|
|
|||
|
Parrocchia
Santa Maria del Faro
La chiesa di Santa Maria del Faro è un luogo di culto di Napoli; si erge nel quartiere Posillipo, sul porticciolo di Marechiaro. La chiesa, ricordata già nel XIII secolo, fu restaurata nel XVIII secolo su disegno di Ferdinando Sanfelice per commissione della famiglia Mazza.
L'edificio è un'opera barocca a navata unica e cappelle con piccoli pezzi di arredo provieniente da scavi romani, come attestano due sarcofagi romani sui quali vi è lo stemma della famiglia Mazza. Il tempio contiene anche alcuni resti della villa romana di Pausylipon, che la tradizione vuole sorgesse sul luogo dell'antico faro romano. (Da Wikipedia, l'enciclopedia libera)
Via Marechiaro, 96/A - 80123 Napoli Tel. 081 7691439 – Fax 081 5750302 - e-mail: faituma@libero.it Affidata ai RR.PP. Dehoniani Parroco: P. Aniello Panzariello scj. La bibliografia sul tempio di S. Maria del Faro è piuttosto estesa. Una citazione piuttosto interessante è quella rilevata in un manoscritto della Biblioteca dei RR. PP. Pii Operai in S. Giorgio ad Forum. Il testo è del ‘600 ed il D’Aloe lo riassume così: “S. M. del Faro è una cappella antica nella falda del Monte di Posilipo presso una possessione della famiglia Campanile; vi habitano alcuni pochi frati conventuali di S. Francesco e perché era beneficiale la sua rettoria se ritrova annessa alla sacristia della chiesa arcivescovile”.
Verso la fine del XVII secolo, quando
sui luoghi si estese la penetrazione incontenibile di Francesco Maria Mazza,
essi alienarono a favore di costui gran parte delle loro proprietà ed anche
il diritto di patronato sulla chiesa che si presentava in uno stato di
decadenza e di semi abbandono. Sono questi gli anni nei quali la famiglia
Mazza, che già risiedeva a Marechiaro da due generazioni, consolida il
predominio sulle terre costruendovi una lussuosa villa circondata da
stupendi giardini ed orti. Francesco Maria Mazza, le cui proprietà
confinavano con l’area su cui sorgeva la degradata chiesetta, ottenne dal
Pontefice Innocenzo XI, nell’anno 1680, le autorizzazioni necessarie per
demolire gran parte delle vetuste strutture e per costruire su di esse un
nuovo tempio. A compensarlo delle ingenti spese, una bolla papale gli
assicurava il diritto di patronato laicale perpetuo sui luoghi per sé e per
i suoi discendenti ed eredi. Egli, onde sancire questo diritto, fece
incidere la seguente epigrafe su di un marmo inchiodato alle pareti del
tempio: D.O.M. FAMILIAE MAZA E GENERE LONGOBARDORUM A COMITE DONADEO AB.
ANNO ML ORIGINEM TRAHENTI ROGERIO INTER COMITES CAROLI PRIMI SIMONI EIUSDEM
REGIS ROBERTI CONSILIARIO CORRADO SUB CAROLO III ET ANTONIO SUB LADISLAO
REGE CIAMBELLANO CIVITATIS NICASTRI DOMINO TOT TANTISQUE EXMIJ NOMINIS VIRIS
FEUDIS DIGNITATIBUS, HONORIBUS CLARIS TUNC IN SEDILIS POTAE NOVAECIVITATIS
SALERNI NOBILITATE ORIGINARIE ALLECTIS ALOJSIO PRAESERTUM ANTONIO ITIDEM SUB
FERDINANDO PRIMO ET MARCO ANTONIO CAROLO QUINTO IMPERANTE TERRAE SANCTI
ANGELI ALLESCA BARONIBUS FABIO ET JOANNI BAPTISTAE FILLIS DIDACO DEMUM
SENIORI IPSIUS JOANNIS BAPTISTAE FILIO VITA FUNCTIS NON FAMA ANTONIUS ET
FRANCISCUS M. MAZA CIVITATIS SALERNI PATRITIJ UT GENTILITIAS MAJORUM
SERVARENT IMAGINES P. ANN. DOM. MDCLXXXII (posero nell’anno del Signore
Così, attraverso l’iscrizione marmorea, si ha certezza che la prima, importante metamorfosi dell’antichissimo oratorio di S. Maria del Faro risale alla fine del XVII secolo.
L’affresco della Madonna del Faro. La Vergine è ritratta con vesti e drappeggi che si richiamano all’uso greco, tanto da poterla raffrontare, per varie somiglianze, con la tavola antichissima di Santa Maria dell’Idria che la leggenda attribuisce al pennello di San Luca Evangelista. Anche l’edicola concava in cui è affrescata l’immagine, ricorda, per singolari analogie, uno stile arcaico prettamente locale che si espresse, in epoca romana, attraverso le due edicole similari nelle quali erano riprodotte le immagini della dea Odegitria e del dio Mithra.
Due buone
tele, entrambe attribuite a Paolo de Matteis, ornano le pareti della navata.
Una ritrae S. Nicola a figura intera che alza la mano destra benedicendo.
Con la sinistra sorregge un libro e tre sfere dorate; sulla parte destra
della tela tre bimbi alzano le braccine verso il santo in segno di
ringraziamento per la guarigione; sullo sfondo appare un angelo che sostiene
un vassoio con l’ampolla.
L’altro dipinto, posto di fronte al primo, ritrae S. Francesco di Sales con accanto un teschio e San Gennaro; al centro risalta la figura di San Matteo e di un putto che porge un calamaio; verso l’alto appaiono Gesù Bambino e San Giuseppe, mentre la parte angolare sinistra è dominata da S. Pietro d’Alcantara che sostiene un libro sul quale si legge “Vivat Jesus”. L’altare, in marmi policromi di discreta fattura tardo secentesca, è notevole per le due teste di cherubini magistralmente scolpite con tecniche e stili peculiari dei maestri marmolari napoletani dell’epoca. Il paliotto riporta in un cerchio l’iscrizione MRA. In basso, ai due lati, risaltano gli stemmi della famiglia Maza.
Questa lastra tombale doveva probabilmente trovarsi sul pavimento della navata, sovrastante l’ipogeo, e fu tolta dal suo luogo originario nel 1680, quando i Maza restaurarono il tempio. Essendo stata esposta fuori della chiesa e inserita nel muro di fronte alla facciata, verso la fine del secolo XX mani ignote la asportarono nottetempo. Due frontoni di sarcofago risalenti alla metà del primo Millennio, scolpiti però a strigliature databili ai primi anni del ‘700, con al centro lo stemma dei Maza, sono ora esposti lungo le pareti esterne della chiesa. Il frammento di un capitello decorato sulla faccia principale da foglie d’acanto e sulle due laterali da formelle ovoidali alternate con dentelli, è stato riutilizzato come base per un crocefisso di recente fattura.
Il residuo marmoreo, opera d’ignoto del XIV secolo, faceva parte, secondo gli esperti, della struttura primaria della chiesa. Interessante la lastra di marmo datata 1663, con al centro l’insegna stemmata con una torre tra le onde. Vi è incisa la seguente epigrafe: “Matthias Campanilis - Mandolphiae terrae dominus - Gentilitio splendore clarus - Jurisprudentim coluit non exercuit - virtutis unum requierens decus - non stipendia - a mortalis inter vite vicissitudines - populares inter tumulus - in vectigalium iactura - hanc in oram se contulit - tandem fasto correptus - coelitum vicissitudinis - expers - animo non concidit - tandem fato correptus - mortalitatem exulit - atq. hoc in templo - aptissimi - ute pharo integratis face preluceat - posteris - ex animi sui voto reliquit - parenti optimo filu non degeneres M.P.P. - Anno MDCLXIII” All’interno della Chiesa sul lato destro del presbiterio, è visibile un’altra lapide (prima collocata all’esterno) che ricorda il restauro della chiesa da parte della famiglia Maza su concessione di Papa Innocenzo XI. Eccone il testo: “ D.O.M. - INNOCENTIO XI PONT. MAX. CONCEDENTE - SACRAM HAC VETUSTATE IA COLLABENTE - A FUNDAMENTIS REPARAVIT - ISTAURAVIT - EXORNAVIT - DONAVIT - JUSPATRONATUS PRO SE SUISQUE HAEREDIBUS - HAC SUCCESSORIBUS IN PERPETU ESSE VOLUIT - V.I.D. D. FRANCISCUS MARIA MAZA - ANNO MCCCCCCLXXX “
Ad un attento osservatore non deve sfuggire il suggestivo bassorilievo marmoreo con due eguali medusei a tondo, dalle cui labbra sgorgavano, in origine, i getti d’acqua cadenti nella sottostante vasca rettangolare. Il manufatto è ora posto sulla parete a destra e funge da fonte battesimale. Ai bordi è leggibile la scritta: DEIPARAE SINE LABE CONCEPTAE – JANUARIUS CASCONUS EX VOT......A.D. 1716.
|
|||
| Nel territorio della parrocchia S. Maria del faro sorge un tempietto della dea Iside. Nelle vicinanze di Nisida si trova l'antico porto naturale di Pozzuoli dove è sbarcato S. Paolo (At 28,13). Siamo nell'anno paolino. Si sta preparando al riguardo un video. Cordiali auguri. P. Tarcisio, scj | |||
|
|
|||
|
Casa S. Maria Via Roccabrignola, 1 63036 Pagliare AP |
|||
|
|
|
| |