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Cari fratelli e sorelle,
vi comunico con
vera gioia che p. Giovanni Maria della Croce Garcia Mendez sarà il primo Beato
SCJ. E' il nostro
protomartire. In effetti egli è al primo posto nella lista degli altri 44
martiri che la Congregazione ha avuto nel secolo XX.
Con la beatificazione, la Chiesa lo propone come stimolo, esempio ed
intercessore in modo particolare per la Chiesa locale, la Congregazione SCJ e
tutta la Famiglia Dehoniana alla quale il p. Giovanni Maria della Croce fu unito
per tutta la vita.
Invitiamo la
Famiglia Dehoniana, specialmente la Congregazione SCJ, a prendere parte a questo
grande avvenimento.
Avere un
confratello santo non deve essere un motivo di vanto, bensì il riconoscimento
che si tratta di una grazia speciale del Sacro Cuore per tutta la nostra
Famiglia Dehoniana. Un regalo che, per noi, viene ad incoronare questo anno
giubilare, porta sacra del nuovo millennio.
E' un
dono che suscita in noi sentimenti di gratitudine e di lode al Signore.
Questo momento di grazia possa ravvivare in tutta la Famiglia Dehoniana la
coscienza della chiamata universale alla santità, e l’importanza di mettere al
centro della nostra vita quella spiritualità forte e solida che caratterizza il
carisma della vocazione dehoniana. Questa è l’eredità comune trasmessa da p.
Dehon, fondamento di tutto quello che possiamo essere e fare per il “Regno del
Cuore di Gesù nelle anime e nelle società”
Che questo avvenimento venga ad accrescere e a fortificare la nostra capacità di
amore e di servizio per tutti.
Fraternamente nel Cuore di Cristo.
p. Virginio Bresanelli
Superiore Generale
P. Giovanni Mariano
Garcia Mendez nasce il 25 settembre 1891 a S. Esteban de los Patos; villaggio
umile e ridente, a pochi chilometri da Avila. Suoi genitori sono due contadini:
Mariano Garcia Hernandez ed Emeteria Mendez Grande.
Al fonte battesimale, sul crepuscolo del 27 settembre, al nome Mariano sono
aggiunti altri nomi dal suo parroco don Generoso Gutierrez. Ma saranno più
numerosi i fratelli e le sorelle che lo seguono: quattordici. Riceve la Cresima
quando ancora balbetta e incerto cammina per la casa. Ha appena un anno e mezzo
il 3 aprile 1893 quando mons. Munoz Herrera, vescovo di Avila lo unge con il
sacro Crisma. Ricevere un sacramento è sempre una festa, una gioia dell’anima e
questo vogliono donare al piccolo Mariano i suoi genitori; accade spesso in
questi tempi specie nelle famiglie profondamente cristiane.
Riceve la prima comunione a sette anni. Avviene un capovolgimento della sua
vita. Almeno così dicono i suoi fratelli: “La prima comunione lo trasformò
completamente. Fino allora aveva giocato con noi e con gli altri ragazzi; dopo
la prima comunione la sua allegria si trasformò in accoglimento". Giunge
anche presto per lui il tempo di rendersi utile alla famiglia e di partecipare
al lavoro dei campi. Riesce bene; ma riesce bene anche come organizzatore di
processioni mariane, che lui bambino e i suoi coetanei snodano per le vie del
paese. Spesso lo si trova in chiesa solo soletto in preghiera ai piedi della
Madonna.
La nonna
materna è incaricata della pulizia della chiesa e desidera sempre fiori freschi
per adornare l’altare e lui, Mariano, ha una scusa per prendere la chiave,
aprire la chiesa, portare i fiori alla Madonna per poi fermarsi a pregare.
Mariano ha undici anni quando tutti i giorni percorre i tre chilometri di strada
per raggiungere Mingorria e prepararsi agli esami di ammissione in seminario.
L’entrata di Mariano in seminario non sorprende nessuno a S. Esteban, ma
certamente papà e mamma hanno il cuore pieno di gioia: un figlio sacerdote è una
grande grazia di Dio, ma è anche vero che la sua partenza costituisce per loro
un reale sacrificio. Entrato in seminario si dedica allo studio, specie del
latino. Riesce bene.
Il suo professore di filosofia, don Giovanni Sanchez Mufioz attesta:
“Nessuno mai avrebbe potuto sospettare quanto profonda fosse la sua
conoscenza della filosofia attraverso quella sua natura umile e riservata. Era
tutto per Dio e per la scienza“.
Scienza e
fede.
“La sua pietà era solida e fervente, la sua austerità e il suo spirito di
sacrificio orientati verso la carità con tutti. Parlava frequentemente della
Madonna. Varie volte al giorno fuggiva in chiesa per far visita al santissimo
Sacramento... “.
È questa la testimonianza di mons. Aniceto Gomez, teologo della cattedra
di Jaen.
Due episodi durante la sua vita di seminarista ci mostrano come anch’egli ebbe
le sue difficoltà.
Sono trascorsi già tre anni di seminario e il papà si ammala seriamente. I
reumatismi lo inchiodano curvo su una sedia o a letto; mamma Emeteria ha
assolutamente bisogno di aiuto. Si arriva alla conclusione, la più penosa per
tutti: il ritiro di Mariano dal seminario. Per consolare i suoi che sono
rammaricati non sta a tergiversare, subito si reca nei campi e si dà ad accudire
gli animali, a sbrigare quanto è necessario.
Trascorrono due
mesi e il papà ristabilitosi può riprendere i suoi impegni di contadino. Mariano
chiede e ottiene di ritornare in seminario.
Riprende la sua vita ordinaria, ma nella preghiera, nella sua direzione
spirituale comincia a farsi forte in lui la convinzione della chiamata alla vita
consacrata. I superiori danno il loro consenso e lo aiutano in questa decisione.
Con l’approvazione del suo vescovo, il consenso del suo direttore spirituale
lascia il seminario e si reca ad Avila nel convento di S. Tommaso dei Padri
Domenicani.
Deve lasciare il noviziato. Al noviziato, Mariano passa un anno di continue
sofferenze fisiche. Gli duole il capo, lo stomaco gli si ribella, la gola si
secca. Un’afonia inspiegabile gli impedisce di partecipare attivamente al coro.
Alla fine si convince e i superiori glielo dichiarano: Dio non lo vuole nell’
Ordine dei Domenicani. Ritorna a casa e rivolge i suoi passi ancora una volta
verso il seminario. Dio sostiene il giovane nella prova e dispone gli animi,
ancora buoni, verso di lui. Riprende i suoi studi e si prepara alla sacra
ordinazione.
E consacrato sacerdote nella chiesa del Santo Salvatore il 18 marzo 1916 da
mons. Gioacchino Beltran Asensio.
Il 25 marzo sul campanile della chiesa di S. Esteban sventola una
bandiera bianca e suonano a festa le campane; sono segni della gioia che anima
il paese, don Mariano celebra la sua prima Messa.
Per alcuni mesi don Mariano rimane a S. Esteban, ma deve recarsi ogni mese a
Madrid; deve andarci per compiere il suo dovere di soldato. Ne era stato
dispensato al tempo degli studi, ma ora non può più esimersi.
A Madrid don Mariano frequenta il convento delle Suore Riparatrici e qui conosce
Madre Gesuina del Gran Poder. La religiosa rimane colpita dalla spiritualità e
dalla delicatezza del giovane sacerdote e viene a conoscenza del desiderio
sempre esistente della vita consacrata.
Alla casa di
don Mariano si può sempre bussare, sicuri di un aiuto. Quante volte la sorella
Giovanna e la nonna Gioacchina, che vivono con lui constatano che ha donato il
pranzo al mendico e che mancano spesso indumenti, coperte... A loro insaputa,
sono usciti di casa in mano ai bisognosi. Perché don Mariano, naturalmente, non
chiede loro il permesso per fare la carità.
La carità è il contrassegno che lo distingue in tutti gli anni e in tutti i
luoghi in cui ha dovuto esplicare la sua missione sacerdotale.
La carità unita a uno zelo divorante.
Mons. vescovo osserva, approva. Gli vuole sempre bene. Ora che lo vede
santamente impegnato per la cura delle anime ritiene opportuno affidargli
un’altra parrocchia insieme alle due che ha. Il 23 febbraio 1918 lo nomina
vicario economo di S. Giovanni di Encinilla. La nuova parrocchia consta di due
chiese, S. Giovanni Battista e S. Antonio di Padova, site in due quartieri a
loro volta divisi da un vallone.
Ecco la testimonianza di una sua parrocchiana, Filomena Ortiz:
“Era di una carità immensa; gelosissimo delle anime nostre. Di notte e di
giorno, a tutte le ore, era sempre pronto a correre al letto dei malati,
comunque si presentasse il tempo.
A Encinilla organizzò la visita della Madonna miracolosa alle singole famiglie.
Nelle case in cui la Madonna entrava per la prima volta, imponeva a tutti la
medaglia miracolosa “.
E quando una sua sorella gli dice:
—“Don Mariano, tu non ti risparmi mai. Dovresti un pochino riguardarti,
moderare un po’ il tuo zelo”;
si sente rispondere:
—
“O sorella, sorella, le obbligazioni di un prete
non finiscono mai”.
La sorella parla così perché sa che invariabilmente si alza all’una di notte per
recarsi in chiesa a pregare, e al ritorno usa di frequente la disciplina per
martirizzare il suo corpo. Alle tre è già in piedi di nuovo per la prima messa e
la santa comunione ai fedeli che devono lasciare il villaggio per il campo
lontano, specie ai tempi dei raccolti e di maggior lavoro.
Nell’archivio della Curia di Avila le tappe del ministero di don Mariano Mendez
sono così schematizzate:
“Fu successivamente, economo di Hernan-Sancho e di Villanueva Gòmez, economo
a S. Juan de la Encinilla, economo di S. Tomé de Zabarcos e di Sotillo de las
Palomas”
La salute lo
costringe a lasciare S. Juan de la Encinilla per assumere nel settembre del 1921
la Cappellania del noviziato di S. Giuseppe dei Fratelli delle Scuole Cristiane
a Nanclares de Oca (Alava).
In questo istituto vi rimane solo undici mesi come cappellano; il 17 maggio 1922
ottiene il permesso di entrare a far parte dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi.
Il 19 giugno il convento di Larraca-Amorebeita gli apre le porte. Diviene p. fra
Giovanni Garcia Mendez di S. Stefano.
Ma ancora una volta la salute gli impone di ritornare, dopo un anno, il solo don
Mariano di prima.
Sarebbe stato un ottimo Domenicano e un perfetto Carmelitano se avesse avuto
salute. Ma appena mette piede nel noviziato comincia a sentire forti dolori allo
stomaco, giramenti continui di capo, fiacchezza totale nelle membra. Solo tutto
questo costringe i Domenicani e i carmelitani
a lasciarlo uscire dai loro conventi. Vi sono obbligati e lo fanno a malincuore.
Umile, umile
don Mariano è costretto a rivolgersi al suo vescovo. Tornato in diocesi, torna
la salute.
Il 14 luglio 1923 entra a S. Tomé de Zabarcos, economo di quella parrocchia e
della vicina Horcajeulos.
La sosta di don Mariano a S. Tomé de Zabarcos è di circa un anno. Nella
sistemazione della diocesi monsignor vescovo lo destina alla parrocchia di
Sotillos de las Palomas.
A Sotillo de las Palomas, don Mariano vive nella casa del signor Giusto Morales.
Questi dice di saper tutto della vita del sacerdote suo ospite.
Lo chiama buon predicatore, mai stanco di stare in chiesa, uomo dalla vita
intessuta di sacrifici, dalla carità immensa che si priva del suo per passarlo
ai poveri e agli infermi.
Ma la fatica e la carità più grande di don Mariano è quella di far fiorire nella
sua parrocchia l’apostolato della preghiera. Del suo apostolato, questa è una
delle iniziative più belle compiute a Sotillo de las Palomas.
Più belle e più care al cuore di don Mariano.
È Madre Gesuina del Gran
Poder, superiora delle Suore Riparatrici, a Madrid a scrivere a don Mariano e a
parlargli dei Sacerdoti del S. Cuore; nuova Congregazione fondata da un
sacerdote francese, p. Giovanni Leone Dehon. Aveva parlato di don Mariano ai
“padri missionari del Camerun”, quando essi nella quaresima del 1924 si erano
recati a Madrid per una missione straordinaria alla colonia tedesca di quella
città.
Infatti, i primi Sacerdoti del S. Cuore in Spagna sono i padri missionari
tedeschi del Camerun.
La prima guerra mondiale aveva portato le armi fin laggiù, in quell’angolo
dell’Africa allora colonia dell’impero germanico.
La guerra causa la totale rovina della missione e la fuga dei padri
...
tedeschi.
I missionari si rifugiano nell’isola Fernando Poo prima, e poi in Spagna a
Cadice, poi salgono a Puente la Reina, nella Navarra.
V’è lassù un antico
monastero in abbandono dell’Ordine di Malta; viene offerto ai reduci del
Camerun, lieti della nuova missione che la Provvidenza affida alle loro cure.
E' proprio Puente la Reina, come si suol dire, la culla dei Sacerdoti del S.
Cuore in Spagna, poi Novelda 1920.
La lettera di Madre Gesuina coglie di sorpresa don Mariano, ma lo riempie di
gioia.
Scrive a p. Guglielmo Zicke, superiore dei Sacerdoti del S. Cuore, questi
risponde.
La
corrispondenza continua; ma un giorno don Mariano decide di andare di persona a
Puente la Reina per chiarire a viva voce la sua posizione e rimuovere di comune
accordo gli ostacoli.
“Questa sarà la mia Congregazione. Voglio che mi si consideri da questo
momento come membro della Comunità. Sono disposto a lavorare anche come semplice
operaio alla ricostruzione di questo convento che per quanto in rovina, serve
tuttavia per dare un riparo. In seguito, Dio vedrà
“.
Nella comunità, sorpresa e ammirata, hanno
fatto epoca queste sue parole.
Il vescovo dà ancora una volta il suo consenso e don Mariano va dai suoi a S.
Esteban de los Patos per dire addio alla madre, ai fratelli, alla sorella.
P. Giuseppe Goebles lo accoglie a Novelda nel noviziato.
Il 16 luglio 1925 è postulante.
Scrive:
“Consacro al mio Signore Gesù Cristo Crocifisso, al Suo Cuore agonizzante,
per il dolorosissimo Cuore di Maria, tutto il mio essere, la mia anima, le mie
parole, i miei sentimenti, specialmente l’udito, la vista, la lingua, per non
servirmene che per la gloria di Dio, in spirito di riparazione".
Tre mesi dopo è
novizio. È consuetudine tra i
Sacerdoti del S. Cuore scegliersi un nome nuovo nell’entrare nella vita
consacrata. Don Mariano sceglie Giovanni della Croce.
Giovanni Maria Garcia sarà d’ora innanzi la sua firma abituale. Al noviziato p.
Giovanni Garcia è edificante, pone nelle cose tutta la sua anima ardente, tutto
il fuoco del suo essere, senza risparmiarsi. La passione di Dio gli fa
dimenticare la fragilità della sua carne.
Ma questa sta per giocargli un’altra volta il suo tiro più birbone, facendogli
abbandonare quest’altro tentativo, e forse l’ultimo della sua aspirazione alla
vita consacrata.
P. Garcia si rivolge a Dio e lo scongiura di dargli qualche anno di vita per la
sua gloria.
Il 16 gennaio 1926 scrive:
“Giorno di gratitudine, giorno memorabile. Grazie, mio Dio... Perdona la mia
pessima corrispondenza, Signore. Se non è orgoglio, se non è presunzione, se a
te piace, Dio dell’anima mia, se è conforme al tuo beneplacito e alla tua
gloria, concedimi almeno dieci anni di vita per lavorare con vivo interesse e
zelo per la tua gloria alla salvezza delle anime.
Purifica sempre di più la mia intenzione e i miei affetti.., O Maria, mia dolce
madre, a te raccomando questo mio desiderio. Aiutami!”.
La preghiera ottiene la vittoria. La salute non impedirà più a p. Garcia di
proseguire per la sua strada, ch’è la strada segnalatagli da Dio.
Alla vigilia della sua professione religiosa, nel ritiro di preparazione,
esprime il suo proposito di vivere con Dio e per Dio con queste parole:
“Adotterò d’ora innanzi come linea di condotta il «Sì» per Dio, il «No» per
me.
A quanto Dio mi comanda, risponderò: Sì, mio Dio!
A quanto Dio mi
insegna, risponderò.’ Sì, mio Dio!
A quanto Dio mi ispira, risponderò: Sì, mio Dio!
Un Sì pratico ed
effettivo!
Al contrario risponderò un «No» risoluto al mio amor proprio, alla mia vanità,
alla mia superbia, alla mia sensualità: l’io è nemico di Dio!”.
È la festa Cristo Re
(1926): P. Giovanni Maria Garcia emette la sua prima professione religiosa.
Riceve per l’occasione una crocetta nuda con un cuore d’argento. campeggiante
nelle piccole traverse.
Dopo la professione religiosa, la sua vita di religioso, oggi diremmo “di
dehoniano”, continua a svolgersi in mansioni differenti che rivelano in p.
Garcia sempre il sacerdote.
Rimane per due anni a Novelda come cappellano nella chiesa dell’Istituto e
insegnante di religione al collegio.
La stessa
cosa farà, in forma un po’ diversa, a Puente la Reina: contatto col popolo,
contatto con i giovani. Farà del ministero in mezzo al popolo e impegnerà il suo
cuore e le sue energie per i giovani.
Il popolo lo definirà il predicatore dell’amore di Dio.
Forza di tutto è la sua pietà, quel suo spirito ardente, quella sete di Dio
trasparente e mai completamente soddisfatta.
I superiori gli concedono di fare un viaggio in Italia.
I Sacerdoti del S. Cuore hanno qui la Scuola Apostolica ad Albino, il Noviziato
ad Albisola, lo Studentato per i giovani teologi a Bologna. Tre opere conosciute
e volute dal Fondatore p. Leone Giovanni Dehon.
Ma la meta più ambita è Roma. Roma tanto cara allo stesso Fondatore.
Roma incanta p. Garcia.
“Lo impressionarono in S. Pietro in Vincoli, le catene che avvinsero il
Principe degli Apostoli; nelle catacombe di S. Callista, il sepolcro di S.
Cecilia. Lì si fermò a lungo
“.
A detta dei
testimoni p. Drissen e p. Brawnsiepe, p. Garcia si inginocchia e non stacca più
il suo sguardo da quella tomba, lì dentro c’è il corpo della Martire. Nel
mormorio delle sue labbra che accompagna la sua ammirazione per la vergine
martire si ode ripetere a lungo: “Questo mi interessa, questa è fede!”.
I confratelli sollecitano la partenza e a mala pena riescono a smuoverlo. Tutto
lo attrae nelle catacombe e ogni particolare lo interessa.
Si esce per andare a S. Paolo alle Tre Fontane, p. Garcia chiede scusa e rientra
nella catacomba. Lo si attende a lungo, quando esce il suo viso è luminoso e i
due confratelli, che lo attendono, lo sentono esclamare:
"Mio Dio che grazia grande il martirio! Quanti martiri e quanta gloria per la
Chiesa! “.
Prima di lasciare Roma vuole fare gli
Esercizi spirituali. Torna in Spagna; parla di Roma e di quanto ha visto; ma il
suo ricordo più vivo, più coinvolgente sono le catacombe e la vergine martire
Cecilia.
“Questa sarà la mia Congregazione. Voglio che mi si consideri da questo
momento come membro della Comunità. Sono disposto a lavorare anche come semplice
operaio alla ricostruzione di questo convento...
“,
così si era espresso nel suo primo incontro con i
confratelli.
Ora i superiori gli fanno presente che hanno bisogno di lui, vedono in lui colui
che è destinato ad essere la provvidenza dei giovani, di quei giovani che Dio
chiama a consacrare a Lui la propria vita. Deve, quindi, mettersi in cammino e
sollecitare dai buoni il pane per loro.
P. Garcia si mette subito in cammino.
Se ricordiamo e pensiamo al suo desiderio della vita consacrata più volte
manifestato e cercato di conseguire, ritorna a noi difficile vedere in lui
l’uomo che scende per le strade, passa per le vie delle città in cerca di
qualcosa che possa servire a mantenere i suoi giovani “apostolini” o “aspiranti”
di Puente la Reina.
Eppure p. Giovanni Garcia ci riesce ed è proprio quella sua aria umile, cortese
e pia ad aprirgli maggiormente le porte.
Ma sempre facile non è; giornate vuote le incontra anche lui. Ma la Provvidenza,
la sua fiducia in Maria, madre vigile e sollecita lo aiutano.
P. Giovanni è in compagnia di uno studente di Puente la Reina. E’ stata questa
una giornata nera; le porte delle case sono rimaste chiuse o sorde alla loro
domanda di aiuto.
“Prima di bussare” —
dice p. Giovanni al giovane, testimone di
quanto narriamo “recitiamo
una Salve Regina alla Madonna perché almeno in questa casa siamo accolti e
ascoltati”.
Bussano e la porta viene aperta immediatamente.
Una signora li invita ad entrare: “Vengano, entrino; si riposino un istante.”
—
Signora, siamo venuti per chiedere un’ offerta
per i ragazzi della Scuola Apostolica di Puente la Reina che versano in gravi
necessità".
La signora, senza dire una parola, entra nei suoi appartamenti, ritorna poco
dopo con una offerta abbondante. P. Giovanni è confuso, nelle sue mani la
signora depone alcune centinaia di pesetas.
— "Tutto
sia per il Signore, padre. La Vergine santissima ha ascoltato la vostra Salve
Regina, e immediatamente ha fatto luce nel mio cuore. Dovevo aprire e
ricompensare la vostra preghiera".
Non meno sorprendente quanto successo al signor Santiago Ferrer di Pamplona.
Gennaio 1934, p. Giovanni bussa alla porta del signor Ferrer per chiedere il suo
aiuto.
Il signor Ferrer sta radendosi e la sua mente, i suoi pensieri sono là in
ospedale, dove la sua bimba giace gravemente ammalata; alla domestica, che gli
annuncia la visita del padre sta per far dire di tornare un altro giorno. Ma p.
Giovanni, data la dimestichezza con la famiglia Ferrer, è già dentro.
— "La
mia piccola di due anni ha la gola che la soffoca; perdoni, padre, devo correre
in ospedale".
— "Non
si preoccupi e non si dia pena. Ho con me questa medaglia miracolosa la pongo al
collo della piccola, migliorerà".
Il signor Ferrer fa presente la proibizione assoluta del medico di disturbare la
bimba. Gradisce la preghiera, ma alla bambina non si può recare alcun fastidio.
— "Non
è la stessa cosa, ma pregherò per la sua bimba".
P. Giovanni esce di casa e si incammina pregando. All’improvviso si sente
chiamare:
— "Padre
Giovanni, venga con me all’ospedale".
Appena giunti, il padre si reca in cappella; il dottor Juaristi s’avvede del
signor Ferrer e ancora una volta raccomanda di non recare il minimo disturbo
alla piccola.
P. Giovanni scende dalla cappella rivestito di cotta e stola.
— "Per
carità, padre, non entri. Il dottore lo vieta".
Ma p. Giovanni è già al capezzale della bimba. La sveglia con una carezza e le
dice con dolcezza, quasi che potesse comprenderlo:
— "Sono
venuto ad importi la medaglia della Madonna. Ella ti guarirà e tu potrai tornare
a giocare".
Comincia a pregare.
E' circa mezzogiorno. La piccola inferma, dopo essere stata benedetta dal padre,
entra in un sonno tranquillo e riposante.
Alle quattro del pomeriggio apre gli occhi senza difficoltà, vede la medaglia
appesa al suo collo, la prènde e la bacia.
E’ presente il
dottor Juansti.
Resta attonito: “Questo è un miracolo. Non capisco. Pare impossibile che
abbia dormito con tanta tranquillità e non abbia fatto uscire il tubo dalla
gola”.
Il giorno dopo la bimba lascia l’ospedale. E’ guarita. Ecco la deposizione
lasciata dal signor Ferrer.
“La mia figlioletta contrasse una laringite, da principio piuttosto leggera.
Ma con i giorni si aggravò destando preoccupazioni e ansietà. La bimba non
dormiva, non riposava, si agitava continuamente. Chiedemmo un consulto io e mia
moglie. La sentenza fu terribile: tracheotomia. Bisognava operarla.
Fummo costretti a portarla alla clinica e affidarla al dottor Juaristi,
specialista. Il giorno dopo un ‘altra sentenza ancora più terribile: la piccola
era veramente molto grave e aveva espulso il tubo della respirazione. Dopo lo
stato infiammatorio della gola, rimetterlo significava una nuova espulsione e
l’operazione.
Mentre mi preparavo ad andare in clinica venne a trovarmi padre Giovanni Garcia
per una elemosina. Lo vedo ancora: secco, ascetico, autoritario, assorto in
pensieri suoi. Fece quello che il cuore e la grazia gli dettavano. Impose la
medaglia miracolosa, pregò e la mia bimba guarì senza operazione, senza più
cure”.
Inevitabile che andando in giro, incontri e faccia amicizia con parroci e
sacerdoti e sia da questi invitato a predicare.
Il padre accetta sempre e volentieri. Ha temi suoi sui quali ama intrattenere
l’uditorio: l’amore di Dio, la sua misericordia, la devozione al Santissimo
Sacramento, la pietà filiale verso la Vergine santissima.
La sua preoccupazione è l’adorazione perpetua; la divul ga per la Navarra, il
Vizcaya e il Guipuzcoa.
Il tema delle vocazioni alla vita sacerdotale e consacrata è sempre presente
nella mente di p. Giovanni.
I ragazzi che l’hanno conosciuto affermano che la sua messa era lunga, molto
lunga; ordinariamente vi impiegava tre quarti d’ora e che qualcuno si stancava a
stare in ginocchio.
Solo più tardi divenuto più grande uno si rese conto del perché.
Quella messa interminabile è celebrata da un infermo con sforzi di volontà,
sovente interrotta da dolori lancinanti ed è anche frutto di meditazione e gusto
spirituale.
Padre Giovanni soffre di gastrite acuta. Quando gli arrivano quei giorni di
spasimo e si trova in comunità, la messa dura molto più a lungo. Se gli capita
fuori, mentre è alla ricerca di aiuti per i suoi apostolini, allora nessuno sa
quello che passa di sforzo e di mortificazione per essere più che può normale.
In casa tace, fuori tace. I superiori sapranno molto vagamente che cosa il padre
nascondeva di mortificazione nel suo fisico.
Lui poi, da parte sua, è convinto che i dieci anni sarebbero stati dieci. E
allora perché allarmarsi e allarmare?
Il fatto che la gastrite mal si confà con l’impegno di questuante, non è motivo
di muovere lamenti o di cercare dispense o di rifiutare a Dio quello che Dio,
per mezzo dei suoi superiori, gli chiede.
“Mi ritengo indegno di consacrare il Corpo di nostro Signore Gesù Cristo”,
sono parole dello stesso p. Giovanni.
Questa sensazione vigorosa del proprio nulla di fronte a Dio e ai santi Misteri,
lo porta a una esattezza scrupolosa nella pronuncia delle parole e nel
compimento dei gesti richiesti dalla sacra liturgia
Tanto tempo “deve” impiegare, anche, perché ogni volta che sale
all’altare, sente in sé un senso profondo di smarrimento.
“Nella preghiera, nella comunione, ecc. cercherò con ogni sforzo di ottenere
il fervore, senza allarmarmi se la mia anima è arida e affidarmi a Dio. L’amor
di Dio è la vera felicità delle anime e non la si può ottenere senza costanza
nell’orazione. Dio a volte lo fa attendere, ma la perseveranza nella domanda ha
infallibilmente la sua risposta
“.
Quel suo amore per Dio costante e focoso si
traduce pure nelle piccole attenzioni per gli oggetti di pietà, immagini o
altro, che non può vedere abbandonate per terra o esposte a sgualcimenti o a
strapazzo.
Salvo l’atto
eroico di questuare per dieci anni, la carità di p. Garcia è fatta di atti
semplici, di cose che potremmo definire “da nulla”, ma rivelatori di un amore
grande, di un animo buono e pieno di compassione.
Sempre pronto a venire incontro ai desideri degli apostolini, è disposto a
sacrificare del suo, dicendo che non ne ha bisogno.
Riportiamo la testimonianza di Luigi Rodriguez.
“Sono stato domestico a Puente la Reina tra gli anni 1933 e 1936.
Il mio primo incontro con p. Giovanni avviene alla stazione di Pamplona. Ero un
ragazzo di 17 anni a quel tempo, confuso per trovarmi la prima volta in terra
sconosciuta. Il padre mi è venuto incontro con tanta umile affettuosità che mi
diede coraggio e tranquillità.
Ma era così semplice il portamento che l’ho preso per un fratello coadiutore.
Mi ha portato al ristorante per il pranzo, abbiamo parlato di tante cose, ma per
quanto parlassimo, la sua umile naturalezza non mi fece indovinare di trovarmi
di fronte a un sacerdote. Me ne accorsi il giorno dopo quando fui invitato a
servirgli la messa.
Passato un certo tempo a Puente, mi chiese la causa del difetto fisico che mi
affliggeva. Gliela dissi: una sorta di rachitismo alla gamba destra.
E lui: «Come ti invidio, Luigi. Per questa tua sofferenza tu hai percorso la
metà del tuo cammino verso il cielo. Rallegrati per questa croce».
Una notte d’inverno, me lo vidi venire in stanza.
Soffrivo moltissimo per il freddo. Lui lo ha saputo, non so come, e mi ha
portato lo scaldino che lui usava, per i suoi piedi frequentemente gelati.
Me lo diede e, per quanto mi rifiutavo di accettano, fu tanta la sua insistenza
e così calorosa, che ho dovuto prenderlo.
La carità del padre era tanto grande! Sì, lo posso dire, era un uomo che si
privava del suo per fare contenti gli altri, per alleviarli da qualunque
sofferenza “.
Ecco la testimonianza di un’altra anima
semplice.
Una povera mendica, dopo averlo ascoltato in chiesa parlare dell’amore di Dio,
gli si avvicina per comprare uno scapolare del S. Cuore offrendo tutti i soldi
che aveva raccolti di elemosina.
Glieli porse in mano tutti, come la vedova del vangelo.
“Poveretta”, esclama p. Giovanni “tenga, tenga tutto e che il Sacro
Cuore la benedica”.
Le dona lo scapolare e le restituisce il denaro.
Così padre Giovanni Mariano Garcia si prepara, con le piccole e grandi cose
della vita, al supremo impegno e offerta della sua stessa vita.
18 luglio 1936: doveva essere uno dei soliti colpi di mano, invece le passioni
degli animi trasformano il conflitto in una implacabile guerra civile, che
durerà tre anni e dilanierà la Spagna. La Chiesa avrà le sue rovine, le sue
devastazioni, i suoi martiri.
Nella notte tra il 18 e 19 luglio 1936 nella sola Madrid vengono incendiate
cinquanta chiese.
Gli schieramenti vedono da una parte i nazionalisti con Franco e Mola Vidal,
appoggiati dalla Germania e dall’ Italia, dall’altra i repubblicani del governo
di Madrid sostenuti dalla Russia, dalla Francia, dall’Inghilterra.
Già dal 12 aprile del 1931, quando le elezioni amministrative costrinsero
Alfonso XIII ad andare in esilio e nacque la Repubblica, l’odio alla religione,
già fatto serpeggiare largamente nel popolo, non ebbe più freno.
Con l’odio, tutto ciò che l’odio genera: calunnia, soprusi, concussioni,
rapimenti, omicidi.
Nelle Asturie furono uccisi dai rivoluzionari rossi 855 contadini e altri
219 si ebbero nella repressione da parte delle forze dell’ordine. La Chiesa
dovette lamentare 34 membri assassinati e 58 chiese distrutte.
E questo in nove giorni di terrorismo dal 5 al 14 ottobre del 1934.
P. Giovanni Garcia, in questi anni, è legato alla casa di Puente la Reina.
Con la questua non ha vita facile. La vita gli impone spesso giornate senza
pasti, lunghi tratti di strada fatti a piedi, sante messe celebrate o troppo
presto o troppo tardi.
L’appoggio e
l’aiuto degli uomini, chiesto con umiltà, non sempre viene offerto. Spesso il
rifiuto è condito con l’insulto. Qualche volta è dato con paura.
Non è meraviglia allora che quando p. Giovanni si presenta ad una porta, un
tempo amica, si trovi davanti una domestica o il padrone che gli chiude la porta
in faccia perché indossa una veste nera.
Un giorno un giovanotto dà di mano a una pietra e gliela scaglia con violenza
contro, lo ferisce al viso. Tutto il volto gli diviene fiamma, rosso come il
sangue che gli sgorga dalla ferita. Ma, p. Giovanni se ne sta tranquillo e
neppure si volta a vedere da che parte è partito quel sasso.
“Non è necessario che sia un delinquente, si grida, basta che sia prete per
essere degno di morte”.
E’ l’ora delle tenebre.
A Mirafuentes ricordano quella sua predica sul S. Cuore di Gesù dove invita
tutti a fare il proprio dovere di cattolici e a opporsi con ogni vigore a ogni
forma di violenza contro la Chiesa e la fede.
Dopo quella predica è minacciato di morte..
Gli si sussurra di stare attento perché a Oviedo nove religiosi dei Fratelli
delle Scuole Cristiane sono stati presi dal Comitato Rivoluzionario e portati
alla fucilazione.
Queste cose, questa vita prostrano p. Giovanni. I superiori gli impongono un
periodo di riposo.
In luglio è inviato, a Garaballa presso il santuario della Madonna di Tejeda.
Gli animi della popolazione di Garaballa hanno subìto gli influssi della
denigrazione. Erano orgogliosi un tempo i Garaballesi della loro Madonna e del
loro santuario. Lo frequentavano con devozione, ne celebravano con sontuosità la
festa.
Ora una corona di spine e di rancore sembra circondare il santuario e i
sacerdoti che lo custodiscono.
La sollevazione del 18 luglio esalta tutti gli anticlericali di Spagna.
A Cuenca i rossi si dividono in pattuglie, plotoni e raggruppamenti. Devono
colpire i paesi di più antica tradizione cattolica, fare scorrerie, seminare
ovunque il panico.
Il 23 luglio organizzano la prima spedizione. Obiettivo Cardenete, un paesino di
1800 abitanti. Deve essere una sorpresa invece, la popolazione avvertita non si
fa cogliere di sorpresa e gli assalitori devono ritirarsi. Ma lo smacco è
grande, quindi, ci vuole ora una spedizione punitiva. Più numerosi giungono a
Cardenete, hanno la meglio. Ebbri di gioia si danno alla sfrenatezza. Decine di
uomini vengono caricati su gli automezzi e portati alle prigioni di Cuenca. Tra
i prigionieri l’anziano parroco. Si divertono con lui in modo infame. Pedate,
schiaffi e bastonate lo rendono irriconoscibile. Entra a Cuenca che è un mostro
sanguinolento. Finisce egualmente in prigione.
Cuenca stessa è rastrellata, ci si mette a scovare con ostinazione e ferocia
quanti si suppone abbiano capacità di opporsi ai senzadio.
Anche il santuario di Garaballa e la comunità dei Sacerdoti del S. Cuore non
sono sicuri.
Il superiore, p. Lorenzo Cantò conviene che è meglio disperdersi, che i ragazzi
tornino presso le loro famiglie. Rimarrà lui con un fratello cooperatore.
Si raccomandano tutti alle Vergine santissima e si separano.
P. Giovanni Garcia è accompagnato da un giovane studente, ma dopo un tratto di
strada i due si dividono.
P. Giovanni indossa una giacca nera larga e usata, un paio di pantaloni che non
sarebbero dispiaciuti a un clown, un panciotto che si poteva abbottonare a metà.
Nelle pieghe del suo abbigliamento nasconde la sua croce di professione, il
breviario e un quadernetto di appunti.
Così acconciato da contadino, si dirige verso Valenza; aspetta che passa da
Garaballa la corriera di linea. Eccola, è piena di gente; il padre sale e trova
posto in un angolo e si raccoglie in preghiera.
Se qualcuno avesse guardato un pochino solo attentamente quello strano
passeggero, si sarebbe accorto che non può essere un contadino.
La corriera giunge a Utel. E' il paese più grosso e più importante della zona.
Da Utel passa la ferrovia che congiunge la provincia alla città.
La stazione di Utd è l’immagine di una piccola bolgia dantesca. Schiamazzi,
urla, richiami volano da un binario all’altro, da una banchina all’altra.
Finalmente il treno. Già pieno, porta molti miliziani chiamati a Valenza per
fare della città una roccaforte rossa. Si presume che il generale Franco,
venendo dal Marocco, sarebbe sbarcato alle isole Baleari di fronte a Valenza.
P. Giovanni sale sul treno e si siede. Non è difficile trovare un posto perché
molti passeggeri amano stare ammucchiati ai finestrini, salutare con il pugno
chiuso le persone che si incontrano lungo i binari o parlarsi da finestrino a
finestrino.
Più ci si avvicina a Valenza e più cresce la baldanza e si moltiplicano i segni
e i resti delle varie deturpazioni.
Non sono solo i treni a portare sempre nuovi miliziani a Valenza; arrivano
autocarri da ogni parte e a ogni incontro si ripete la sarabanda dell’ateismo
militante.
Quando il treno si ferma a Valenza sono le due del pomeriggio. I viaggiatori
escono dalla stazione sotto gli occhi vigili delle guardie ferroviarie.
P. Giovanni esce disinvolto. Nessuno gli chiede nulla.
Si ferma fuori, l’aria è pesante, il caldo afoso.
Si guarda attorno.
Il collegio e il tempio di s. Tommaso da Villanova sono stati saccheggiati e
incendiati dalla turba rivoluzionaria. Le fiamme stanno ancora consumando i due
edifici.
P. Giovanni vede e
l’angoscia cresce nel cuore.
Si domanda che strada conviene prendere per raggiungere la casa degli amici.
La città è in piena convulsione rivoluzionaria. Le strade sono barricate e
portano i segni di trincee. S’incontra gente armata di fucile e pistola,
qualcuno spara in alto o a qualche finestra, sospetta, di che?
P. Giovanni, angosciato alla vista del tempio incendiato, si avvia e sceglie una
strada, quella che gli pare la migliore.
Sempre andando avanti, cammina e cerca con cura di scansare le strade battute
dai miliziani e dalle miliziane.
Giunge e sbocca all’angolo della piazza della chiesa dei santi Giovanni Battista
e Giovanni Evangelista. Qui rimane impietrito.
Dopo aver
bruciato la chiesa di s. Tommaso da Villanova’ la banda degli incendiari si era
messa a festeggiare l’impresa con canti, urla e schiamazzi. Godeva tanto la
furia incendiaria a vedere le fiamme alzarsi, le finestre cadere, i tetti
crollare. Bruciavano le immagini, le cappelle; il cielo diventava nero. Tutto
questo, forse, eccitò lo spirito e la fantasia di chi gridò: “A los santos
Juanes”.
E' come se fosse stato dato un ordine. Il lugubre corteo si muove al grido “A
los santos Juanes”.
La chiesa dei santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista è assieme alla
cattedrale l’orgoglio di Valenza artistica. Vi hanno lavorato autentici geni
della pittura e dell’architettura. Custodisce una biblioteca di cinquantamila
documenti della storia di Valenza. Quando il parroco, don Vincenzo Fontelles
percepisce l’arrivo della bufera, telefona al prefetto della città per avere
aiuto, si rivolge alle Belle Arti, ma tutti si dichiarano impotenti.
L’orda giunge in piazza, si precipita verso l’ingresso della chiesa, sfonda il
portone ed è l’invasione.
Accatastano i banchi, riuniscono le sedie, spaccano e frantumano le porte,
asportano libri, documenti, registri e poi fuoco.
In quel momento giunge p. Giovanni.
Resta muto, impietrito per un po’ di tempo, poi la sua anima di sacerdote lo
scuote e lo fa fremere.
“Sacrilegio! Che sacrilegio!”, esclama, senza rendersi conto del luogo e
delle persone che gli sono accanto.
Viene preso per un destrista o un fascista, nemico della Repubblica libertaria.
“Sono un sacerdote”
“E’ un prete, un prete”.
“Al fuoco! Al fuoco!”.
Viene sottratto alla folla minacciosa dall’intervento delle guardie d’assalto,
che lo conducono al Commissariato di polizia, comandato dal capitano di assalto
Uribany, ispiratore e guida feroce del sinistrismo di Valenza e di tutto il male
della città.
— "Mi
hanno detto che sei prete. Sei prete?"
— "Sì,
sono sacerdote della Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore. Mi chiamo Mariano
Garcia Mendez; in religione sono Giovanni Maria della Croce".
— "Che
hai fatto?"
— "Mi
hanno condotto qui perché ho protestato pubblicamente per l’incendio sacrilego
della chiesa magnifica dei Santi Giovanni".
— "E
a te che importa?"
— "A
me? Sono sacerdote ed è mio dovere intervenire. Non si può rimanere muto davanti
a un tale sacrilego scempio".
Alle prime ore della notte p. Giovanni Garcia è condotto in carcere al Modello
di Valenza, nel quartiere di Mislata.
Come tutti i carcerati anche p. Garcia deve dichiarare le sue generalità.
— "Sei
sacerdote?"
— "Sono
sacerdote".
— "Sei
di Valenza?"
— "Non
sono di Valenza".
— "Cosa
sei venuto a fare a Valenza?"
— "A
salutare degli amici".
— "Non
è vero,
-
rincalzano gli uomini della milizia che l’hanno
sorpreso in piazza a protestare contro l’incendio della chiesa dei santi
Giovanni Battista ed Evangelista
-‘
è un prete dell’ alzamiento".
“L’alzamiento” era la sollevazione di Franco, che per i carcerati
significa “Riscossa”, per i rossi carcerieri “Ribellione”.
Quando i miliziani finiscono di raccontare l’episodio dell’incendio, il capo
carceriere ebbe un moto di stizza:
- "Tu?"
P. Garcia non risponde.
- "Fuori!"
Il corteo si muove, attraversa la galleria n. 4, a passo cadenzato senza curarsi
se la gente dorme o no e raggiunge la cella destinata al prete. C’è altra gente
in questa cella, ma anche un branda vuota e un saccone. Il carceriere fa luce e
indica:
—"Lì."
P. Giovanni Garcia è il numero 476, quello della sua cella. Al mattino la
notizia è già circolata per il carcere: nella notte è stato messo in carcere un
prete, che ha avuto il coraggio di protestare contro gli incendiari per il
sacrilegio di una chiesa. E’ naturale il desiderio sorto in tutti di conoscere
questo prete, che ha avuto tanto coraggio, e di incontrarlo.
In carcere non riceve nessuna divisa. Veste sempre con i pantaloni ampi da
contadino, con giacca nera servita per anni ad altri e finita sulle sue spalle.
Agli occhi dei carcerieri, p. Garcia ha un delitto in più da scontare: è prete
ed è ardito. E un pericolo.
Il padre sa, ma non rinuncia ad essere prete. I carcerieri hanno ordine di
controllare con ogni scrupolo che non si portino in carcere calici, ostie e
vino, indumenti sacri. Il breviario non lo capiscono e lo lasciano, il rosario
lo prendono come un passatempo per i carcerati e non lo sequestrano.
Il prete strano non trova per nulla strano di uscire nel cortile col breviario
in mano e pregare con tale solennità e raccoglimento come se fosse nella
cappella della sua Comunità.
“Ebbi la sorte di conoscere p. Giovanni Garcia
—
testimonia p. Tommaso Vega, redentorista di
Santander —fin dal primo giorno del suo ingresso nel carcere. Pregava con
tanta devozione che non potei fare a meno di chiedergli se potevo recitare il
breviario insieme a lui. Da quel giorno, tutti i giorni eravamo assieme nel
cortile. Parte del breviario lo recitavamo al mattino e parte al pomeriggio. Ci
dovevamo incontrare nei tempi di sollievo perché non abitavamo la stessa cella.
Eravamo soltanto nella stessa galleria quarta
“.
Con uguale ammirazione don Recaredo de Los
Rios. salesiano, afferma:
“L’abbiamo potuto vedere, l’abbiamo potuto osservare ed essere edificati dal
suo fervore religioso. Ci riunivamo alle due del mattino un gran numero di
detenuti per recitare in comune le litanie dei Santi. Nei giorni di festa, non
essendo possibile celebrare la s. Messa, ci accontentavamo di leggere assieme le
diverse parti, saltando naturalmente la consacrazione.
Verso sera si recitava il rosario. Ogni sacerdote aveva il suo gruppo di fedeli.
P. Giovanni aveva il proprio. So che i suoi uomini dopo il rosario facevano
assieme a lui una specie di lettura spirituale e poi tante altre preghiere.
Quando notava una certa stanchezza nel gruppo li lasciava alla loro
conversazione e passava ad altri gruppi, dove sapeva ch‘era attesa la parola del
«padre giacchettone» “.
“Padre Giacchettone” e “padre
Gianni” sono i due vezzeggiativi con i quali è conosciuto ed è chiamato in
carcere p. Garcia.
Dal carcere p. Garcia scrive al suo ex Superiore Generale, p. Lorenzo Philippe,
ora vescovo di Lussemburgo, per auguragli buon onomastico.
Nella lettera esplicita i motivi della sua carcerazione:
“Oggi è il
suo onomastico e le porgo cordialmente i miei auguri. Chi l’avrebbe detto che
l’avrei festeggiato nel carcere Modello di Valenza? Perché, mi trovo qui da
quasi tre settimane, per aver detto alcune frasi di protesta davanti allo
spettacolo orrendo di chiese profanate e incendiate. Dio sia benedetto. Si
faccia in tutto e per tutto la sua santissima volontà. Sono molto contento di
soffrire un po‘ per chi ha tanto sofferto per me, povero peccatore... Avrei
tanto piacere che Vostra Eccellenza potesse far conoscere la mia situazione a
Puente.
Chiedo la sua paterna benedizione.
Giovanni Mariano Garcia scj
PS. Sia tutto per il Cuore Santissimo di Gesù e la sua santa Madre in spirito di
amore e di riparazione... Non so nulla dei nostri".
La sera del 28 luglio giunge in carcere la notizia di una strage avvenuta
nei sobborghi di Valenza, cento e più cadaveri erano apparsi in città. P. Gianni
riunisce nella penombra i suoi gruppi per i suffragi ai morti.
Nella notte disegna nella cella le quattordici croci della via Crucis.
E un esercizio che ama e che desidera sia praticato anche dagli amici di cella
nelle veglie notturne.
Il 29 sfida miliziani e guardiani che fanno servizio.
Nelle ore di sollievo p. Garcia si mette in ginocchio in mezzo al cortile e
comincia a pregare a voce alta.
Qualcuno gli si avvicina:
— "Padre
Gianni, dica le sue preghiere quando siamo in cella. Qui non è prudente. Lei si
compromette e compromette anche noi, Le sentinelle la stanno a guardare".
— "E’
il momento, risponde il padre, di mettere da parte ogni rispetto umano. Ora più
che mai noi cristiani siamo tenuti a confessare Cristo, nel quale solo c’è la
salvezza".
E senza più parlare mette le mani sotto le ginocchia in segno di penitenza.
Gli amici sacerdoti lo accostano e lo tirano su a forza.
In quel momento compare un ufficiale ispettore del carcere. Chiama in cella il
signor Giovanni Garcia Mendez.
L’ufficiale è
furibondo per le quattordici croci della via Crucis tracciate a matita sulle
pareti della cella. Tira fuori tutto il suo repertorio antireligioso e
anticlericale per rimproverare al sacerdote il suo oscurantismo. Secondo
l’ufficiale non c’è più bisogno di croci per guidare il mondo.
Il padre tace. L’ufficiale perde la pazienza e passa agli insulti. Grida tanto
forte che lo si sente da lontano.
“Ora 1’ ammazza,” temono gli amici.
Non l’ammazza, ma gli ordina di cancellare quelle croci. Quella sera non ci sono
più, perché una mano amica e devota del padre si incarica di cancellarle,
raschiando la parete col vetro.
Ma, il giorno dopo le croci ricompaiono e rimangono lì finché dura la sua
prigionia.
Grazie alla presenza di preti e di preti valenti il carcere è diventato luogo di
preghiere, di purificazione.
La scena della preghiera in cortile avrà innervosito più di una guardia, dal
momento che qualcuno arde dal desiderio di ficcargli una pallottola in testa
e “farlo cadere come un passerotto”.
Ma quello che dà più fastidio e innervosisce i carcerieri sono i gruppi che si
formano attorno ai preti e al quel prete.
P. Gianni Garcia è diventato l’amico di tutti. Si va da lui per vederlo,
ascoltarlo, parlargli, confessarsi.
Una nuova repressione conduce in carcere don Salvatore Hernandez, professore del
seminario di Valenza.
Don Salvatore ha con sé ostie consacrate. Naturalmente non si mette a diffondere
il suo segreto. Studia le persone a cui partecipare la sua grazia.
Don Hernandez non è nella galleria di p. Garcia. Non riescono a incontrarsi
subito; vengono a contatto a mezzo di comuni amici.
P. Garcia è felicissimo di avere con sé il Signore e don Hernandez felicissimo
nel darlo a una persona che tutti stimano e di cui tutti si fidano.
La presenza di Gesù in carcere induce padre Gianni a fermarsi più a lungo in
cella, aumentano le sue adorazioni, fa l’Ora santa insieme ai suoi compagni di
cella.
Una mattina
don Hernandez gli consegna un frammento dell’Ostia consacrata. Quella diviene
una giornata eccezionale.
I compagni di cella lo vedono assorto in un raccoglimento da cui nulla può
distoglierlo. Rumori, vocii, richiami, nulla.
La cella 476 quel giorno è trasformata in cappella. I compagni entrano ed escono
silenziosi, con molto rispetto. Preferiscono avvicendarsi nelle mansioni del
padre e lasciarlo lì in preghiera e adorazione, a tu per tu con Dio.
Egli, p. Gianni prega anche per loro.
Per quanto ridotte a frammenti le ostie portate da don Hernandez non possono
durare più di un certo numero di giorni.
Servendosi delle opportune autorizzazioni concesse dal S. Padre per la
circostanza, don Hernandez fa sì che si riesca a celebrare la S. Messa in
carcere.
Antonio Meseguer, idraulico, detenuto a cui è affidato l’approvvigionamento
dell’acqua, riferisce a p. Giacchettone:
— "Questa
notte sono stati chiamati una quarantina di detenuti. Si dice che quei
disgraziati li abbiano portati a Paterno e li abbiano fucilati in località El
Picadero”.
— "Non
sono disgraziati, sono fortunati. Possiamo essere più che convinti che questa
sarà anche la nostra fine. Tutti corriamo la stessa sorte. Ben pochi sono i
sacerdoti che si salveranno. Io sono già pronto a fare la volontà di Dio. Sono
sacerdote e anche religioso. Per noi non ci sarà pietà, siamo condannati al
martirio".
Antonio si ritira, pensieroso lascia la cella 476. Vi ritorna più tardi e chiede
di confessarsi.
Era ancora l’alba quando si presentano i membri del comitato rivoluzionario.
Il capatazzo ha in mano un foglio di carta. Legge e grida un nome. Dalla cella
risponde una voce. Dal drappello si staccano alcuni, spalancano la porta e
gridano sarcastici: “In libertà”. Tra i chiamati non c’è p. Garcia.
Ma quella
mattina egli non scende in cortile. Rimane in cella e prega; prega per sé e per
quelli che sono stati chiamati.
Passa il mezzogiorno, il pomeriggio... Si fa sera.
P. Gianni è ancora assorto in preghiera, quando nella galleria n° 4 risuonano
nuovi passi pesanti.
— "Giovanni
Garcia Mendez!"
Nel silenzio quella voce e quel nome rimbombano. Si è
tra le nove e le dieci
— "Giovanni
Garcia Mendez!"
La voce questa volta è più forte e irata.
P. Gianni è assorto in preghiera; i compagni di cella non osano richiamare
l’attenzione del padre.
In galleria si parlotta. “E’ nella cella 476”.
Si contano le celle. “E’ qui”.
Viene spalancata la porta e sulla soglia viene ancora una volta gridato:
“Giovanni Garcia Mendez”.
— "Sono
io".
— "Andiamo".
P. Gianni saluta gli amici.
La voce tonante del miliziano ha messo all’erta tutti i detenuti della galleria
n° 4.
Essi sono alle finestre per vedere il corteo e per salutare il padre per
l’ultima volta.
Il gruppo di p. Garcia è composto da dieci persone: due sacerdoti e otto laici.
I sacerdoti sono p. Giovanni e don Vincenzo Martin Palanca. Si conoscono solo
quattro nomi dei laici: Emanuele Cordellat, Francesco Roquier Lopez, Gesuino
Villereol Muñoz, Luigi Lozano Lopez.
Nessuno ha raccolto i nomi degli altri quattro. Ma meritano anch’essi la nostra
ammirazione e la nostra venerazione.
P. Garcia anima e sollecita i compagni a essere saldi e forti nella fede, a
ricordarsi di Gesù...
Sono lì, ammucchiati nell’androne, tra guardie truci, insultanti. Sono lazzi che
volano. Per tre ore i condannati alla “libertà” rimangono sospesi tra la vita e
la morte.
Ogni tanto un
carceriere scompare e ritorna con un “No, non ancora”.
Si è assentato per vedere se fosse arrivato il camion della morte.
Ricominciano le imprecazioni, specie contro i commilitoni miliziani che non
giungono con sollecitudine. E poi quel mormorio di preghiere e di parole
incoraggianti ad affrontare con dignità la morte per amore di Gesù dà loro
fastidio.
Per i laici, quelle parole che i sacerdoti dicono sono vere, giuste. Nella
disgrazia si ritengono fortunati di essere compagni di p. Gianni, ma non possono
fare a meno di pensare alle loro famiglie e qualche lacrima spunta sul loro
viso.
P. Garcia vede il turbamento negli altri, scorge le lacrime e si avvicina agli
amici e stringe la mano dell’uno e dell’altro.
La stretta di mano è più eloquente di ogni discorso.
Gli uomini si abbandonano sulle sue spalle, le loro braccia stringono l’amico
sacerdote.
Quelle manifestazioni di solidarietà e di affetto innervosiscono i già nervosi
miliziani carichi di fucili.
— "Prete,
muoio dalla voglia di ficcarti una pallottola in fronte. Qui. E fa cenno con il
dito".
— "Dieci
al cuore".
Il padre non risponde.
Uno del suo gruppo gli si avvicina ed esclama:
— "Anche
lei, padre?"
— "Anch’io
figliolo".
E’ don Vincenzo. I due si donano reciprocamente l’assoluzione e invitano i
compagni a riceverla anch'essi.
Il tempo
passa..., ecco, il rumore del camion che arriva.
— "Preparatevi
al trasloco". L’autocarro si pianta di fronte all’entrata e caccia
all’interno due potenti fari accesi.
— "Trasferimento!"
grida l’uomo di guardia.
I nuovi
venuti, i militi della morte, legano “i martiri” tra di loro, la destra dell’uno
con la sinistra dell’altro. Questi, così legati, devono salire sull’automezzo.
Non è impresa facile. Salgono a forza di spinte.
L’automezzo si muove. Si spara verso le finestre per intimidire, non si vogliono
testimoni. Ma questi ci sono e ci saranno. Malgrado gli spari intimidatori,
occhi coraggiosi vedono. Non sanno chi sono, ma sanno bene che sono dei
condannati a morte per Cristo.
Sul camion, tra i sollazzi dei carcerieri e l’ansimare assordante del motore, p.
Garcia supera se stesso. Lo zelo che lo divora, l’amore di Dio, l’ora della
morte vicina gli suggeriscono parole e preghiere che lo trasformano in vera
guida spirituale. Il viaggio non è tranquillo. P. Giovanni riceve più di un
calcio dai miliziani e più di una pestata di fucile sul petto e sulla schiena: è
vietato incoraggiare, sostenere i propri compagni di viaggio.
Dietro il camion l’autovettura dei comandanti.
Il suono del clacson disturba e sveglia gli abitanti di Beniparrel, Albel,
Alfafar, Catarroja, Nuyanasa; si prosegue, si va ancora più avanti si arriva ad
Albufera, la si attraversa ed ecco Silla, paesino sconosciuto, piuttosto remoto
rispetto a Valenza. Ma è proprio Silla la meta.
Giunto a Silla il camion attraversa un ponte e si inoltra in un campo, è in
leggero pendio.
Qualche finestra si apre, ma deve subito chiudersi perché i miliziani sparano
contro. Non vogliono testimoni, ma questi ci sono.
Il camion si ferma, si fanno avanti i capi e ordinano di scendere.
I prigionieri sono ancora legati e così devono scendere. Chi ha difficoltà viene
spintonato
Scesi o buttati a terra il gruppo dei condannati si ricompatta, p. Giovanni
recita la preghiera Anima Christi, i compagni lo invitano a continuare,
egli offre a Dio la sua vita in spirito di amore e di immolazione.
— "Avanti!"
Il plotone non va lontano. Si sale un po’, c’è un fossato.
I prigionieri vengono schierati in fila lungo il fossato; si piazza anche il
plotone di esecuzione, qualche spintone per occupare il posto di fronte ai
preti, e a quel prete che fa da capo.
Il comandante dei
miliziani urla e si impone con la forza, il plotone è pronto.
Un ordine: "Fuoco!"
Una risposta: "Viva Cristo Re".
È l’alba del 24 agosto 1936.
I corpi dei
martiri cadono nel fossato, il sangue si sparge e santifica quella terra. Viene
il colpo di grazia.
Bisogna ripartire. Ma il capitano si ferma, ha ancora la pistola in pugno,
osserva ...
uno è ancora vivo e continua a pregare. E’ p.
Garcia.
— "Ancora!"
E spara ancora.
Eseguita la carneficina i miliziani abbandonano i corpi.
Ma, ombre furtive, piene di paura e veloci raccolgono i corpi e danno loro
sepoltura nel cimitero in una fossa comune tutti e dieci insieme, uno accanto
all’altro o uno sull’altro, così come capita. Si copre la fossa e sopra nessun
segno.
Ma coloro che non vogliono testimoni, sono proprio loro a raccontare quanto
hanno compiuto.
Raccontano o si vantano di aver ucciso il prete, il “prete giacchettone”
e i suoi compagni, lì a Silla, nei pressi di un ponte, su di un piccolo balzo,
lungo un fossato, dove si trovano quattro alberi d’ulivo.
Indicazioni preziose che p. Lorenzo Cantò, confratello di p. Giovanni raccoglie
e conserva.
P. Lorenzo è in carcere anche lui al Modello, chiede notizie del suo
confratello, ma egli non è più.
Gli raccontano della sua prigionia, del suo eroismo e della sua testimonianza di
fede.
Sono ancora lì, in carcere, Antonio il fontaniere, e gli racconta della sua
confessione; don Hernandez, quello della messa in carcere, piange e confida:
“Il nostro padre Giacchettone è stato per tutti un angelo consolatore, un
suscitatore di speranza nel tetro grigiore del carcere. L’ho visto scendere con
altri nove al pianterreno del carcere la notte del 23 agosto e poi non l’ho più
visto. Un ufficiale mi ha detto che fu condotto al paese di Silla e lì su un
declivio subì il martirio che non temeva e desiderava”.
Don Tommaso Vega, salesiano, e don Edoardo Muñoz che ricorda la notte del 23
agosto e l’alternarsi con lui nella recita del breviario;
“lo conservo ancora perché p. Gianni lo diceva al mattino e io la sera. Ecco
è ancora nelle mie mani. Lo prenda, padre, è del suo confratello, lo conservi
come ricordo della sua vita santa
“.
Don Edoardo sarà martirizzato la notte del 5
dicembre.
P. Lorenzo, invece, esce dal carcere nel marzo seguente.
Sono ancora lì quei
quattro ulivi striminziti. Li trova p. Lorenzo, quando si reca a Silla. Solo qui
può sapere qualcosa di più e dove poter trovare il corpo del suo confratello.
A Silla non conosce nessuno, ma la bufera è passata. Ora può tranquillamente
chiedere notizie. Concordano con quelle raccolte in carcere. Sul declivio
chiamato Coma una notte ci sono stati degli spari e dei morti.
P. Lorenzo
segue le indicazioni, giunge al ponte, sale per il campo, ecco i quattro olivi.
E’ il luogo del martirio. Ma i corpi? Dopo una sosta per pregare, si reca dal
sindaco.
Questi conferma il luogo del martirio, dice che i morti sono sepolti nel
cimitero e che lui stesso ha assistito alla loro sepoltura.
Afferma ancora che gli stessi miliziani che li avevano uccisi fecero da
becchini; questi di uno in particolare affermavano che era prete.
P. Lorenzo descrive p. Garcia: le sue fattezze, il vestito povero che avrebbe
potuto indossare.
Il sindaco conferma e indica la fossa scavata tre anni prima.
Non c’è nessun segno su di essa.
E’ desiderio di tutti ricuperare la salma di p. Giovanni Garcia. Si muovono p.
Goebels, superiore di Puente la Reina, p. Lorenzo e p. Agostino Sanchez.
Sono con loro le autorità di Silla e anche i parenti delle altre vittime.
Delicatezza e prudenza per una maggiore sicurezza nel riconoscimento delle
salme.
Nessuno sa a quale profondità sono sepolte; si inizia a scavare; non si va molto
oltre un metro quando si incontra la prima.
L’uomo che scava si ferma, poggia la pala in un angolo e rimuove la terra con le
mani.
P. Goebels ha un sussulto:
— "E’
lui, è p. Giovanni".
— "Padre,
come può dirlo?"
— "E’
lui, è lui, è il p. Giovanni. Aveva un terribile male di denti e lo costrinsi a
fare una piccola protesi, un ponticello d’oro alla mandibola inferiore sinistra,
il ponte è lì al suo posto. Non è stato toccato, non si è mosso".
Non è un’informazione sicura. Ad altri potrebbe essere successo la stessa cosa.
P. Goebels, un po’ contrariato deve ammetterlo; ma lui è sicuro, quello è p.
Garcia gettato nella fossa per ultimo.
Lo scavatore
procede. Ecco i vestiti, sono abbastanza ben conservati. In una tasca dei
pantaloni un taccuino: sono segnati gli indirizzi di persone amiche e di
Benefattori.
Il taccuino è traversato da una pallottola di fucile, segno che più di uno aveva
mirato su di lui.
La calligrafia del padre è ancora leggibile.
P. Goebels continua a ripetere.
— "E’
lui, è lui".
Si libera finalmente il suo famoso “giacchettone”; la camicia non è
ricuperabile, ma sotto la camicia, ancora appesa al collo la croce della sua
professione, quella crocetta nuda con un cuore d’argento, campeggiante nelle
piccole traverse e lo scapolare del S. Cuore.
La salma viene portata a Puente la Reina.
“Se non è orgoglio, se non è presunzione, se a te piace. Dio dell’anima mia,
se è conforme al tuo beneplacito e alla tua gloria, concedimi almeno dieci anni
di vita per lavorare con vivo interesse e zelo per la tua gloria alla salvezza
delle anime “.
Così aveva pregato e scritto il 16 gennaio
1926.
All’alba del 24 agosto 1936 il S. Cuore accoglie la sua vita.
11 marzo 2001
all’alba del nuovo millennio
la Chiesa lo riconosce e proclama Beato, perché martire di Cristo.
Tratto da "L'Araldo" n.2/2001. A cura di
P. Leonardo Cusmai, scj
"Tutto per te, Cuore Sacratissimo di Gesù"
Beato p. Giovanni Mariano Garcia Mendez, scj, martire.
P. Tanzella, Padre Garcia,
ED-Roma Sempreverdi, 1995.
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