di falegnameria, di taglio e cucito e di agricoltura per aiutare la popolazione locale a svilupparsi socialmente. Si progettò e si realizzo con LTM e i benefattori la condotta di 25 Km per portare l'acqua nel grande villaggio. Più passava il tempo e ci si rendeva conto dei grandi impegni sociali che e missionari che bisognava portare avanti. Si intensifica la collaborazione con le suore Missionarie dell'Immacolata di origine francese, per la scuola il dispensario (ambulatorio) per la cura dei malati e dei lebbrosi. La missione ha in sé 25 comunità cristiane con le loro chiese, piccole o grandi, dipende da quando sono state create. Alcune sono immerse nella piena foresta, per raggiungerle bisogna andare a piedi per vari giorni, altre lungo l'asse della pista più facilmente visitate dal sacerdote della missione.
       Nel villaggio di Ambatomafana, il primo nell'entrare in foresta, fu creato il primo dispensario sotto la responsabilità dei L.T.M. nella persona di Lucia, che è rimasta molti anni mentre altri volontari si alternavano nella collaborazione con la missione secondo contratto. Nell'ambito della progetto salute si fonda anche il primo gabinetto dentistico, grande sollievo per la popolazione locale e per i sofferenti di mal di denti.
      Grazie ai benefattori e al progetto di sviluppo L.T.M. arrivano i trattori per lavorare la terra e con la scuola di agricoltura grazie ai volontari periti, Maurizio e Claudio Roberti, si riesce a far moltiplicare il raccolto di riso per venire incontro alla fame ai malgasci locali.

      Passa il tempo, in venticinque anni di presenza in questo grande villaggio, cambiano i confratelli responsabili della missione e ci sono altri che arrivano per collaborare, P. Potenza Giuseppe, P. Sardini Stefano, P. Giuseppe N., P. Pasquale Marinucci, crescono anche le comunità cristiane. In diocesi viene nominato il nuovo vescovo nella persona di Monsignor Antonio Scopelliti, che dopo vari anni chiederà al Santo Padre Giovanni Paolo II un ausiliare. Il Papa accoglierà la sua richiesta nominando vescovo Padre Gaetano Di Pierro.
 

Arroccato su uno sperone che domina il lago Alaotra si trova il paese di Imerimandroso. A fasi alterne ha avuto periodi di sviluppo e di recessione. Mentre si sale verso il comune, sembra di attraversare un villaggio dei film del Far West. In questo paese sono giunti trent’anni or sono i primi Missionari dehoniani in Madagascar. Ci si affeziona a quello per cui si soffre. I Missionari sono molto affezionati a Imerìmandroso. Tanti di loro vi hanno lasciato la parte più bella della vita. Padre Giuseppe Potenza mi abbraccia come confratello e vecchio compagno di studì. Non parliamo di ricordi, ma di realtà missionaria e di progetti, perché io ho tutto da imparare. Missionario per forza, così si dichiara padre Giuseppe, quando si affronta il discorso del suo essere missionario. Egli è abituato ai problemi concreti e di fronte ai poveri materialmente e spiritualmente, non si rivolge al cielo per chiedere chi sarà inviato ma si rimbocca le maniche per agire secondo tutte le sue possibilità. Mi fa venire in mente subito la parabola del buon Samaritano. - Perché sono in missione? Sarei restato volentieri in Italia. Le difficoltà di cibo e acqua mi spaventano. Come tempera mento pensavo di non adattarmi alla vita missionaria, ero schizzino so . E allora perché sono qui? Perché questa gente ha bisogno di essere aiutata.

Questa è la chiave di volta della sua attività missionaria e caritativa. Missionario per forza, per amore e per grazia.

A Imerimandroso ci vorrebbero tecnici di ogni tipo, ma non si trovano. Padre Giuseppe cerca di sostituirli tutti. Il trattore, i gruppi elettrogeni, le macchine della falegnameria potrebbero raccontare i mira coli operati per far funzionare quello che ormai era da rottamare. A secondo delle necessità diventa elettricista, idraulico, muratore, geometra o contadino. Senza mai dimenticare di essere Missionario. Il distretto di Imerimandroso abbraccia oltre venti paesi e villaggi. Era molto più esteso, ma con lo sviluppo economico e demografico dei paesi delle zone pianeggianti, è stato necessario una suddivisione per adeguare i servizi dell’evangelizzazione e dell’aiuto allo sviluppo.

Il missionario non porta solo il lieto annunzio, ma costruisce le possibilità di una serenità e dignità che siano segno e anticipazione del la gioia del Vangelo.

Dalla veranda della Missione vedo in lontananza le risaie lavorate dal vecchio e instancabile Fiat 880. Le macchine della falegnameria cantano mentre i tronchi sono trasformati in tavole e che a loro volta diventano mobilio per rendere più confortevole la vita quotidiana.

La scuola di falegnameria, svolge i suoi corsi con turni di trenta sessanta alunni. Quanti artigiani delle città vicine e dei villaggi si sono formati in essa e hanno trovato con il diploma conseguito, un lavoro e il mezzo per offrire una vita più decorosa alla famiglia. Ha comprato il terreno per costruire un nuovo capannone, ma dove reperire i soldi? Con un po’ di amarezza confida che troppi amici pensano che una volta ultimate le strutture, non ci siano più spese da sostenere, mentre i problemi si affacciano ad ogni spuntare del sole.

Visito l’atelier delle ragazze. imparano a cucire e a ricama re. Si preparano il concedo e possono mettere da parte qual che soldino che nell’economia familiare è sempre utile.

I progetti di sviluppo sono tanti, ma spesso mancano i mezzi per realizzarli o bisogna ridurli. Ci sono le urgenze dei bambini poveri o abbandonati, i malati, le scuole. La fame che anche quest’anno mieterà le sue vittime, perché i cicloni hanno distrutto tante risaie.

 

UN GIORNO A IMERIMANDROSO

di  p. Giuseppe Potenza scj

(dal n.22 Messis maggio 2007)

Appollaiato su una collina, a seicento metri sul livello del mare, con ai piedi, a ovest, il lago Alaotra, il più vasto del Madagascar, e a est la vallata del fiume Lovoka e le foreste, Imerimandroso è ancora oggi un importante centro della regione Sianaka, anche se ha perso molto dello splendore passato. Chi sale dalla statale 44, venendo da Andreba, lo intravede una sola volta e per di più quando è arrivato a pochi chilometri dal paese. Ricordo la prima impressione avuta facendo quella strada, quando, scorte le sue case allungate come un serpentone sulla collina e i due campanili che dominavano le case, mi ero detto: “Questo sì che dev’essere un vero paes&”. Infatti, quando lo attraversammo per andare alla Missione Cattolica, la strada principale dava l’impressione di essere capitati proprio nel bel mezzo di un film di farwest. Le case a due piani con veranda e i tetti con piccole tegole rosse, parlavano da sole della nobiltà di chi le aveva costruite e vi aveva abitato. Quello

che restava però era solo desolazione: case vuote e in rovina, strade dissestate, un paese fermo, senz’anima. Ancora oggi l’attività principale e più comune è il commercio con un punto vendita in ogni casa e l’attesa dell’eventuale cliente. Ad animare il paese c’è il mercato cittadino del lunedì che riversa qui tutti gli abitanti della regione desiderosi di vedere, vendere e comprare. Poi al pomeriggio quando le macchine con i venditori ambulanti sono partiti per altri paesi, tutto ripiomba nel silenzio.


Più vitalità si trova nei villaggi o frazioni ai piedi della collina o lungo il suo pendio.
Gente più povera, ma laboriosa, che deve procurarsi il necessario con il lavoro dei campi, la pesca e l’artigianato, il commercio.
Guidate dall’autorità locale ogni frazione ha la sua scuola, la chiesa protestante e l’acquedotto, ma l’ospedale, le scuole medie, l’ufficio postale, e le chiese cattolica e protestante , sono tutte concentrate a Imerimandroso centro, comune rurale della zona.
La popolazione, sui cinquemila abitanti, è costituita dai Merina che conquistarono la regione e fondarono la cittadina e alcuni paesi vicini, dai Sianaka, ai quali appartiene il territorio, dai Betsimisaraka. e dagli emigrati Betsileo o di altre tribù.
Un tempo il paese era servito da un acquedotto, alimentato da un fiume della foresta, distante 25 chilometri, ma ora è inutilizzabile a causa della usura, del vandalismo e delle numerose rotture. Oltre alla mancanza d’acqua potabile, il paese non ha ancora né elettricità, né linea telefonica, nè campo per la telefonia mobile (i telefonini). I collegamenti con gli altri centri sono assicurati dai taxi-brousse. Validi ancora oggi per andare anche a Antananarivo, la capitale, dato che il treno o l’aereo non funzionano più, sempre se le strade in terra battuta lo permettono e le macchine non si rompono durante il viaggio. Questo vale anche per noi della Missione che di solito usiamo i nostri mezzi e controlliamo spesso lo stato delle nostre macchine, ma, forature, rotture degli ammortizzatori e di qualche cuscinetto sono all’ordine del giorno, dato lo stato delle strade, se non capita di perdere qualche ruota, di finire in un canale o di rompere la direzione.
Grazie a Dio, finora, non ci sono stati troppi danni per le persone, ma a conferma che qui ogni viaggio è un’avventura e un rischio.
Dal mese di settembre 2005 il p. Charly e il diacono Fr. Francis, due confratelli malgasci, si sono aggiunti a me nella conduzione del distretto di Imerimandroso. Spero che si affezionino presto a questa Missione, che è stata la prima delle nostre opere in terra malgascia, e vi lavorino con gioia e entusiasmo.
Distretti sono le suddivisioni territoriali delle diocesi di Ambatondrazaka. Ne conta 10 più quattro parrocchie a Nord e 7 più tre parrocchie al sud. Quello di Imerimandroso ha una superficie di 2500 chilometri quadrati e conta 35 cappelle o comunità cristiane guidate ciascuna da un consiglio pastorale di cui fa sempre parte il catechista.
Raggruppate in sezioni, secondo l’asse stradale che le unisce, sono rette da un Consiglio di Zona, che coordina feste e celebrazioni comuni e sollecita il mutuo aiuto quando questo si rende necessario. La chiesa di ogni centro di settore ha il tabernacolo per conservare l’eucaristia e diventa il luogo del terzo esame di catechismo e delle prime comunioni dei bambini del settore. Dovrebbe avere anche un teatro o una grande sala per accogliere la gente nelle feste e celebrazioni di zona, ma tre settori su otto ne sono ancora sprovvisti. Battesimi e matrimoni invece vengono celebrati nelle chiese del villaggio, mentre al centro del distretto, Imerimandroso, oltre alle cresime, sono riservate le celebrazioni di distretto: congressi, giornata dei giovani, preparazione al matrimonio e degli insegnanti di catechismo
Le comunità cristiane vengono visitate a rotazione dal padre e da altre persone designate, di solito la domenica.
Durante queste tourné si amministrano i sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, si fa visita a qualche malato e si riunisce il consiglio pastorale.
Potendo, si visitano due comunità vicine e talvolta anche tre, specie se l’arrivo del Padre è stato preceduto da una preparazione fatta da un catecheta e da una suora. I battesimi ai bambini sono amministrati tre volte l’anno: Natale, Pasqua e festa patronale. In occasione della festa patronale, anche i catecumeni che hanno terminato il corso di catechismo sono ricevuti al battesimo.
La gente risponde bene a tutte queste sollecitazioni e partecipa alle celebrazioni con entusiasmo e gioia. Là dove però il catechista e il responsabile del consiglio pastorale lavorano poco anche la cristianità è fredda e senza vita.
La nostra giornata incomincia alle 5,45 con le lodi e la Messa nella chiesa grande di Imerimandroso, alla quale partecipano oltre alle suore e le loro aspiranti, anche dei cristiani singoli o a gruppi. Il sabato è riservato alle donne e uomini di azione cattolica, il venerdì ai laici dehoniani, il giovedì ai bambini e il martedì ai giovani. Per la verità non c’è molta presenza di popolo alle celebrazioni quotidiane e infrasettimanali, anche perché la maggior parte dei cristiani si trovano nelle frazioni ai piedi della collina.
Dopo la Messa si fa colazione con latte e caffè, ma i confratelli malgasci vi aggiungono riso e qualcosa che è restato della cena.
Alle sette e un quarto arrivano gli operai per segnare il quaderno delle presenze, avere il programma di lavoro e prendere gli strumenti necessari. Erano una ventina lo scorso anno, ora ridotti a tredici. Tre insegnano alla scuola di falegnameria, che conta quest’anno una cinquantina di giovani dai 16 anni in su; quattro lavorano per la produzione di mobili e quanto serve per le chiese e le famiglie. Alla scuola di promozione femminile che accoglie quest’anno solo una trentina di ragazze, insegnano due maestre, una per taglio e cucito e cultura generale e l’altra per ricamo e maglieria
In casa invece lavorano tre uomini di cui uno come trattorista, un altro come magazziniere, giardiniere... e il terzo come factotum per la manutenzione delle macchine, dei motori e della casa... Una donna è impegnata per la lavanderia e le pulizie e una ragazza sbriga il lavoro di segreteria e di cucina. C’erano altre due ragazze per la catechesi, ma sono state prestate al centro catechetico di Moramanga, su richiesta del vescovo.
L’orario di lavoro va dalle 7,30 alla 12,00 la mattina e dalle 14,00 alle 17,30 nel pomeriggio.
Dopo il pranzo, alle 12,00 in punto, c’è la siesta fino alle 14,00. 11 sabato e la domenica sono destinati al riposo. In realtà sia per noi sacerdoti che per i cristiani questi diventano giorni in cui si compiono altre attività e si porta avanti quanto non si è riuscito a fare durante la settimana. Nella tradizione malgascia invece, è il giovedì il giorno sacro, o “fady” che interdice ogni lavoro nella risaia, ma permette gli altri. Non so quale altra religione abbia scelto il lunedì, o il martedì o il mercoledì come giorno sacro per loro, ma intanto, con la domenica che lo è per i cristiani, il sabato per gli ebrei, il venerdì per gli arabi e il giovedì per i malgasci, gli indiani e pachistani, c’è sempre qualcuno che lavora e qualche altro che si riposa in onore del suo dio.
Terminato il lavoro della giornata si rientra per un po’ di pulizia e alle 18,30 siamo in chiesa per l’adorazione e vespri. La cena è alle 19,00, dopo di che, ognuno è libero di andare a letto o di fermarsi a vedere un po’ di televisione.
Un tempo si andava avanti con le candele o con un lume a petrolio, oggi abbiamo i pannelli solari e dei gruppi elettrogeni che vengono accesi al mattino per la messa, se è buio, e alla sera verso le 18,30 per spegnerli verso le otto e mezza o le nove.
Quanto descritto qui è come le cose dovrebbero andare ogni giorno; ma nella realtà, con tutto quello che capita alla missione, raramente le cose corrono così lisce. Non perché mancano i programmi, (i malgasci sono maestri nel prepararli nei minimi dettagli), ma perché alla fine sono sempre le urgenze e gli imprevisti a diventare prioritari, obbligando a corse impossibili ed estenuanti.
Si è a disposizione della gente 24 ore su 24, anche se abbiamo rinunciato al trasporto dei malati e infortunati all’ospedale provinciale d’Ambatondrazaka.
Non ho ancora visto in Madagascar il cartello «11 padre riceve dalle.., alle...», perché si è sempre a disposizione della gente per un aiuto, un consiglio, una confessione. Spesso sono i poveri e gl’indifesi che ricorrono al Padre per una protezione contro ingiustizie e soprusi, perché sanno di essere accolti e protetti, nonostante in ogni comunità cristiana ci sia il presidente del consiglio pastorale che è il responsabile della giustizia e della pace e il vice della Caritas.
Non facciamo politica, ma siamo per la gente e con la gente perché venga rispettata la sua dignità, i suoi diritti, e possa crescere umanamente e cristianamente.
Collaborano con noi le Suore Salesiane Missionarie di Maria Immacolata che dirigono il dispensano e la scuola cattolica, che va dalle classi materne alle elementari. Gli alunni quest’anno sono 618, stipati nelle 10 aule costruite dall’organismo LTM di Napoli e dai Dehoniani, ma diventate troppo piccole per accogliere 60 alunni ogni classe.
Manca ancora la scuola media cattolica, ma ora grazìe alla generosità della Parrocchia di Coteto, Livorno, e del suo zelante parroco don Luciano Musi coadiuvato dal gruppo missionario si potrà dare inizio ai lavori di costruzione. I risultati agli esami statali di quinta di questi ultimi tre anni sono stati più
che lusinghieri: 2002-2003, promossi 53 alunni su 57 il 95%; 2003-2004, promossi 60 su 62 = il 98%; 2004-2005, promossi 74 su 78 il 95%.
Poter continuare la formazione di questi ragazzi anche nell’età critica della scuola media sarà una garanzia maggiore per il loro futuro.
Non è quindi per protagonismo che costruiamo chiese, scuole e acquedotti; che formiamo giovani e ragazze ad affrontare la vita familiare con un bagaglio di conoscenze e un mestiere in mano, ma per aiutarli a crescere in un ambiente sano e a vincere quella paura ancestrale che li blocca.
Per questo qui a Imerimandroso si rende veramente utile, non solo chi è un buon sacerdote, ma anche chi possiede qualche conoscenza di elettricità, di idraulica, di meccanica, elettronica, falegnameria, di agricoltura. di costruzioni, e chi più ne ha più ne metta, perché sono i campi di attività nei quali si è chiamati a operare e ad aiutare, anche se non è proprio uno specialista. Viene a fagiolo il detto «in regno caecorum monoculus rex»: nel regno dei ciechi chi  ha un occhio solo fa il re.

 

CHIAMIAMOLO NOELY (Natale)

 

            Dovevano essere quasi le due del pomeriggio della fine di dicembre di qualche anno fa, e, come è uso qui in Madagascar, dalle dodici alle quattordici, anch’io, stavo prendendo un po’ di riposo, quando, all’improvviso qualcuno mi chiamò dal cortile interno della casa: “Mompera! Mompera!” “ Che diavolo succede!”, mi son detto tra me e me, mentre mi alzavo e mi affacciavo a una finestra. “Se ha una lampada forte , scenda presto e vada dalle suore”, è stata la risposta  alla domanda che poco prima avevo formulato e ora  riproponevo dalla finestra, senza però scomodare troppo il diavolo. E invece era proprio lui che ci aveva messo le corna, mettendo in subbuglio quasi tutta la missione. Suore e operai, infatti, erano tutti là, nel cortile delle suore, correndo a destra e a sinistra in cerca di non so che cosa.

La casa delle suore è poco lontana dal muro di cinta della casa dei Padri della Missione Cattolica di Imerimandroso e non c’è telefono per una comunicazione rapida e diretta. Due grandi cancelli, posti agli ingressi, dovrebbero garantire più sicurezza, specie di notte, e trattenere i cani nei recinti delle proprietà.  Era un giorno come tanti altri e le poche suore che ancora gironzolavano per la casa, non sembravano presagire niente di quanto stava per accadere.

Avevano accolto in casa una ragazza non del tutto normale, che quel giorno era piuttosto agitata. Andava e veniva, farfugliava qualcosa d’indecifrabile, tenendosi il pancione che annunciava la sua prossima  maternità. Qualcuno aveva abusato di lei e l’aveva messa incinta. Le suore per non abbandonarla a se stessa, l’avevano presa in casa aiutandola a portare avanti la maternità e decise a salvare questa nuova vita altrimenti senza avvenire e indifesa.

            Quando arrivai, mi portarono subito ai gabinetti, dicendomi che il bimbo di Dolly era laggiù nella fossa settica e bisognava far presto a tirarlo su, perché non si sentiva più alcun vagito. La lampada serviva per localizzarlo.

I gabinetti, da queste parti, sono costituiti da una buca nella terra, profonda due o tre metri, ricoperta da tronchi d’alberi sui quali si posano delle tavole di legno o una suoletta di cemento nella quale, a seconda del numero dei servizi che si devono ricavare, si praticano dei buchi più o meno grandi. Quei gabinetti avevano la suoletta di cemento e quindi l’unico modo si salvarlo, era quello di farlo passare per la stessa via dalla quale era caduto. Un badile ricurvo, un lungo manico, la luce forte della lampada, molta attenzione per non fargli male e finalmente il piccolo era ritornato alla luce. Era un maschietto, sporco, con niente di rotto, e vivo.

Le suore infermiere si diedero da fare per pulirlo, lavarlo e legargli il cordone ombelicale, aiutate anche dalla Superiora Provinciale di passaggio in quel momento a Imerimandroso.Lo portarono poi dalla levatrice, preoccupate per la sporcizia che poteva essergli andata in bocca e nei polmoni, e con un serio dubbio sulla sua sopravvivenza.

            Che cosa era accaduto? Come mai quel bambino era finito nella fossa settica? La verità, penso non si saprà mai!

Le ipotesi attendibili erano e sono ancora due. Prima: che la ragazza abbia partorito nel gabinetto e il bambino sfuggitole di mano sia caduto nella fossa settica.

Seconda: che la ragazza abbia partorito nel gabinetto, ma ricordando la violenza subita e vedendo che era un maschietto, l’abbia rifiutato e gettando là dentro

Difficile, se non impossibile, ricostruire che cosa sia passato nella mente di questa ragazza malata e traumatizzata.

Dio però ha avuto pietà di questo bambino innocente e ha smosso tutta la Missione cattolica di Imerimandroso per salvarlo. Adesso una famiglia l’ha adottato e lo sta crescendo in un ambiente sano e sereno.

Volendogli dare un nome, qualcuno voleva che, come Mosè (salvato dalle acque), anch’egli portasse nel nome il ricordo della sua avventura o disgrazia, ma alla fine tutti d’accordo, ci siamo detti: ”Chiamiamolo NOELY”, cioè Natale.

 

P. Giuseppe Potenza

 

 

 

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