P. GIOVANNI LEONE DEHON
IL CUORE SACERDOTALE DI GESU'
MEDITAZIONI PER IL CLERO
Introduzione del P. A. Tessarolo s.c.j.

 

INDICE

Prefazione ……………………………………………………….............................» >

La prima origine del Sacerdozio è nel seno del  Padre…………….........................…» >
Dio manda il Figlio suo nel mondo perché sia il suo sacerdote……….....................…
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Consacrazione sacerdotale di Gesù nel dono dello Spirito………….......................…
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Gesù Cristo, unico ed eterno sacerdote …………………………….........................
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Gesù Cristo è sacerdote e vittima in tutta la sua vita ………………….......................
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Nel sacerdozio di Cristo bisogna considerare soprattutto il suo Cuore.........................
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La famiglia del Salvatore e la sua infanzia……………………………........................» >
Gesù al tempio: gli studi ecclesiastici……………………………….......................…
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Gli esercizi spirituali dei sacerdoti…………………………….…….….....................
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e la predicazione………………....…...…................…
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e la perfezione………………….......……...............…
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Le parabole della misericordia ……………………………...……....…..................
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Il. Cuore sacerdotale di Gesù e i peccatori………………..…………......................
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e i sofferenti ………………..………..…....................
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Le relazioni del Salvatore con gli Apostoli………….…...………........….................
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e la temperanza ………..………….…...….................
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e le relazioni col mondo …………….…..................…
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 Il Cuore sacerdotale di Gesù e la famiglia …………………………...….................
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Il Cuore sacerdotale di Gesù di fronte alla natura e all’arte ………............................
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e le tentazioni ………………………......................…
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e la preghiera ……………………….........….............
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e lo zelo   ………………………..…....................….» >
Il Cuore sacerdotale di Gesù e la religione ………………………...........................
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Il Cuore sacerdotale cli Gesù nelle prove ………………...……....…..................…
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e la vita sociale ……………...…….......................….
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e la S. Messa ………………...……......................…
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Il testamento e la morte del sacerdote …………………...........……...……...........
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Il Cuore sacerdotale di Gesù e la Vergine Maria …..…………...............…......…...
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S. Giovanni, l’apostolo del S. Cuore ……………...…………….....…...................» >
Il Cuore sacerdotale di Gesù nell’ Eucaristia ……..….………….................…........
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L’immortalità del sacerdote ..……………………………....…..….................…....
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 La ricompensa del sacerdote ...…………………………….....……..................…
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(Traduzione dal Francese )

P R E F A Z I O N E


Solo in modo improprio, scrive il P. Dehon all’inizio di questo suo libro, si può parlare di sacerdozio del Verbo in seno alla SS. Trinità, nel senso cioè che il Verbo è l’irradiamento della gloria del  Padre, il con-principio dello Spirito Santo, eterna risposta d’amore all’amore eterno del Padre.
 Propriamente parlando, il sacerdote è «il mediatore tra Dio e gli uomini » ;  perciò anche il Verbo
diventa sacerdote in senso vero solo con l’incarnazione.  Anzi è proprio mediante l’incarnazione che
Gesù Cristo è sacerdote, perché in quanto Uomo-Dio è l’incontro della creatura col Creatore, l’incontro
 dell’umanità peccatrice con l’amore misericordioso di Dio salvatore.
La mediazione sacerdotale di Cristo si esercita in due forme diverse e complementari:
una mediazione discendente, in quanto Gesù Cristo appare come il donatore della vita divina all’umanità; Theoforos,  portatore di Dio, egli viene, perché tutti ricevano dalla sua sapienza.
Ma il sacerdozio di Cristo implica anche
una mediazione ascendente, in quanto porta gli uomini a Dio. Egli unisce a sé le anime nella grazia e nella carità; per condurle verso il Padre in un eterno trionfo d’ amore.
Amore di Dio per l’umanità, amore dell’umanità per Dio, passano e s’incontrano nella persona dell’Uomo-Dio, Cristo Gesù. L’amore di Dio si incarna nella divina povertà di Betlemme, per donarsi totalmente, senza riserva, fino alla morte di croce. Chi vuole conoscere l’amore che Dio ha avuto per noi, guardi a Gesù crocefisso, col Cuore squarciato.
Sic Deus dilexit...
Segno e sacramento dell’amore di Dio che si dona all’umanità, Gesù Cristo è contemporaneamente segno e sacramento dell’umanità nel suo cammino di ritorno all’amore del Padre. L’Uomo Cristo Gesù si è dato a Dio per amore, un amore spinto fino al sacrificio supremo; inchiodato sulla croce, immobile e sereno, egli resta nei secoli « l’abbandono personificato»  alla volontà e all’amore del Padre. Così Gesù ha amato il Padre. Così in Gesù e con Gesù l’umanità deve amare e darsi a Dio.
Amore gratuito, che si dona attraverso il sacrificio, quello di Dio.
Amore gratuito, che si dona attraverso lo stesso sacrificio, anche quello dell’umanità.
Sacerdote e mediatore in questo « commercio »   tra Dio e l’uomo, tra il mondo e l’eterno, è Gesù Cristo, eterno Pontefice del creato.
E siccome tutti i rapporti tra Dio e l’uomo, come anche  tra l’uomo e Dio, sono motivati e vivificati dall’amore, è giusto situare questo ineffabile « incontro »  nel Cuore di Gesù, il centro dell’Uomo-Dio, «fornace ardente di carità » .

Dio stesso, negli imperscrutabili disegni della sua Provvidenza, invita le anime a darsi convegno ai piedi della croce, lo sguardo fisso al costato trafitto da cui sgorgarono sangue ed acqua. E tutti guarderanno « a colui che hanno trafitto» : Videbunt in quem transfixerunt (Giov. 19, 37).
Fiotti d’amore e di grazia che scendono; sguardi di pentimento e d’amore anelante all’unione; punto d’incontro, il cuore dell’Uomo-Dio. In questi temi si riassume tutta la missione di Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini, eterno Sacerdote per la gloria del Padre e per la salvezza dell’umanità.
Le pagine che seguono vorrebbero esporre con molta semplicità una spiritualità sacerdotale che si
ispiri a questi temi che fanno centro nel Cuore di Gesù sacerdote.


OMNIA PER IPSUM
Già S. Matilde e S. Geltrude consideravano il Cuore di Gesù come un cuore di sacerdote e di mediatore, come l’organo e lo strumento di tutti i nostri doveri di religione verso Dio.
Il Sacerdozio e la mediazione di Cristo sono essenzialmente un mistero d’amore; le sue azioni, dalle umili alle più sublimi, hanno valore di salvezza soprattutto perché sono ispirate e animate dall’amore. E’ impossibile quindi comprendere appieno il mistero del suo sacerdozio, se si prescinde dal suo sacro Cuore, in cui si radica e da cui irradia.

Tutta la nostra vita spirituale e la stessa nostra attività sacerdotale, dalla recita del divino ufficio alla celebrazione della S. Messa, dall’istruzione religiosa all’amministrazione dei sacramenti, tutto deve essere vivificato da quest’amore, tutto deve ispirarsi a questo Cuore, se vogliamo essere veramente i « vicarii amoris Christi », come ama considerare la Chiesa i suoi sacerdoti.
il mistero dì Cristo è un mistero d’amore, e solo nel suo Cuore riceve la sua espressione simbolica ideale; ogni sacerdote, quindi, essendo partecipazione del sacerdozio di Cristo, deve ispirarsi allo stesso ideale, e fare del Cuore di Gesù Sacerdote il centro e il modello della sua vita e della sua spiritualità
Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Jesu, ci dice S. Paolo (Filp. 2, 5). Questa massima, se vale per tutti i cristiani, vale in modo particolare per i sacerdoti, chiamati a continuare nel mondo l’opera stessa del Redentore. Tutto in noi deve convergere nel Cristo, tutto ci deve portare a Cristo, e neI Cristo al suo Cuore divino: Omnia per ipsum, et cum ipso, et in ipso.
Nessun’altra spiritualità, più della spiritualità sacerdotale, deve sentire la necessità di incentrarsi nel S. Cuore, perchè nessuno più del sacerdote è chiamato a vivere in questo oceano d’amore che è il mistero cristiano.
Tutta la vita del sacerdote gravita attorno all’incarnazione, alla passione e all’eucaristia, che sono i tre grandi atti sacerdotali di Cristo:
l’incarnazione, perché  fonda il suo sacerdozio; la passione, in cui offre il sacrificio redentore; e l’eucaristia in cui, con un altro atto sacerdotale, si dona alle singole anime.
Ma questi tre momenti della vita di Cristo sono, al tempo stesso, le tre grandi rivelazioni del suo amore:
Sic Deus dilexit...; ... in finem dilexit eos; dilexit et tradidit semetipsum!
Incarnazione, passione ed eucaristia sono come tre fiumi d’amore che partono dall’oceano e ad esso ritornano, dono aver percorso e vivificato il mondo.
Ii sacerdoti si inseriscono, per vocazione, proprio in questo mistero; sono i ministri proprio di questo amore sacerdotale, che irradia dal Cuore di Gesù e ad esso deve far ritorno. Compenetrati, vivificati, trasformati dalle fiamme di questo amore, essi devono a loro volta vivificare e trasformare l’umanità, per condurla, sposa monda e senza ruga, all’incontro con lo Sposo, per l’amplesso di un eterno amore.
« Il S. Cuore è il tutto del Vangelo»  , scriveva il
P. Dehon. Questa frase si potrebbe applicare al caso nostro e scrivere: «Il S. Cuore è tutto per un sacerdote»  .
Per il suo stesso ministero, il sacerdote dev’essere continuamente a contatto col mistero di Dio-Amore che si vuole donare alle anime; nella sua attività apostolica, egli deve  essere continuamente un richiamo d’amore per tutte le anime che si accostano alla sua persona. Ogni sacerdote, quindi, per il solo fatto di essere tale, si sente continuamente chiamato a una vita fondata sull’amore.
In tutto il suo essere e in tutto il suo agire, egli si sente frutto d’amore e fatto per l’amore. Per questo il S. Cuore si trova, quasi naturalmente, al centro di ogni spiritualità veramente sacerdotale.

 

AMORE E RIPARAZIONE
Dobbiamo però soggiungere una cosa: la spiritualità che irradia dal S. Cuore è caratterizzata anche da un secondo elemento: la riparazione. E difatti spirito di riparazione è lo spirito intimo di Nostro Signore, il grande Riparatore del Padre. Noi saremo tanto più vicini all’ideale, quanto più sapremo riprodurre e vivere in noi i sentimenti e l’atteggiamento interiore del Salvatore Gesù: Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Jesu.
La nostra vita riparatrice, quindi, deve ispirarsi agli esempi del nostro divin Maestro, e in primo luogo al suo atteggiamento interiore durante il suo sacrificio supremo: volontà di offerta e di olocausto in un dono totale di sé, che si esprime in un atto d’amore supremo per il Padre e per l’umanità da salvare.
La pratica
dell’idea riparatrice, consiste poi in una assimilazione sempre maggiore a questo spirito di Nostro Signore; spirito che deve informare tutte le nostre attività e tutti i nostri impegni apostolici.
Insisto soprattutto su questo
aspetto generale, su questo atteggiamento fondamentale del nostro spirito.
L’idea riparatrice, attinta al Cuore di Gesù e alimentata dal nostro amore per lui, è un grande soffio spirituale che dà vita e significato a tutta la nostra attività sacerdotale e apostolica.
La perfezione della carità. - Un sacerdote riparatore è un sacerdote il cui cuore, meglio plasmato sul Cuore di Cristo, brucia d’amore per il suo Cuore ferito, e in più brucia dello stesso fuoco che arde nel Cuore del grande riparatore Gesù.
Questo fatto importa, potremmo dire, la perfezione della carità, che spinge l’animo ad evitare in
tutta la sua vita ogni sorta di peccato, con la preoccupazione costante di rimettere sempre in ordine le proprie passioni e quelle che dovrà denunciare con apostolica franchezza negli altri.
Solo così il sacerdote potrà diventare strumento docile nelle mani del Padre, per la redenzione del mondo.
La pratica dell’idea riparatrice si concreterà poi nella delicatezza, nella sincerità, nella verità di un’anima profondamente umile, totalmente aperta, interamente penetrata dallo spirito di Gesù.
Le conseguenze di questo atteggiamento sono inevitabili: «
Ti ho scelta, diceva Nostro Signore a
S. Margherita Maria,
come un abisso di ignoranza e di debolezza, per farti servire ai miei disegni ».
Questa disposizione è molto importante nella nostra vita spirituale e nella nostra vita apostolica:
avere la coscienza che facciamo
l’opera di un Altro, l’opera di Dio, accettando tutto dalle sue mani: il campo di azione, le modalità di lavoro, tutto.
Il nostro « io » deve diventare pura trasparenza, per lasciar agire Gesù in tutto, perché l’opera alla quale siamo stati chiamati è l’Opera della Riparazione, nella quale, senza lui, non possiamo far nulla.
D’altra parte, se viviamo nell’amore,
Gesù mette a nostra disposizione la sua onnipotenza: « Omnia possum in eo qui me confortat (Filp. 4, 13).
Perciò, la nostra preoccupazione costante dev’essere l’amore: Amare Gesù; amarlo amando le anime, memori che ogni atto d’amore consola Gesù, mentre non c’è consolazione senza amore.
Infine, l’idea riparatrice, intesa come atteggiamento interiore di un’anima sacerdotale, troverà in tutte le prove e le contraddizioni della vita un continuo motivo per vivere, anche sensibilmente quasi, la nostra partecipazione alla passione redentrice di Cristo.
Questo pensiero, di vivere la nostra vita sacerdotale in unione coi misteri di Gesù redentore, ci deve accompagnare dovunque, uniti a Gesù in croce nei momenti di prova, uniti agli splendori del Risorto nei momenti di gioia, in uno sforzo perenne di portarci e di portare tutto a Gesù, perché  in lui tutto sia santificato e divinizzato.
Riparare infatti vuoi dire riportare a Dio tutta la realtà creata, attraverso il sacrificio della croce, fino agli splendori della resurrezione. Dolorosa la via, luminosa e gloriosa la meta: vivificare l’universo, a tutti comunicando la vita divina presente. in Gesù, il grande Riparatore.
Se la Riparazione, invece di restare un’idea astratta, diventa veramente uno slancio dinamico, ricco di entusiasmi e di risonanze concrete come l’
Ecce Venio del Signore, non potrà non irradiare attorno a noi frutti di santità e di apostoliche conquiste.
«
E’ strano, scriveva il Card. Mercier, vedere quanto poco insista S. Paolo nei suoi attacchi contro il male che doveva combattere. Le parole che si sprigionano dal suo cuore ardente sono quasi sempre parole d’amore » .
Cerchiamo anche noi di stare lontani da una psicologia di gemiti lamentosi e inconcludenti, per parlare il linguaggio robusto e sereno dei Santi.
I1 pensiero e l’ideale di essere figli di Dio, e di essere chiamati a trasformare i figli degli uomini in figli di Dio, sono troppo belli e troppo grandi per non entusiasmare il nostro cuore e suscitare tutta una corrente di spiritualità riparatrice, non solo nell’intimo delle coscienze, ma anche nel fervore delle opere.
L’atteggiamento fondamentale che orienta la nostra generazione verso una vita di dinamismo e di conquiste spirituali,
con tutti i movimenti di azione missionaria, di impegno apostolico e di apostolato sociale che conosciamo, può dipendere da molte cause. Ma anima di questi movimenti è sempre stato il desiderio di portare tutti i cuori a Gesù, il desiderio di riamare l’Amore; in breve, l’ansia della riparazione, che diventa dinamismo di miglioramento e di trasformazione in tutti i settori della vita della Chiesa.
Per realizzare questo ideale dobbiamo rinunciare al nostro egoismo e vivere nella carità dei figli di Dio, così come il tronco selvatico deve rinunciare alla propria vita e vivere la vita dei nuovi innesti.
La rinuncia è una legge che condiziona tutto il Vangelo: se voglio darmi a Dio, devo rinunciare al mondo; se voglio darmi all’infinito devo rinunciare al finito. Ma incamminarsi per questa via significa darsi all’Amore, totalmente, eternamente.
Pertanto, la via della croce diventa la via della gioia e dell’amore, la via dell’incontro con Dio. Netta spiritualità evangelica vi è rinuncia, mortificazione e morte, ma nell’amore e nella gioia. Si muore per vivere, si rinuncia a tutto ciò che non è l’Amato, per amare e possedere lui solo.
Queste 1e prospettive che il Cuore sacerdotale di Gesù mostra ai suoi sacerdoti. Noi osiamo affermare, scrive il P. Dehon, che ogni sacerdote alla scuola del Cuore di Gesù imparerà a diventare maggiormente sacerdote
».
P. ANDREA TESSAROLO, s. c. j.

 

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LA PRIMA ORIGINE DEL SACERDOZIO E’ NEL SENO DEL PADRE

Ci sembra che, all’inizio di questo libro sul Sacerdozio di Gesti Cristo, dobbiamo con umiltà e amore innalzare le nostre menti e i nostri cuori fino alle sublimi profondità e ai segreti misteri del seno del Padre (GIRAUD, Sacerdote e Ostia, Milano 1941, p. 3).
Il Verbo è la gloria eterna del Padre. In questa gloria e in questo amore che dal Verbo ritorna al Padre, non potremmo vedere una specie di sacerdozio eterno?
Nella vita intima e immanente del mistero trinitario, il Verbo è come il sacerdote eterno del Padre. Sarà anzi il tipo eminente di ogni sacerdozio.


11 Verbo, sacerdote eterno del Padre
Il Figlio è la gloria eterna del Padre, «lo splendore, della sua gloria, l’immagine della sua sostanza»  (Ebr. 1, 3).

Questo fatto, di essere la gloria del Padre, di amare questo stato, goderne ed esprimere questa sua gioia in un atto d’amore che risale al suo principio, implica una specie di sacerdozio che riporta tutto il suo essere filiale dal Padre dal quale procede. Il sacerdote è il ministro della gloria di Dio; ce lo ripete anche S. Paolo: Il sacerdote deve occuparsi delle cose che riguardano Dio, «in iis quae sunt ad Deum» (Ebr. 5, 1).
E’ vero che l’apostolo, qui, parla di un sacerdozio che si esercita in questo mondo di peccato, sacerdozio di meditazione e di espiazione che implica, in colui che lo esercita, una vera inferiorità rispetto a colui verso il quale fa salire i suoi omaggi.
Ma se, dare a Dio in questo ministero inferiore una gloria accidentale, è già un atto sacerdotale, nello stato del Figlio che è la gloria essenziale del Padre, e nell’atto incessante e infinito d’amore che corrisponde a tale stato, non riscontriamo forse una specie di sublime sacerdozio, tipo ed esemplare eterno di ogni sacerdozio e di ogni religione? Parecchi Padri lo hanno pensato (GIRAUD, p. 7).
S. Cirillo di Gerusalemme, nella sua seconda catechesi scriveva:
« Cristo è sommo Sacerdote: possiede un sacerdozio immutabile, che non ha avuto principio col tempo e non ha bisogno di altro sacerdozio che gli succeda. Non l’ha ricevuto per successione secondo la carne; non è stato unto con olio figurativo, ma è stato consacrato dal Padre stesso prima dei secoli ».
Ripetiamo però che non si tratta di un sacerdozio vero e proprio, che implichi una reale inferiorità rispetto al Padre: «Il Cristo, in quanto Dio, scrive S. Tommaso, non era sacerdote» (S. Th. 3, q. 22, a. 3).
Tuttavia, nella gloria che il Figlio rende al Padre, anche noi, sull’esempio dei Padri, possiamo vedere un tipo eminente di sacerdozio.


Il sacerdozio del Verbo è un sacerdozio d amore
Possiamo noi dire che questa glorificazione immanente, questa lode infinita e questo amore totale salgono verso il Padre dal Cuore del Verbo?
Il concetto di Cuore - Persona è un concetto primitivo e fondamentale, che esprime la persona come nel suo centro più intimo, centro ineffabile da cui tutto scaturisce, dove la persona stessa si sente nella sua realtà più profonda, più personale, più impegnata, più amante. Questo centro è la persona amante in quanto tale.
Varie volte la Scrittura ci parla, in questo senso, del Cuore di Dio. Nel libro dei Re, Dio dice a Salomone che il suo cuore non cesserà mai più d’amare il tempio di Gerusalemme: Erunt oculì mei et cor meum ibi cunctis diebus (3 Re, 9, 3). Spesso si parla di un uomo secondo il suo cuore.
Nel suo bel libro sul Cuore Ammirabile di Maria, S. Giovanni Eudes parla del Cuore divino di Gesù e spiega: «Il suo Cuore divino è il cuore che Gesù ha da tutta l’eternità nel seno adorabile del Padre. Esso forma un cuor solo e un solo amore col cuore e l’amore del Padre, e con lui è il principio dello Spirito Santo » .
S. Tommaso spiega questa verità quando scrive: «Nel senso personale o nozionale, amare significa produrre l’amor, come parlare significa pronunciare delle parole, e fiorire produrre dei fiori. In questo senso, il Padre dice se stesso e tutte le creature nell’eterna Parola che è il suo Unigenito; il Padre e il Figlio si amano reciprocamente e amano tutte le creature nello Spirito Santo » .
Secondo vari Padri della Chiesa, quest’atto eterno di lode e d’amore che dal Figlio risale al Padre può essere paragonato a un atto sacerdotale.
Tomassino riassume il loro pensiero scrivendo: «Bisogna distinguere un duplice sacerdozio. Uno che si esercita nell’umiltà e nella schiavitù; l’altro complementare diverso è un sacerdozio sublime, che non implica nessuna inferiorità in colui che lo esercita. Questo secondo ha potuto essere esercitato per tutta l’eternità dal Verbo di Dio verso il Padre che è il suo Autore e il suo Principio. Si tratta di un Dio che glorifica Dio, di un Onnipotente che rende omaggio all’Onnipotente, e riconosce di dovere a lui tutto ciò che è, e in un atto di riconoscenza eterna lo ringrazia e gioisce di essere per lui ciò che è: la sua gloria infinita. Evidentemente, questo tipo di sacerdozio, magnifico, glorioso, che è solo grandezza e sublimità, non è per nulla contrario alla dignità del Verbo .

Il sacerdozio di Cristo e dei Ministri della Chiesa

Un mistero insondabile io adoro nel Padre, che, dandosi al Figlio, si dà la sola gloria che sia degna di lui; ma mistero d’amore è anche questo Figlio che, felice di essere un eterno inno di lode e di gloria, al Padre si ridona come offerta sacerdotale di infinito valore.
E’ proprio così, cari Sacerdoti! Proprio a queste altezze dobbiamo ricercare il modello e il tipo del nostro sacerdozio. La stessa Scrittura ci autorizza a farlo. La Sapienza, che è il Verbo di Dio, per rivelarci la sua origine eterna dal Padre, ricorre a queste magnifiche parole:

«Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo; prima dei secoli, prima di ogni creatura io sono nata, e nel sacro tabernacolo, in sua presenza ho ufficiato: In habitatione sancta, coram ipso, ministravi » (Eccli 24, 3-9).
«La Sapienza, scrive a commento di questo passo Cornelio A Lapide, è chiamata sacerdote e ministro di Dio, sacerdos et minister, perché ne custodisce i sacri misteri e gli offre vittime sante» .
Sacerdoti di Cristo, umiliatevi di fronte a questo. ideale.
Il Cuore del Verbo, che da tutta l’eternità offre al Padre suo un sacrificio di lode infinita e d’infinito amore, sia il vostro modello.

 

 

 

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DIO MANDA IL FIGLIO SUO NEL MONDO PERCHE’ SIA IL SUO SACERDOTE


Le varie scuole teologiche spiegano diversamente i motivi dell’incarnazione. Se non ci fosse stata la caduta di Adamo, Dio ci avrebbe dato lo stesso il suo Unigenito perché ci fosse capo, re e pontefice, oppure ha voluto l’incarnazione solo per riparare il peccato di Adamo? Questo rimane il suo segreto.
Ma comunque stiano le cose, è necessario ammettere che, se una Persona divina s’incarna, essa innanzi tutto e sopra tutto sarà Sacerdote di Dio: dapprima perché la glorificazione del nome di Dio, dei suoi attributi e dei suoi diritti è il fine universale e in certo senso unico di tutte le opere divine e quindi anche dell’incarnazione: ora questa glorificazione è proprio la missione e in qualche modo l’essere stesso del Sacerdozio; in secondo luogo, perché un Dio che si fa uomo diventa necessariamente il capo e il centro di tutta la religione.

Il Dio umanato è sacerdote
Un Dio che si fa uomo sarà quindi Sacerdote. Sarà sacerdote prima per se medesimo, perché in quanto creatura dovrà offrire a Dio un sacrificio perfetto; ma sarà soprattutto sacerdote universale perché, nella sua qualità di Capo e di Mediatore, deve far salire a Dio tutti gli omaggi che l’intera creazione deve al suo Creatore (GIRAUD, o. c., p. 12).
Ora, se parliamo di convenienza, tra le persone divine era proprio il Figlio che doveva incarnarsi, per diventare il pontefice supremo di tutta la creazione. A questo era già preparato dal carattere stesso della sua filiazione eterna, che lo costituisce per definizione la gloria del Padre. «Per questo sacerdozio divino, scrive Bossuet, bisogna essere nati da Dio. La tua vocazione, o Gesù, scaturisce dalla tua generazione eterna >.
S. Paolo insinua la stessa dottrina quando scrive: « Il Cristo non si è arrogato di sua iniziativa la gloria del sacerdozio, ma l’ha ricevuta da colui che gli disse: Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato» (Ebr. XX, 5, 5).
Questo è pure il pensiero della Tradizione, cui fanno eco le parole di S. Tommaso: « Conveniva che fosse il Figlio ad incarnarsi, per diventare il sacerdote di Dio e la gloria del Padre» (S. Th. 3, q. 3, a. 8).

11 Padre dà al Verbo incarnato un cuore di sacerdote
Il Padre celeste, che manda il suo Unigenito perché sia il Pontefice supremo, gli dà tutto ciò che conviene a un sacerdote.
Gli dà quindi un cuore sacerdotale, perché è dal cuore che sgorga la lode, l’amore, il sacrificio. Gesù stesso si esprime in questo senso: «Quanto affiora sulla labbra, procede dal cuore» (Mat. 15, 18).
Anche nel Deuteronomio, Dio domanda soprattutto il sacrificio del cuore: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore » (Deut. 6,5).
Paragonando il suo sacrificio a quelli dell’antica Legge, Nostro Signore dice che il Padre gli ha dato un corpo perché lo immolasse al posto degli agnelli e delle giovenche; ma subito soggiunse che la legge del suo sacrificio e l’anima che lo vivifica va cercata nel suo Cuore: « Tu non hai più gradito le vittime dell’antica Legge; però mi hai dato un corpo perché lo immolassi... Ho inteso la legge del sacrificio e l’ho scolpita nel mio cuore per seguirla con generosità. Tunc dixi: ecce venio... Deus meus, volui et legem tuam in medio cordis mei» (Cfr: Sal. 39, 7 ss.; - Ebr. 10, 10 ss.).
Iddio Padre, quindi, mandando in questo mondo il Figlio suo perché fosse il suo sacerdote, per prima cosa gli diede un cuore sacerdotale. E il Cristo riceve la missione sacerdotale con l’atto stesso dell’incarnazione; l’accetta con amore, il suo cuore ne è felice, e gode di essere così consacrato anche nel tempo sacerdote per la gloria del Padre, come lo è già eternamente in seno alla Trinità, anche se in modo diverso e ineffabile.


11 Verbo incarnato è soprattutto sacerdote
Il Figlio di Dio comincia ad esercitare il sacerdozio che ha ricevuto in forza dell’incarnazione fin dal primo istante della sua esistenza terrena, senza alcun ritardo, senza alcuna riserva, in un atto di infinita dedizione al Padre celeste: «Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà» (Ebr. 10, 9). Il suo divin Padre lo vuole sua vittima; ma anch’egli vuole con piena spontaneità essere la vittima del Padre. E si offre con piena libertà, in un atto di amore totale: Oblatus est quia ipse voluit> (Is. 53, 7).
Il suo cuore è un cuore di sacerdote. Il sacrificio, l’immolazione dì sé, la glorificazione del Padre saranno la sua «opera », il pensiero dominante della sua vita, l’inclinazione costante del suo cuore.
Il suo cuore, umano e divino, sarà per sempre un cuore di sacerdote: Tu sei sacerdote in eterno! Il tuo cuore sarà eternamente un cuore sacerdotale. 
Questo atto, questa disposizione permanente del Cuore sacerdotale di Gesù costituirà la glorificazione perenne del Padre suo, animerà al compimento fedele di tutti i suoi disegni, e gli ispirerà la santa gelosia di far convergere tutto il suo essere e tutto il suo agire alla glorificazione del Padre, per il trionfo dei suoi interessi, della sua volontà e del suo amore.
Non v’è dubbio che il sacrificio del Verbo incarnato è stato offerto realmente alla SS. Trinità; però, siccome Principio della Trinità è il Padre ed è stato il Padre a mandare nel mondo il suo Unigenito, si può senz’altro riferire al Padre l’onore del sacrificio di Cristo. Gesù stesso, nel Vangelo, ci lascia intendere che la disposizione costante del suo cuore era un atteggiamento di totale oblazione di sé al Padre: «Io vivo per il Padre>’ (Giov. 6, 58). Anche le sue opere e tutta la sua attività erano animate da questa stessa disposizione. Egli stesso dice e ripete sovente che non fa nulla di sua iniziativa. Tutta la sua condotta è ispirata e regolata dalla volontà del Padre. Egli non cerca la sua gloria, ma la gloria del Padre suo. Se qualcuno alza la voce per lodarlo, egli subito interviene per elevare a Dio il cuore dei suoi ascoltatori: «Perché mi chiami buono? Uno solo è buono, Dio»  (Luc. 18, 19).
La sua abnegazione era veramente sublime. Nulla per sé, tutto per il Padre. Solo la sua gloria conta, perché egli è Stato costituito sacerdote e vittima del Padre.

Sacerdoti di Cristo, com’è il vostro cuore?
E’ dimentico di sé, e totalmente immolato per la gloria di Dio?
Tutta la vostra vita dovrebbe essere segnata da questa massima: Ego vivo propter Patrem. - Io vivo per Dio!

 

 

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CONSACRAZIONE SACERDOTALE DI GESU’ NEL DONO DELLO SPIRITO


Noi veniamo ordinati sacerdoti mediante l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito Santo.
Gesù Cristo non ha ricevuto soltanto una unzione sacramentale, ma l’unzione dello Spirito Santo stesso: Unxit eum Deus Spiritu Sancto (Atti 10, 38), per cui è chiamato il Cristo, 1’Unto per eccellenza.
Tuttavia dobbiamo stimare e onorare anche la nostra unzione sacramentale, che ci rende partecipi delle grazie sacerdotali del Salvatore.


Lo Spirito Santo nel sacerdozio di Cristo
Qualsiasi atto di santificazione, di consacrazione, di benedizione divina o di elevazione soprannaturale che avvenga nel creato, è sempre attribuita allo Spirito Santo, che è amore, carità, santità. 
Anche l’unzione sacerdotale di Cristo, quindi, è opera dello Spirito Santo, amore sostanziale e infinito che procede dal Padre al Figlio, e dal Figlio risale al Padre.
Quando il Padre manda il suo Unigenito nel mondo,. perché sia sacerdote e vittima, è lo Spirito Santo che interviene per essere l’unzione di questo sacerdozio divino. « Se uno fa parola del Cristo, l’Unto del Signore, scrive S. Ireneo, per il fatto stesso ricorda la Trinità: il Padre, autore dell’unzione, il Figlio che la riceve, lo Spirito Santo che è la stessa unzione.
Unxit quidem Pater, unctus est vero Fiiius, in Spiritu qui est unctio >.
S. Ambrogio scrive: «Molti pensano che l’unzione di Cristo sia lo Spirito Santo. Hanno ragione. E’ proprio con questo Olio di santa letizia e di profumo soavissimo che il Padre onnipotente ha unto il Principe dei Sacerdoti, Cristo Gesù» .


Il cuore sacerdotale di Gesù
Quando Dio viene in noi con la sua grazia, se noi non resistiamo, essa penetra e trasforma tutto il nostro essere. Ciò nonostante, l’apostolo Paolo parla di una carità che trova nel cuore come il suo santuario e il suo centro di irradiazione: «Caritas Dei diffusa est in cordibus nostris, per Spiritum Sanctum qui datus est nobis» (Rom. 5, 5).
Così è anche dell’unzione sacerdotale di Gesù. Lo Spirito Santo ha santificato interamente la sua umanità; egli è sacerdote e vittima in tutto il suo essere. Tuttavia possiamo dire che l’azione dello Spirito Santo ha lavorato in modo particolare il suo Cuore.
Gesù è sacerdote in tutto il suo essere, ma il suo Cuore è come il centro della sua vita sacerdotale, nel suo cuore accetta la missione che gli viene dal Padre, nel suo cuore scolpisce la legge del sacrificio perché gli sia sempre presente fino all’ora della sua consumazione: così la volontà del Padre sarà la legge del suo cuore. «Volui et legem tuam in medio cordis mei> (Sai. 39, 9).
Lo Spirito Santo, amore increato, diventa così il fuoco interiore che consuma il suo Cuore divino fino al sacrificio. Lo Spirito Santo è l’ispirazione della sua vita di oblazione dal primo all’ultimo giorno della sua esistenza terrena: Per Spiritum Sanctum seipsum obtlit ìmmaculatum Deo (Ebr. 9, 14).
A quaranta giorni dalla nascita, è condotto al Tempio per venire pubblicamente offerto al Signore; poco dopo viene cacciato in Egitto, quasi a significare il suo stato di vittima espiatrice; dall’Egitto verrà condotto a Nazaret, dove lo Spirito Santo ispirerà al suo Cuore sacerdotale tanti atti di religione, anche se compiuti nel silenzio e nella solitudine, nel lavoro e nell’oscurità.
All’inizio della sua vita pubblica, sarà ancora lo Spirito Santo a condurre Gesù nel deserto dove, in espiazione dei nostri peccati, farà un digiuno di quaranta giorni e quaranta notti.
Giunto il tempo della dolorosa passione, lo Spirito suscita nel Cuore di Gesù quella fiamma d’amore che era necessaria per compiere la volontà del Padre fino alla morte.
Compiuto il divino olocausto sul monte Calvario, lo Spirito Santo divenne «Fuoco consumatore> che, tramite la morte della vittima divina, scese a vivificare il mondo..
Ora, nel sacrificio eucaristico dove il pane si cambia in Corpo di Cristo e il vino nel suo Sangue, come anche in cielo, dove questo sacrificio di lode e .d’amore continuerà eterno, lo Spirito Santo è sempre presente come anima dell’oblazione che riporta tutto il creato al suo primo principio.
L’azione dello Spirito Santo è talmente profonda e immanente all’essere e all’operare del Cristo, che S. Giovanni Eudes ha potuto chiamarlo il «Cuore spirituale> di Gesù.
Anche il P. Condren scrive: «In qualunque stadio venga considerata l’oblazione di Gesù Cristo: nel seno della Vergine o sulla croce, nell’Eucaristia o nel cielo, è sempre lo Spirito Santo che consacra e che consuma il suo sacrificio» .
Il Cuor di Gesù, quindi, consacrato dall’unzione dello Spirito, è come il centro e la spiegazione del sacerdozio dl Cristo.

La sorgente del nostro sacerdozio
Il Cuore sacerdotale di Gesù è la sorgente e il modello del nostro sacerdozio. In lui noi, sacerdoti di Cristo, dobbiamo fissare il nostro cuore, perché diventi l’oggetto delle nostre contemplazioni, delle nostre lodi e del nostro amore.
Docile all’azione dello Spirito, questo Cuore divino è diventato un’arpa vibrante d’amore per la gloria del Padre e per la salvezza delle anime. Sacerdote e ostia, ha espiato tutte le nostre colpe e ci ha meritato tutte le grazie della salvezza. Sotto l’impulso dello Spirito d’amore, ha voluto giungere fino all’effusione di tutto il suo sangue e lasciarsi aprire dalla lancia. E ora, mediante i sacramenti da lui istituiti, distribuisce egli stesso le grazie che ci ha meritate.
Cuore di sacerdote, ha voluto che altri partecipassero della sua dignità, e così fondò il sacerdozio della nuova legge, come prolungamento della sua missione ed estensione del suo stesso sacerdozio: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi (Giov. 20, 21).
Così anche noi diventiamo sacerdoti e, mentre le nostre mani ricevono l’unzione simbolica di olio e di balsamo, il nostro cuore riceve l’unzione dello Spirito Santo.

Come è grande e santo il nostro sacerdozio! Anima e ispiratore ne è lo Spirito Santo, il quale non può comunicarci che le disposizioni di Gesù stesso.
Come il Salvatore, anche noi dobbiamo essere sacerdoti e vittime.
Dobbiamo sacrificarci per la salvezza delle anime.
Dobbiamo studiare Gesù, seguirlo e imitarlo: Fac secunclum exemplar.
Il Vangelo è la nostra legge. Il Cuore sacerdotale di Gesù è il nostro modello, il nostro ideale, il nostro tutto. Per quanto ce lo permette la nostra debolezza, anche noi dobbiamo imitare la santità, la purezza, lo zelo, la generosità del suo sacerdozio.

 

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GESU’ CRISTO UNICO ED ETERNO SACERDOTE

 

Unico ed eterno è il sacerdozio di Cristo, prefigurato dal sacerdozio e dai sacrifici dell’Antico Testamento e apparso nella sua pienezza nella vita e nella missione di Nostro Signor Gesù Cristo. E anche nella nuova Legge, unico vero sacerdote resta sempre Gesù, il Verbo incarnato, del quale gli altri sacerdoti non sono che un’ombra e una partecipazione.

Sacrificio che glorifica il Padre
 Resta lui l’unico sacerdote perché il sacrificio che ha offerto durante tutta la sua esistenza, che ha consumato sulla croce, e che continua, senza ripeterlo, in cielo e sui nostri altari, è stato ed è ditale valore da soddisfare per sempre a tutti i fini dell’incarnazione.
Fine dell’incarnazione era la gloria di Dio e la nostra salvezza. Ora, il sacrifico di Gesù Cristo raggiunge in modo perfetto e definitivo questo duplice fine.
La gloria di Dio è adorazione e lode, gratitudine e amore, supplica ed espiazione, degni di Dio, della sua maestà e della sua santità, della sua bontà e della sua giustizia sovrana. Onore e soddisfazione che Dio ha ricevuto con vera sovrabbondanza dal Cuore sacerdotale di Cristo, Figlio di Dio incarnato. «Per mezzo di lui, con lui e in lui, dice la Liturgia, Dio riceve ogni onore e ogni gloria >.
Dio stesso aveva preannunciato per mezzo del profeta Malachia che avrebbe posto tutte le sue compiacenze e trovato piena soddisfazione nel sacrificio della nuova legge: «La mia compiacenza non posa più su voi, dice agli Israeliti infedeli, e non accetterò più offerte dalle vostre mani. Dal sorgere al tramonto del sole, il mio nome è grande tra le nazioni, e in ogni luogo viene offerta e sacrificata al mio nome una oblazione pura» (Mal. 1, 16).
«Tutto ciò che Dio può esigere, volere o anche solo desiderare, e cioè atti di religione, rispetto, riconoscenza, obbedienza, amore egli li riceve indipendentemente da tutto il creato, dal solo Gesù» (Mons. Gay).
Il sacrificio offerto da Gesù sul Calvario raggiunge quindi in modo perfetto il primo fine dell’incarnazione che è la gloria di Dio.
Dopo il sacrificio della croce, più nulla la creatura può aggiungere alla gloria, all’onore e alla soddisfazione che Dio si aspettava dal creato. Le stesse anime redente devono consacrarsi con totale dedizione alla gloria e all’amore di Dio, è chiaro, ma esse non potranno portare assolutamente nulla a Dio se non attingendo al valore infinito del sacrificio del Calvario. Qualunque cosa si aggiungesse, sarebbe completamente inutile, se non poggiasse sul mistero della croce di Cristo Redentore.
Il Cuore di Gesù, sacerdote e vittima, basta da solo a dare a Dio tutta la gloria che gli è dovuta.

Sacrificio che salva l’umanità

Il secondo scopo dell’incarnazione è la salvezza delle anime. Dio ha voluto unire alla sua gloria la salvezza dell’umanità; anzi, ha voluto che la sua gloria consistesse nella salvezza dell’umanità peccatrice.

Orbene, è assai facile dimostrare, con la Scrittura alla mano, che l’immolazione operata dal Cuore sacerdotale di Gesù sul Calvario, ha meritato la salvezza del mondo! Citiamo alcune affermazioni che non hanno neppure bisogno di venire commentate, tanto sono chiare: « Noi non siamo stati redenti con oro e con argento, ma col sangue dell’Agnello immacolato» (1 Pt. 1, 18).

«Siamo stati lavati nel suo sangue»  (Apoc. 1, 5).
«Là dove era dilagato il male, ha sovrabbondato la grazia del perdono e della redenzione>’ (Rom. 5, 20).
<Il decreto della nostra condanna è stato distrutto, dal momento che il Cristo l’ha inchiodato sulla croce)> (Col. 2, 14).
«E’ il sangue di Cristo che purifica la nostra coscienza e opera la nostra riconciliazione con Dio»  (Rom. 5, 10; Ebr. 9, 14).
«Nella virtù del suo sangue, Gesù Cristo è entrato in cielo, operando una redenzione eterna»  (Ef. 1, 7; Ebr. 9, 12).
A tutto questo si deve aggiungere che tutta l’opera di Cristo è frutto del suo amore; la redenzione è sgorgata dal suo Cuore: «Dilexit nos et lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo» (Apoc. 1, 5).
La nostra redenzione è stata compiuta in modo definitivo dal sacrificio cruento offerto da Gesù sulla croce: «Con una sola oblazione, scrive S. Paolo, Gesù Cristo ha reso perfetti per sempre tutti coloro che egli ha santificati»  (Ebr. 10, 14). Naturalmente, perché la redenzione operata da Cristo diventi effettiva e trasformi realmente le nostre anime, bisogna che ci venga applicata mediante l’azione dei sacramenti, e principalmente mediante il sacrificio eucaristico che è la rinnovazione del sacrificio della croce. Ma la sorgente di ogni grazia resta sempre e solo la croce. I sacramenti non fanno che applicare alle anime i tesori di grazia meritati da Gesù Cristo nel sacrificio del Calvario.
Solo in Gesù c’è la salvezza: Non est in alio aliquo salus (Atti, 4, 12). Egli è l’unico sacerdote vero, il solo sacrificatore, l’unica vittima.
Unico specialmente in cielo, dove il suo sacrificio continua senza che abbia bisogno di altri che lo rappresentino, perché il Cristo una volta risorto, non muore più, e quindi non ha bisogno né di successori né di collaboratori.
S. Paolo ce lo descrive mentre entra in cielo santificato nel suo sangue, unico ministro del vero tabernacolo di Dio (Ebr. 8, 2).
Ma anche su questa terra, Gesù resta il solo e vero sacerdote nel sacrificio eucaristico che si rinnova sui nostri altari. Solo lui ha diritto e l’autorità per offrire questo sacrificio. Difatti, siccome si tratta ancora del sacrificio del Calvario, chi all’infuori di Gesù Cristo, potrebbe arrogarsi il diritto di offrirlo? Siccome viene offerta una vittima divina, quale altro sacerdote sarebbe degno di offrirla? Giustamente quindi il Concilio di Trento insegna che solo Gesù Cristo offre la vittima eucaristica, per il ministero dei sacerdoti.

Il nostro sacerdozio partecipato

Il sacerdote all’altare è solò uno strumento nelle mani di Cristo, un ministro del suo Cuore adorabile. Gesù ha voluto servirsi della mediazione dei suoi sacerdoti, solo perché la Chiesa è una società visibile, per cui non poteva fare a meno di un culto e di un sacrificio pure visibili. Per questo, nel suo piano di salvezza, Nostro Signore ha voluto associare a sè dei ministri, partecipi del suo sacerdozio, perché assieme a lui offrissero il sacrificio visibile della sua Chiesa.

Gesù è il sacerdote perfetto che ha glorificato pienamente il suo Padre celeste, e ha compiuto fedelmente l’opera che gli era stata affidata dal Padre suo. Gesù è il sacerdote santo e senza macchia; egli, in tutta la sua vita e in tutta l’opera sua è stato la gioIa e la gloria del Padre suo!

Io invece non sono che un’ombra del suo sacerdozio eterno. Quale contrasto, o Gesù, fra la tua perfezione e la mia miseria!
I1 tuo sacrificio è infinitamente più gradito dei sacrifici di Abele, di Melchisedec e di Abramo..., non solo a motivo della vittima che viene offerta, ma anche per le disposizioni che il Padre celeste vedeva nel tuo Cuore sacerdotale.
Come è santo e puro questo Cuore! E’ tutto dedizione, obbedienza e amore!

Il mio invece quanto è diverso! Come oso ancora presentarmi all’altare per offrire una vittima così santa e per esercitare un ministero così sublime?
Io mi sento confuso, o Signore, e mi sento nella necessità di esclamare come Pietro: Allontanati da me, Signore, perché sono un uomo peccatore.

Sacerdote di Cristo, contempla il tuo modello, Gesù. Egli ama e adora, prega e ripara. Egli ha orrore di qualsiasi imperfezione, e si offre incessantemente al Padre come vittima di lode e d’amore, di riparazione e di riconoscenza.
Non staccare più il tuo sguardo da lui, e cerca di imitarlo quanto la tua debolezza ti permette.

 

 

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GESU’ CRISTO E’ SACERDOTE E VITTIMA IN TUTTA LA SUA VITA


Come abbiamo già visto, Nostro Signore è venuto in questo mondo per essere sacerdote e vittima. Entrando nel mondo, egli disse al Padre suo: «Non hai voluto i sacrifici dell’antica legge; ecco, io vengo a sostituirli. Tu mi hai dato un corpo e una vita umana; io te li sacrificherò interamente (Eb. 10, 10).
Ecce Veniol Nostro Signore non è sacerdote e ostia solo al Calvario. Egli venne tra noi come sacerdote e ostia il giorno dell’incarnazione, e tale rimarrà sempre.


Sacerdote dall’incarnazione
La stessa incarnazione è un sacrificio di valore infinito. Ma piacque a Dio Padre e al suo divin Figlio di prolungare questo sacrificio, di sviluppano in varie fasi durante trentatre anni, di consumarlo con l’effusione del sangue redentore sul Calvario, allo scopo di sottolineare meglio l’immenso odio che Dio ha per il peccato, e il suo infinito amore per noi.
Questi sono i sentimenti e l’insegnamento di tutta la Chiesa. « Il Redentore, scrive San Gregorio Magno, offre ininterrottamente il suo olocausto per noi. Egli presenta continuamente al Padre per noi la sua incarnazione, e l’esistenza stessa della sua umanità è un perpetuo sacrificio»  (Moral. I, 24).
La cosa si comprende facilmente: il fatto stesso dell’incarnazione di un Dio è una immolazione e un sacrificio. Egli ha preso questa umanità solo per sacrificarla, e l’ha presa allo stato di vittima: « Tu non gradivi più le vittime dell’antica legge; perciò mi hai dato un corpo » ...
Questo corpo e questa vita umana, il Cristo li offre e li consuma senza posa per quell’unico fine per cui li ha presi: li immola per la gloria del Padre e per la salvezza delle anime. Tomassino ci mostra, nel carattere stesso dell’incarnazione, un sacrificio incessante.
Questa natura umana è assorbita nella divinità come il ferro è assorbito dal fuoco. Essa non sussiste in se stessa. Essa è per sempre consacrata e consumata come perfetto olocausto in questo assorbimento divino.
Il Cristo è sacerdote dal primo istante della sua esistenza terrena, e l’incarnazione è un sacrificio perpetuo.

Sacrificio sempre rinnovato
Tutti gli istanti della vita di Gesù furono consacrati a rinnovare e a continuare la sua oblazione e il suo sacrificio. Questa fu l’occupazione continua del suo Cuore sacerdotale. « Da quando cominciò questo grande atto d’offerta, scrive Bossuet, egli non lo interruppe mai, ma rimase nello stato di vittima fin dalla sua infanzia, fin dal seno di sua Madre»  .
« Durante tutto il tempo del suo misterioso silenzio nell’oscurità del seno materno, dice S. Gregorio Magno, Gesù non cessa di ripetere il suo Ecce Venio, in uno slancio di ineffabile amore per la gloria del Padre e con uno zelo infinito per la salvezza delle anime » .
« Quando egli apparve tra gli uomini, afferma S. Dionigi di Alessandria, piccolo, povero, sconosciuto, egli diceva nell’intimo del suo cuore: Eccomi sacerdote e ostia del Padre per il mondo colpevole : In ipsa Deipara, Rex noster factus est Pontifex, et manet in perpetuum. Ex ipsa exivit Verbum, factum Pontifex.
Il pensiero del suo Cuore di fanciullo non si distoglieva dunque mai dalla bellezza, dalla santità, dalla giustizia e dalla volontà del Padre. Egli comprendeva quanta adorazione, quanta riconoscenza e quale amore gli fossero dovuti, e quanta riparazione fosse necessaria per riconciliare con Dio le creature colpevoli.
Era sempre la stessa offerta, lo stesso olocausto di sé che egli continuamente rinnovava alla divina Maestà: Eccomi, per compiere, o Dio, la tua volontà!... Eccomi votato all’umiliazione, alla sofferenza, alla morte!
Conveniva che l’offerta di questo grande sacrificio fosse pubblica, e divenne tale il giorno della presentazione al tempio.
Dopo l’offerta fatta al tempio, viene la fuga in Egitto e il soggiorno in questo paese idolatra; poi Nazaret coi suoi anni di silenzio, di lavoro e di preghiera.
Il sacrificio non cessa mai. Dal Vangelo risulta che il silenzio della vita nascosta di Gesù venne interrotto solo una volta, e fu una parola tutta sacerdotale: «Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? » ... in iis quae Patris mei sunt.
Anche S. Paolo, descrivendoci più tardi i compiti del sacerdote, dirà: Egli deve occuparsi delle cose di Dio: In iis quae sunt ad Deum (Ebr. 5, 1).


Il sacerdozio di Cristo nella sua Passione
I sacerdoti possono contemplare le manifestazioni del Cuore sacerdotale del loro divino Modello soprattutto nella vita pubblica e nella sua passione.

Il battesimo, con l’umiliazione che l’accompagna, e la penitenza del deserto con le sue austerità espiatrici, sono tanti atti di riparazione della vittima divina.
S. Tommaso ci dice che gli angeli che 1o servono dopo la tentazione sono i ministri del suo sacerdozio (S. Th. 3, 22, a. 1).
Subito dopo, Gesù entra in relazione con gli uomini e si sceglie dei discepoli e degli apostoli.
Tutta quella meravigliosa varietà di azioni divine e di atti interni di religione, di carità e di abnegazione che compie in questi tre anni fanno parte del sacrificio del Redentore, e il suo Cuore ne è l’altare. Gesù è sempre sacerdote e vittima. «Egli, scrive S. Epifanio, è ostia, sacrificio e altare» .
In modo ancor più manifesto egli è insieme sacerdote e vittima soprattutto quando accetta le contraddizioni dei farisei e quando con piena libertà si abbandona ai tormenti della passione.
Oblatus est quia ipse voluit (Is. 53, 7).
Le disposizione del suo Cuore sono invariabili. Il suo Cuore è sempre un cuore sacerdotale.

Sacerdoti di Cristo, siate sempre sacerdoti.
Che il vostro cuore si immoli in tutte le vostre azioni per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime, in unione col divin Cuore di Gesù.

 

 

 

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NEL SACERDOZIO DI CRISTO BISOGNA CONSIDERARE SOPRATTUTTO IL SUO CUORE

 

E’ per mezzo del suo amore e del suo Cuore che Gesù esercita il suo sacerdozio, si immola per la gloria del Padre e per la nostra salvezza. La Chiesa ce lo ricorda nella santa liturgia. Nell’inno del tempo pasquale «Ad regias Agni dapes» , essa ci mostra l’Amore- Sacerdote, o il Cuore Sacerdotale di Gesù, che offre il sacrificio redentore.

Divina cuius caritas

Sacrum propinat sanguinem

Almique membra corporis

Amor sacerdos immolat.

E’ la Carità, è l’Amore sacerdotale che ha versato il sangue ed ha immolato la carne dell’Agnello divino sulla Croce.

Il sacrificio di Gesù è un sacrificio d’amore

La vita di Gesù è stata tutto un sacrificio d’amore. «Poiché amava i suoi, dice San Giovanni, li amò fino alla fine» (Giov. 13, 1). Egli si presenta spontaneamente ai suoi nemici a Gerusalemme, e così si abbandona ai suoi persecutori e ai suoi carnefici. «Tutto questo, egli dice, affinché il mondo conosca l’amore che io ho per il Padre» (Giov. 14, 31). Anche S. Paolo ci mostra la sorgente del sacrificio redentore nell’amore, e quindi nel Cuore del Cristo. «Egli mi ha amato e si è dato per me» (Gal. 2, 20). Nostro Signore stesso dice: «Il più grande segno di amore è di dare la vita per gli amici» (Giov. 15, 13).
«Noi eravamo morti spiritualmente per i nostri peccati, dice S. Paolo; fu per l’immensa sua carità che egli ci ha ridonato la vita: Propter nimiam caritatem suam» (Ef. 2, 4).


Il cuore sacerdotale di Gesù offre un sacrificio perfetto
Il Cuore sacerdotale di Gesù è l’organo di un culto perfetto d’amore, di adorazione e di riconoscenza, di riparazione e di supplica a Dio Padre. La lode infinita che è il Verbo in persona nell’eternità, è trasportata nel mondo. A questa lode eterna s’aggiungono l’adorazione, la riconoscenza e la supplica dell’umanità che egli ha ipostaticamente unito a sé. Il Verbo incarnato è il sacerdote di Dio sulla terra.
O Gesù, il tuo amore ha voluto di più. Ha voluto lodare, adorare, ringraziare e pregare il Padre attraverso l’immolazione.
Il mondo, immolato innanzi a Dio, sarebbe una confessione e una lode assai eloquente delle sue perfezioni; ma tu hai pensato che questo era nulla. Nella tua sapienza e nel tuo infinito amore tu ti sei detto: «E’ necessario che sia un Dio a pregare, amare e adorare Dio; ed è necessario che lo adori, lo preghi e lo ami, immolandosi, versando il suo sangue e morendo, perché il sacrificio è la migliore testimonianza d’amore ».
Non è solamente per amore del Padre che il divin sacerdote ha voluto immolarsi, ma anche per amore degli uomini.
Oserò io, o Gesù, interpretare qui il tuo pensiero? Tu hai detto a te stesso da tutta l’eternità: «Se io, la Verità infinita, il Verbo eterno, assicurassi gli uomini peccatori che li amo di un amore immenso, se aggiungessi che la loro anima chiamata alla gioia divina ed eterna è d’un prezzo inestimabile, se cercassi di far loro comprendere quanto sia incantevole il cielo e orrendo l’inferno, essi non mi crederebbero, non crederebbero al mio amore. 
«Se io dicessi loro queste cose incarnandomi, vivendo tra essi nella potenza e nella ricchezza, nella gioia e nella gloria, istruendoli infine io stesso, essi non ne sarebbero ancora commossi. Invano io proverei loro il mio amore con la creazione, con l’incarnazione e con la rivelazione; essi non vi risponderebbero.
«Parlerò dunque loro del mio amore con un linguaggio che essi non potranno non capire, che commuoverà ed eleverà i loro cuori. Dopo aver vissuto nella debolezza, nelle fatiche, nell’oscurità e nella sofferenza, morrò sulla croce per essi, io, Figlio di Dio. Per essi moltiplicherò su tutta la terra e renderò eterno il mio sacrificio. Così non potranno non credere al mio amore» . Ecco perché il Cuore di Gesti non ha voluto esercitare solamente un sacerdozio pacifico, nella lode e nel ringraziamento, ma un sacerdozio completo nell’immolazione di se stesso, quale ostia d’amore e di riparazione (SAUVE’ Jésus intime).


Questo sacrificio d’amore è incessante e perpetuo
Noi comprenderemo ancora meglio l’amore del Cuore sacerdotale di Gesù per noi, sottolineando la spontaneità, la continuità e l’universalità del suo sacrificio. E’ superfluo discutere se l’ordine del Padre precedette l’accettazione del Figlio o meno. Questi due atti sono simultanei. Le diverse persone della SS. Trinità desiderano egualmente il fine da raggiungere, che è la riparazione della gloria divina e la salvezza degli uomini. Dio Padre domanda il sacrificio del Figlio, ed il Figlio si offre al Padre. Nostro Signore dice al Padre: Tu non gradisci più i sacrifici dell’antica legge; però mi hai dato un corpo, ed io ho detto: eccomi pronto a fare la tua volontà» (Eb. 10, 10).
Il Cuore umano di Gesù entrò immediatamente in tutte le disposizioni del Verbo; acconsentì a tutte le umiliazioni e a tutte le sofferenze, ma l’amore di cui egli era infiammato era più grande ancora.
Questa offerta fatta da Gesù fino dal primo istante, questo desiderio di sacrificio per l’onore del Padre e per nostro amore, questo atteggiamento di sacerdote e di vittima, non è mai cessato per un solo istante. Vittima designata, egli non vive più che per morire.
Riposa nella mangiatoia in attesa del Calvario; tra le braccia di sua Madre, egli aspira con ardenti desideri a quel giorno in cui sarà inchiodato sulle braccia della croce. Il pensiero del suo sacrificio non lo lascia né durante il lavoro né durante il riposo. Sul Tabor ne parla con Mosè ed Elia. E’ la disposizione costante del suo Cuore, e ci tiene tanto a questo carattere di sacerdote ed a questo atteggiamento di vittima che li conserverà anche nell’Eucaristia e in cielo, ove i santi lo adorano come agnello immolato. Egli è profeta, pastore, maestro, taumaturgo; ma è soprattutto sacerdote e vittima. Bisognerebbe che questa fosse anche la disposizione di ogni sacerdote della nuova legge. Confratelli nel Sacerdozio, eccitiamo nei nostri cuori un amore per Gesù abbastanza intenso per essere pronti a sacrificarci per lui e per le anime.

 

 

 

 

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LA FAMIGLIA DEL SALVATORE E LA SUA INFANZIA

 

Gesù cresceva in età, in sapienza e in grazia (Luc. 2,52). L’ha voluto lui questa crescita apparente, e anche reale in ciò che concerne la scienza esperimentale, per passare attraverso tutte le nostre debolezze, eccettuato il peccato, e per darci l’esempio in tutti gli stati della vita. Per la stessa ragione, ha voluto che vi fosse una specie di preparazione anche al suo sacerdozio; in essa noi possiamo trovare insegnamenti e incoraggiamenti preziosi.

 

Gesù si prepara al suo sacerdozio

Gesù è sempre sacerdote: Tu es sacerdos in aeternum. E’ sacerdote dal primo istante della sua concezione, e il suo Cuore non cessa di rendere al Padre omaggi di adorazione e d’amore, di riconoscenza, di riparazione e di supplica.

Un istante solo di vita umana, la sola umiliazione dell’incarnazione gli sarebbe bastata per placare il Padre. Egli però non è sacerdote solo per il Padre, ma anche per noi, sacerdoti e fedeli; affinché noi comprendiamo bene tutte le caratteristiche del suo sacerdozio, egli vuole svilupparle sotto i nostri occhi per la durata di trentatré anni. Vuoi passare per tutte le fasi di una vita sacerdotale: preparazione, ministero pubblico, consumazione nel sacrificio. E’ soprattutto per noi sacerdoti che egli ha voluto questo, per offrirci il modello della vita sacerdotale. Se il Cuore divino ha amato gli uomini, ha amato particolarmente i suoi apostoli: « Voi, dice loro, non siete i miei servi, voi siete i miei amici» (Giov. 15, 15).


La sua famiglia
La vocazione sacerdotale è spesso preparata da pii genitori. Tra le cause determinanti della nostra vocazione vi sono sovente gli esempi, le preghiere, i meriti d’una madre, d’una nonna o d’altri parenti. Anche qui, come preludio all’Ecce venio di Gesti, precedettero l’Ecce Ancilla di Maria, la vita santa e pura della Vergine Immacolata, l’umiltà di S. Giuseppe, padre putativo del Salvatore, la santità di Anna e di Gioacchino. Gesù vuole che noi conserviamo il ricordo di queste sante preparazioni. S. Paolo dice a Timoteo: «Ricordati della fede di tua nonna e di tua madre » (2 Tm. 1, 5). Certe volte, la vocazione di un sacerdote è preceduta nelle generazioni passate del suo casato, da altre vocazioni sacerdotali e religiose.
Anche attraverso Maria, discendeva dalla famiglia di Giuda e da quella di Levi. Spesso i pii antenati del sacerdote sono passati attraverso alle prove, perché le grazie si pagano.
Anche Maria e Giuseppe vissero nella povertà.
Se noi riconosciamo. il dito di Dio all’origine della nostra vocazione, esprimiamo la nostra riconoscenza al Cuore di Gesù.


La sua infanzia
Il sacerdote è ordinariamente preparato da una infanzia pia. La santa infanzia di Gesù è il modello dei nostri chierichetti e dei nostri seminaristi. Per mettere questo modello sotto i nostri occhi, Gesù si compiace di manifestare esternamente che progrediva in grazia e santità: «Gesù, dice S. Luca, cresceva in sapienza, età e grazia, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini ». Adattandosi alla debolezza umana, egli pregava e praticava la virtù, da fanciullo prima, e quindi da adolescente e da uomo. Soprattutto obbediva: è la caratteristica della sua vita durante trent’anni. Aiutava i genitori nei lavori di casa, andava con essi alla sinagoga e al tempio. Là compiva quelle piccole incombenze che si affidano ai fanciulli, e osservava gli usi liturgici (Luc. 2, 42).

Riandiamo col pensiero alla nostra infanzia. Ringraziamo Dio delle grazie ricevute e chiediamogli perdono delle mancanze che ci sono sfuggite.
Quali erano le disposizioni del Cuore di Gesù durante la sua infanzia? Erano già tutte sacerdotali. Egli offriva senza posa un sacrificio perfetto al Padre suo. Ma pensando all’economia da lui adottata, possiamo ritenere che egli si considerasse come un sacerdote in preparazione.
Cresceva in grazia ed in sapienza; rinnovava senza posa le sue aspirazioni in attesa del momento in cui avrebbe esercitato il suo ministero pubblico, ed offerto il suo sacrificio nel Cenacolo e sul Calvario. «Quanto ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi» .
Ecco le molte lezioni per un chierico e per un sacerdote che ha la missione di preparare i giovanetti al sacerdozio! Obbedienza, studio, pietà: tale è il programma di questa lunga preparazione! Durante i suoi anni di Nazaret, Gesù ha pensato ai seminaristi di tutti i tempi; li benediceva, pregava e si santificava per essi.
O Gesù, tu hai vissuto per me e preparasti tutte le grazie della mia infanzia e della mia giovinezza in vista del mio sacerdozio.
Perdono per l’abuso che ho fatto dei tuoi doni. Grazie per il profitto spirituale che ho potuto trarne!

 

 

 

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GESU’ AL TEMPIO GLI STUDI ECCLESIASTICI


Gesù non ha voluto mostrarsi assente o indifferente alle occupazioni della nostra adolescenza e agli studi con i quali ci prepariamo al sacerdozio.
Ha voluto seguire l’insegnamento dei rabbini, per meritarci le grazie necessarie al nostro studio e per farci comprendere l’amore che vi dobbiamo porre.


Gesù adolescente ha voluto incoraggiarci allo studio
Nel mistero del suo soggiorno al tempio, Gesù adolescente ci mostra l’ardore del suo Cuore per gli studi.
Molto probabilmente, Gesù bambino, a Nazaret, ha frequentato la scuola che, ovunque, era affiancata alla sinagoga. S’imparava a leggere e scrivere, si studiava la storia e la religione del popolo ebraico.

La Bibbia bastava a tutto.
Gesù cresceva in sapere davanti agli uomini, dice il Vangelo. Egli voleva dunque studiare con essi, mostrare ogni giorno più la sua scienza, meravigliare i suoi compagni e i suoi maestri con la sua misteriosa intelligenza.
Quando i ragazzi di dodici anni andavano al Tempio per partecipare la prima volta alla Pasqua, dovevano forse dar prova d’una sufficiente conoscenza della legge. In ogni caso, Gesù l’ha fatto.
Si presentò davanti ai dottori; ascoltava, interrogava, meravigliava i Suoi maestri. Interrogato dava risposte assennate che facevano stupire gli stessi rabbini.


Gesù ascoltava e interrogava
Abbiamo dinanzi a noi lo studente divino che prelude alla sua vocazione e alla sua missione di profeta e di messia. Anche noi ci dobbiamo preparare così fin dai banchi del seminario o dell’università, alla nostra futura missione.
Gesù è nostro fratello maggiore, nostro modello.
Il suo cuore di giovane adolescente, a Gerusalemme traboccava d’amore per tutti gli studenti che si sarebbero preparati al sacerdozio.

Là modellava il cuore di Luigi Gonzaga e di Giovanni Berchmans; là preparava, per noi tutti, grazie speciali.
Gesù vuole ascoltare umilmente gli insegnamenti imperfetti dei rabbini, dandoci una grande lezione di umiltà, di docilità e di regolarità.
Interroga come per cercare di comprendere. Egli non ne ha bisogno, ma lo fa per dare l’esempio a noi, che ne abbiamo bisogno.
Che lezione di lavoro, di zelo e di applicazione.
Tutta la vita del seminarista viene descritta in queste parole: «Ascoltava e interrogava> >. Bisogna studiare umilmente e coraggiosamente; ma bisogna farlo al tempio, cioè con l’anima unita a Dio nella preghiera.


I nostri studi
Vediamo quali caratteristiche, secondo Gesù, devono rivestire i nostri studi. Egli ce le manifesta sia al tempio, sia nella vita pubblica: Vuole che siano continui.
La sua scienza cresceva; non la sua scienza divina e soprannaturale, ma quella sperimentale, acquistata con l’esercizio delle sue facoltà naturali.
«L’intelletto agisce progressivamente, dice S. Tommaso, e in questa scienza progressiva e sperimentale, Gesù non ha saputo tutto fin dall’inizio, ma ha appreso un po’ alla volta, col progredire degli anni: perciò il Vangelo ci dice che Gesù cresceva in scienza ed età » .
Gesù leggeva, rifletteva e cresceva in sapienza. Ha voluto che fosse così, per mostrare anche a noi la via.
Questa scienza appare in tutto il suo splendore durante la sua vita pubblica. Quando insegnava nelle sinagoghe, tutti si meravigliavano e dicevano: «Dove ha imparato tanta sapienza? Non è un falegname e figlio di falegname?» (Matt. 13, 55).
E S. Marco scrive: «Gli uditori ammiravano la sua dottrina e dicevano: Dove ha attinto tanta sapienza? Non è il figlio di Maria?) (Marc. 6, 2).
Egli vuole che i suoi sacerdoti studino sempre. Per questo istruiva a parte i suoi apostoli, e dava loro il gusto dello studio.
S. Paolo, formato direttamente da Gesù, traccia per il sacerdote lo stesso ideale e scrive a Timoteo: «Non trascurare la lettura e la dottrina»  (Tm. 4, 13). Non soltanto Gesù ha voluto darci l’esempio di un aumento continuo di scienza, ma ci ha fatto anche capire che la nostra scienza deve essere prudente e assennata.
I dottori del tempio ammirano la prudenza del loro giovane ascoltatore. Quanto poi fossero assennati e adatti i suoi interventi, lo possiamo arguire dal caso che gli è capitato alla sinagoga di Nazaret, dove andava ogni sabato: gli presentano il rotolo del libro di Isaia ed egli lo svolge e cerca il passo che annuncia la sua missione (Luc. 4, 16).
Affinché la nostra scienza sia sempre prudente, evitiamo le teorie azzardate e le novità pericolose.
Affinchè la nostra scienza sia pratica e ricca di mordente, studiamo tutto ciò che potrà essere utile alla nostra missione, a seconda dei tempi e dei luoghi nei quali dobbiamo svolgere il nostro ministero...

 

 

 

 

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GLI ESERCIZI SPIRITUALI DEI SACERDOTI


Gesù amava troppo i suoi sacerdoti e i suoi chierici per non preparare loro anche queste grazie e non lasciar loro esempi speciali per i giorni dei loro esercizi spirituali e delle loro ordinazioni.
Egli si è preparato alla vita pubblica, come noi ci prepariamo al sacerdozio e al ministero apostolico.
E’ una gioia e una grazia per noi trovare anche qui i suoi esempi e i segni del suo amore.


La preparazione sacerdotale
I ritiri e gli esercizi spirituali hanno una parte importantissima nella nostra vita sacerdotale.
Ci sono gli esercizi spirituali delle ordinazioni, quelli annuali e i ritiri mensili.
Il Cuore sacerdotale di Gesù ha praticato questi ritiri? Sicuro almeno in modo equivalente.
Non vi è un atto speciale col quale il Salvatore sia stato ordinato sacerdote. Egli ha ricevuto l’unzione dello Spirito Santo con l’unione ipostatica, cioè all’istante stesso dell’incarnazione. Da quel momento egli è sacerdote in eterno.
Ma il Padre suo si è compiaciuto di confermare e manifestare questa unzione, al momento in cui il Salvatore stava per iniziare la sua vita pubblica. Alle rive del Giordano, quando Nostro Signore riceve il battesimo da Giovanni Battista, lo Spirito Santo si posa sul suo capo confermandolo nel suo ufficio di Messia e di sacerdote, e il Padre ne manifesta la missione dicendo: < Ecco il mio prediletto! >.
S. Pietro si riferisce a questo mistero, per spiegare la missione di Gesù. Narra la sua vita cominciando dal battesimo di Giovanni, e ci ricorda come il Padre gli ha dato l’unzione dello Spirito Santo: < Quomodo unxit eum spiritu et virtute> (Atti 10, 38).
Il Salvatore ha posto il suo lungo ritiro vicino a questa unzione speciale dello Spirito Santo, come per prepararsi alla vita pubblica. Questo mistero, quindi, ha una certa analogia con le nostre Ordinazioni.
La vita del Salvatore è come la manna, che soddisfa a tutti i gusti e bisogni.
Il sacerdote deve trovare nel Vangelo il modello della vita sacerdotale. Il cuore del sacerdote deve modellarsi sul Cuore sacerdotale dl Gesù.

Che bel soggetto di meditazione, per gli ordinandi, questa scena del Giordano! La colomba divina che conferma l’unzione sacerdotale di Gesù e il Padre che promulga questa unzione con le parole: «Questo è il mio figlio prediletto! ».


Il grande ritiro
Noi abbiamo vari corsi di esercizi spirituali per le ordinazioni; Gesù invece si è preparato alla vita pubblica con un solo ritiro, ma di quale lunghezza, austerità e soprannaturalità! Si è ritirato nel deserto, in una caverna, e qui ha pregato, vegliato e digiunato per quaranta giorni e quaranta notti.
Ha scelto le rocce di Gerico. Aveva sotto lo sguardo la vallata del Giordano: questo fiume che nasce da una sorgente pura e che discende verso le acque maledette e nauseanti del Mar Morto.
Gesù contemplava questo grande simbolo dell’umanità colpevole che scende verso gli abissi del peccato e della dannazione.
Il pensiero della disobbedienza degli uomini e delle offese fatte al Padre, gli toglieva perfino il gusto del cibo.
Che dure giornate e quante lacrime! Come devono essergli costate! Rimproveriamoci la tiepidezza dei nostri ritiri e l’insensibilità del nostri cuori.
Dopo questa lunga agonia, il Cristo ebbe fame! Ebbe fame di pane, senza dubbio, ma quanto più ebbe fame di anime! E fu con quest’ansia nel cuore che cominciò le sue predicazioni, la scelta degli apostoli e l’organizzazione della Chiesa.
Abbiamo sempre sentito la fame delle anime dopo i nostri ritiri?


Lo spirito di raccoglimento
Gesù rimase l’uomo del raccoglimento; e tale deve essere anche il sacerdote. Gesù si presta a tutto; agisce, parla, guarisce, consola, si fa tutto a tutti, ma dopo ciò, la solitudine riprende i suoi diritti. «Si ritirò, solo, sulla montagna », ripetono più volte gli evangelisti. Per dei giorni interi continuano a cercarlo, e non lo trovano. E’ il deserto, la montagna, che l’ha rapito.
Egli è là, in qualche ritiro ombroso, ai piedi di un platano secolare, di un olivo fecondo o in una grotta aperta verso il cielo, come se ne trovano ad ogni passo in Palestina, e là conversa col Padre. 
Evidentemente, bisogna ripeterlo, quest’anima unita alla Divinità portava dovunque con sé la sua solitudine, anche in mezzo al lavoro e al frastuono. Ma Gesù cercava raccoglimento visibile anche per l’istruzione dei suoi apostoli e nostra.
Bisogna che sappiamo raccoglierci anche noi. Di qualunque genere siano le nostre preoccupazioni, bisogna che ci formiamo una vita interiore dove l’ansia degli affari non giunga; o almeno non penetri che per servire di slancio all’anima.
Le opere esterne sono un’ottima cosa, ma ad una condizione: che partano da un fondo che dia loro valore agli occhi del Maestro.
Cosa sono le opere in se stesse, se non sono opere di Dio?
Bisogna nutrire la nostra anima della vita divina, e perciò s’impongono la solitudine e il raccoglimento.
La solitudine chiama Dio e apre i cuori ai grandi pensieri. Penetrare la nostra vita dello spirito di Cristo, significa introdurvi luce e pace, e dare allo spirito serenità divina e la sicurezza di essere sulla buona strada, che porta alla vera ricompensa nel cielo.

 

 

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LA PREDICAZIONE


Nazaret
è stata una lunga preparazione. E’ giunto il momento in cui Gesù inizia a lavorare per redimere l’umanità. Bisogna portare la verità alle intelligenze, e quindi insegnare; spingere tutti a lottare contro il peccato, e quindi esortare; guadagnare i cuori e riunirli a Dio con un vincolo d’amore, e quindi rivelare agli uomini l’Amore, far loro conoscere il Padre Celeste e colui che egli aveva mandato; ispirar loro confidenza nella bontà divina.

 
Bisogna convincere gli spiriti

Dapprima bisognava insegnare; e il primo insegnamento che Nostro Signore doveva dare, consisteva nel dimostrare la sua divina missione.
Appena uscito dal suo grande ritiro, muove per tutta la Galilea e visita tutte le sinagoghe,  annunciando il compimento delle profezie e la venuta del regno di Dio.
S. Matteo ne parla al quarto capitolo del suo vangelo e riprende la narrazione al nono. Gesù attraversava le città e le borgate, predicando nelle sinagoghe, annunziando la venuta del Messia e confermando la sua missione con i miracoli.
Questo sarà pure il primo scopo della nostra predicazione: convincere gli spiriti, guadagnarli alla verità, dimostrando la missione divina del Cristo con i suoi miracoli, con la sua resurrezione, con la santità della Chiesa.
Anche quando predicava alle folle, Gesù pensava a noi, suoi sacerdoti. Poi costatando i bisogni spirituali in cui si trovano quelle anime, egli non poteva trattenersi dal dire: « La messe è abbondante, ma i mietitori sono pochi. Domandiamoli al padrone della messe» . In tal modo Gesù pregava per la nostra vocazione e per il nostro ministero.


Muovere le volontà
Convincere le anime non è tutto, bisogna muovere le volontà ad abbracciare una via giusta.
Gesù espone il programma della nuova perfezione nel discorso della montagna.
«Beati quelli che possiedono lo spirito di povertà, di dolcezza, di abnegazione...» . Dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi, pregare con fervore, fuggire il mondo e le sue massime e camminare per la via stretta del sacrificio. Tutto questo farà dolorare perché il regno di Dio esige violenza.
Ma Gesù, ora incoraggia con l’attrattiva delle ricompense: «Il regno dei Cieli è un tesoro che bisogna conquistare, una perla che bisogna comprare a ogni costo »; ora sostiene con il timore dei castighi: «Il cattivo grano sarà bruciato al momento della mietitura; i pesci cattivi, presi nella rete, saranno ricacciati in mare; l’invitato al banchetto di nozze che non avrà la veste nuziale, sarà respinto; le vergini stolte troveranno le porte sbarrate; il servitore che non avrà fatto fruttificare il suo talento, sarà gettato fuori nelle tenebre ».
Altre volte Nostro Signore descrive minuziosamente il giudizio finale, di cui la distruzione di Gerusalemme non sarà che il preludio.
Ecco un solido fondamento di predicazione: la santità della morale da praticare, il cielo per i servi fedeli, l’inferno per quelli infedeli.
Nostro Signore dava un’invincibile autorità ai suoi insegnamenti con la santità della sua vita, con l’incanto della sua parola, con l’unzione della sua grazia.

E la nostra predicazione? Ha un solido fondamento? Poggia sui grandi motivi della speranza e del timore? E’ confermata dalla santità della vita? Siamo veramente uniti a Dio con la vita interiore affinché la santità si manifesti in tutto il nostro essere e in tutte le nostre parole?


Toccare i cuori
Istruire ed esortare non è sufficiente, bisogna anche guadagnare i cuori e unire gli uomini a Dio col vincolo dell’amore. Consisteva proprio in questo l’opera specifica del Cuore sacerdotale di Gesù.
E’ vero che Gesù aveva in suo favore l’incanto della sua persona e della sua bellezza divina, e poteva seminar miracoli per venire incontro ai bisogni delle anime; però sapeva anche parlare della bontà di Dio manifestata soprattutto nel mistero della redenzione, ed in questo noi possiamo imitarlo. L’insegnamento di Gesù si riassume nell’espressione evangelica che parla della «buona novella» : egli predica il vangelo del regno, cioè il lieto annuncio della salvezza e della redenzione, con tutti i benefici della misericordia divina che l’accompagnano. San Giovanni ha conservato meglio degli altri questi appelli del Cuore sacerdotale di Gesù. Egli lo ricorda più volte: «Dio ha tanto amato Il mondo da mandare il suo unico figlio per salvarlo» (Giov. 3, 16).

«Come il Padre ha amato me, così io amo voi; restate nel mio amore» (Giov. 15, 9).
Secondo una sua stessa espressione, Gesù quando parlava, manifestava se stesso. « Ex abundantia cordis, os loquitur»  (Matt. 12, 34); e il suo cuore guadagnava tutti i cuori.
Noi abbiamo il compito di mostrare come la bontà divina splende nei misteri dell’incarnazione e della redenzione. Predicare il  S. Cuore, vuol dire proprio questo! Era la forza di S. Paolo. Quante volte lo ripete: «Cristo mi ha amato fino a darsi totalmente per me» . Predichiamo il S. Cuore e guadagneremo anime a Gesù Cristo.
 

 

 

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LA PERFEZIONE


Il
buon Maestro non insegna soltanto la via del cielo, con la fuga del peccato e la pratica delle virtù comuni; alle anime scelte, egli addita anche la perfezione dell’amore. Tra queste anime non possono mancare i sacerdoti. «Se qualcuno vuoi essere perfetto, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Matt. 16, 24).
«Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai, dallo ai poveri, e poi vieni e seguimi»  (Matt. 19, 21).
La carità è il vincolo della perfezione!


La perfezione consiste nell’amare Dio
La perfezione consiste nell’oblio di sé, per vivere totalmente per Dio, nel suo amore e al suo servizio.
La perfezione è proposta a tutti. Si addice però in modo particolare al sacerdote che ha dei rapporti cosi intimi con l’Eucarestia e con le anime.
Il Vescovo, dice S. Tommaso, deve avere la perfezione acquisita, perché deve formare le anime alla perfezione.
Il sacerdote è almeno conveniente che sia perfetto, per gli atti sacri che deve compiere, perché se vuole compierli degnamente, bisogna che abbia la perfezione interiore.
Dio in primo luogo, Dio il primo amato e servito: questa è la perfezione. Tutto per Dio, come egli vuole e quando vuole.
«Qualunque cosa facciate, scrive S. Paolo, fate tutto nel nome del Signore Gesù, rendendo gloria a Dio Padre» (Col. 3, 17).
«Perciò, sia che mangiate, sia che beviate o qualunque altra cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio» (I Col. 10, 31).
Possiamo dire di essere giunti allo stato di perfezione, quando abbiamo messo la nostra anima nella disposizione abituale di cercare Dio innanzi tutto e in tutte le cose.
« Io, diceva S. Francesco di Sales, non conosco altra perfezione che l’amare Dio con tutto il cuore. E se ameremo veramente Dio, ci sforzeremo di procurar la sua gloria, riferendo a lui tutte le nostre azioni e la nostra esistenza, e non mancheremo di portare il prossimo al servizio di Dio e al suo amore» .

Il sacerdote e la perfezione
Il Cuore sacerdotale di Gesù, che offriva al Padre suo onori e sacrifici perfetti, non desidererà forse che i suoi continuatori facciano altrettanto?
Il sacerdote veramente pio prova una grande gioia nel conoscere, studiare e approfondire i doveri del suo stato.
Sa benissimo che iI Cuore di Gesù lo vuole perfetto nella misura del possibile.
Le leggi liturgiche e i suoi propositi spirituali insegnano al sacerdote a lodare Dio perfettamente. Le leggi disciplinari e le norme pastorali, gl’insegnano a sacrificarsi per le anime.
L’ufficio divino ben recitato e la santa messa ben celebrata sono la lode più perfetta che Nostro Signore attende dal sacerdote.
La vita modesta, con l’osservanza delle leggi e degli statuti ecclesiastici, è abnegazione di sé per il servizio di Dio e delle anime, e come la continuazione della missione del Salvatore.
Il sacerdote pio e fedele pratica la perfezione in un grado eminente, anche se non ne ha l’obbligo in forza dei voti come i religiosi. In certe epoche della storia della Chiesa, vescovi santi come Agostino, Ambrogio ed Eusebio di Vercelli, hanno guidati i propri sacerdoti secondo le norme della vita comune, e con la regola dell’obbedienza e della povertà, come si fa nella vita religiosa. In seguito, vari raggruppamenti ecclesiastici, incoraggiati dalla Chiesa, hanno adottato la vita comune, con una parte delle osservanze religiose.


I religiosi e 1a  perfezione
Ma era nei disegni di Nostro Signore che i consigli di perfezione fossero sempre nella Chiesa una realizzazione positiva e concreta, specialmente tra i sacerdoti, e negli istituti religiosi.
Nostro Signore ama le due forme di vita sacerdotale, la vita del clero diocesano e la vita del clero regolare, ed ispira a ciascuno l’una o l’altra di queste due forme, secondo la vocazione particolare di ognuno.
Il vero e santo religioso pratica la perfezione secondo la regola. Per lui la regola è la più completa e fedele espressione del dovere.
Essa lo distacca dalle creature con i voti, con la vita di comunità, con le penitenze in uso; rialaccia a Dio con gli esercizi prescritti, che gli indicano la forma della lode e dell’amore dovuti a Dio.
La sua regola basta alla sua pietà; essa contiene per lui tutta la volontà di Dio e la forma della perfezione.
Seguendo la sua regola, il religioso segue Nostro Signore, e Nostro Signore s’accompagna e cammina con lui. La voce della regola che chiama il religioso alla meditazione, al divino Ufficio e agli altri esercizi prescritti, è la voce stessa di Gesù.

Le devozioni private, per un religiosa, tradirebbero una certa ricerca di sé. La regola invece rappresenta il suo ideale; per questo Nostro Signore identificandosi con la regola, gli dice: son io, vieni a me.

Caro sacerdote, non vorrai dunque amare Dio con tutto il tuo Cuore? Non t’ha forse amato abbastanza? Non t’ha reso suo amico, mentre gli altri restano suoi servi? Dice Dio: «Che avrei potuto fare di più per il mio popolo privilegiato?» . Anche Gesù potrebbe dire: « Che avrei potuto fare di più per i sacerdoti che ogni mattina ammetto alla mia intimità e ai quali ho dato dei poteri tanto meravigliosi?» .

 

 

 

 

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LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA

 

Sia sul pulpito che al confessionale, il sacerdote si trova sempre a contatto con i peccatori.

Il Cuore sacerdotale di Gesù gli ha dato l’esempio per l’uno e per l’altro ministero.

Come parlare ai peccatori nell’insegnamento?

Dopo aver santamente impressionato il peccatore con il timore del giudizio e dell’inferno, si sforzi di incoraggiarlo e di guadagnarlo alla confidenza ricordando e commentando le commoventi parabole del buon pastore, del figliuol prodigo, della dramma perduta.

Il buon pastore

Qui non vogliamo solo ricordare queste parabole, ma anche meditarle da vicino, per comprendere lo spirito e il Cuore sacerdotale di Gesù che parla. Meditiamo in primo luogo la parabola del buon pastore.

« Chi tra voi, avendo cento pecore, perdutane una, non lascia le altre novantanove e corre a cercare quella smarrita finché non l’abbia trovata? E quando l’ha trovata, se la pone sulle spalle tutto allegro; e, giunto a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me perché ho trovato la mia pecorella che si era smarrita. Io vi dico che così vi sarà in cielo più festa per un peccatore pentito, che non per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di penitenza» (Luc. 15, 4-7).
Questa parabola è sgorgata dal Cuore di Gesù. Quanto ama i peccatori! Il sacerdote deve cercare la pecorella smarrita, andare ad essa con bontà e guadagnarla con la dolcezza dei modi.


La dramma perduta
La parabola della dramma perduta è una variante della precedente. Nostro Signore aveva tanto a cuore di farci conoscere la sua bontà per i peccatori, che non ritenne superfluo presentarcela sotto forme diverse.
«Oppure qual è la donna, che avendo dieci dramme, perdutane una, non accende la lucerna, e spazza la casa e cerca attentamente finché l’abbia trovata? E quando l’ha trovata, chiama intorno le amiche e le vicine e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta? Così, vi dico, si fa festa in presenza degli angeli di Dio, per un solo peccatore che si pente» (Luc. 15, 8-10).
Quanta semplicità e quanta bontà dimostra Gesù in questa parabola.
Si paragona a una povera donna che ha perduto una dramma, e ci dice che si rallegra con gli angeli del cielo quando ci convertiamo!
Quante lezioni in queste parabole! I1 Signore non è duro con i peccatori nella sua predicazione. Non vuole irritarli o scoraggiarli. Non vuole spegnere il lucignolo fumigante.
Quali contrasti con certi pastori dei nostri tempi! Isaia aveva già tracciato questo profilo del Salvatore: « Ecco il mio servo, che io ho scelto, il mio diletto, in cui si compiace l’anima mia; porrò il mio Spirito sopra di lui ed egli annunzierà la giustizia alle nazioni; Non disputerà e non griderà e nessuno udrà la sua voce sulle piazze. Non spezzerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumigante, finché non abbia fatto trionfare la giustizia. E nel nome di lui le nazioni spereranno» (Matt. 12, 18-21; Is. 42, 1-4).


Il figliuol prodigo
Consideriamo infine il trionfo del Cuore di Gesù, il suo capolavoro letterario, la parabola del figliuol prodigo.
Quante anime ha ricondotto a Dio questa pagina del vangelo!
E’ la parabola che dà ai nostri corsi di predicazione la più grande efficacia.
Si tratta di un giovane che dissipa tutta la sua eredità, e per vivere è ridotto a fare il guardiano di un branco di porci. Giunto a questo punto di degradazione, egli comincia a rimpiangere la casa paterna. Ma come tornarvi? Che accoglienza avrebbe avuto? Forse sarebbe stato coperto di insulti e di rimproveri, e messo alla porta.
Quale angoscia nell’anima ferita del peccatore che ha bisogno di compassione, di perdono e di premure affettuose, mentre teme i rimproveri.
Nell’immagine del padre dal cuore pieno di compassione che riceve con tanta bontà il figlio prodigo, il Cuore sacerdotale di Gesù dipinge se stesso.
«Fate presto, dice il padre ai servi. Portate i vestiti migliori e preparate una bella festa»  .
Ci sembra di vederlo il cuore di questo tenero padre, che commosso passa da una emozione all’altra. All’inizio è triste, ama e piange, attende e sospira nell’inutile sogno di una speranza che sembra impossibile. Ma quando si vede il figlio tornare è soffocato dalla commozione e, pieno di gioia, se lo stringe al petto.
Quasi temendo di perderlo ancora, lo colma d’attenzione e a lui mostra più bontà che al fratello maggiore, rimasto sempre fedele.
Buon Maestro, proprio così ami i peccatori? Allora perché esitiamo a tornare a te?
Che temiamo? Sei molto diverso dai giudici di questo mondo. Il tuo è il tribunale della misericordia.
Sacerdoti, imparate di quale spirito siete. Non invocate la folgore sui colpevoli. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle.

 

 

 

 

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E I PECCATORI


Il Cuore di Gesù che cerca i peccatori è il modello del sacerdote al confessionale.
Il sacerdote è padre, medico, dottore e giudice: Gesù era tutto questo. Il sacerdote consola, guarisce, incoraggia le anime; Nostro Signore faceva lo stesso.


La guarigione del paralitico e la resurrezione di Lazzaro
Viene condotto a Gesù un povero paralitico. Gesù vedendo la fede di quell’uomo, dice: «Ti sono rimessi i tuoi peccati»  e siccome i farisei si stupivano, soggiunse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua»  (Matt. 9, 6).
Quest’uomo è stato guarito e perdonato perché aveva creduto. E’ intervenuta poi la guarigione corporale come una prova e un simbolo del perdono.

Anche noi cerchiamo di sanare con la stessa bontà le anime di coloro che vengono a noi pieni di fede e di pentimento.
La resurrezione di Lazzaro è un’altra figura della confessione. Gesù grida: «Lazzaro, esci dal sepolcro » . Poi dice agli apostoli: «Slegate le bende che lo avvolgono»  (Giov. 11, 43 s.).
E’ Dio che rimette i peccati, ma sono i sacerdoti che, nel sacramento della penitenza, fanno cadere i legami della colpa.


Altri esempi
Meravigliati per la bontà del Salvatore, i farisei dicevano agli apostoli «Perché il vostro Maestro mangia con i pubblicani e i peccatori?» .
E Gesù avendoli uditi, risponde loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati. Cercate di comprendere quindi questa parola della scrittura: Io voglio la misericordia e non il sacrificio. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»  (Matt. 9, 12). Nel numero dei pubblicani era anche Matteo, che Nostro Signore chiamò all’apostolato.
Egli si trovava al tavolo delle imposte, quando Gesù gli disse: «Seguimi » . Matteo pieno di riconoscenza offrì un gran banchetto a Gesù che si recò nella casa di lui assieme ai suoi discepoli. La sua bontà porta i peccatori alla gioia e alla riconoscenza, e li incoraggia a prendere generose risoluzioni (Matt. 9, 9).
Del numero dei pubblicani, anzi un loro capo, era anche Zaccheo, celebre per le sue ingiustizie, ma anche per la generosa riparazione fatta. Dopo la sua conversione, egli diventa uno dei più fervorosi discepoli di Gesù (Luc. 13, 2).
Molti mormoravano perché Gesù s’intratteneva coi peccatori; ma Gesù sapeva molto bene di essere venuto per cercare e per salvare le anime perdute nei vizi e nel peccato.
Osserviamo ancora il buon Pastore che cammina in cerca della pecorella smarrita. Questa volta, oggetto delle sue ricerche e della sua viva sollecitudine è la povera Samaritana. Per essa, egli si sobbarca a un penoso viaggio. Cammina dallo spuntar dell’alba, e arriva verso mezzogiorno, quando il sole è più ardente e il caldo più incomodo. Sosta dove sa che una pecorella perduta sta per venire.
I Samaritani erano odiati dai Giudei. Infatti era una tribù di Assiri che Salmanassar aveva condotto in Palestina per ripopolare questa regione dopo aver condotto In schiavitù le dieci tribù d’ Israele. Queste popolazioni seguivano la religione ebraica, ma contaminata da superstizioni pagane.
La bontà di Gesù appare più evidente in questo episodio, perché qui egli ricerca una straniera odiata dalla sua nazione, una donna che sembrava indegna del suo amore, perché si trattava di una pubblica peccatrice. Ciò nonostante, egli si stanca, si affatica, usa gli accorgimenti del suo zelo pur di convertirla.
«Colui che domanda da bere alla Samaritana aveva egli stesso sete della fede di questa donna » , dice S. Agostino.
E’ inutile riportare tutti i particolari di questo colloquio tanto noto. La Samaritana credette in Gesù e gli condusse anche altre anime. Difatti tornò in città e disse agli abitanti: «Venite a vedere uno che mi ha detto tutto ciò che ho fatto. Che non sia il Cristo?» Molti si lasciarono convincere e andarono da Gesù e lo pregarono di restare con loro. E Gesù restò con loro due giorni. Così con la sua bontà si guadagnò subito un bel gruppo di discepoli (Giov. 4, 29).


Altri esempi
Il Cuore sacerdotale di Gesù ha mostrato una grande misericordia anche verso la donna adultera. Era stata sorpresa in adulterio e ora volevano lapidarla, come prescrive la legge. Ma Gesù, dopo d’aver fatto partire tutti i suoi accusatori si rivolge a lei e le dice: «Non c’è più nessuno che ti condanna. Va, e non peccare più»  (Giov. 8, 11). 
In tutte queste circostanze Gesù insegna come il sacerdote deve comportarsi in confessionale.
E Maddalena? Era una grande peccatrice, conosciuta in tutta la contrada per i suoi disordini e  i suoi scandali. Ma anch’essa è vinta dalla bontà di Gesù, e senza rispetto umano, fa pubblicamente un atto di umiltà in casa di Simone il fariseo.
Il celeste medico delle anime nostre guarda con occhio pieno di compassione a quest’anima ammalata prostrata ai suoi piedi; e il perdono che elargisce con generosità, farà di questa penitente il modello ideale della penitenza e della riconoscenza.
Sacerdoti, il nostro ministero verso i peccatori è molto delicato: bisogna essere buoni, zelanti, e amare lo spirito di sacrificio per ricondurre le anime a Gesù Cristo.

 

 

 

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E I SOFFERENTI

 

Il Cuore sacerdotale di Gesù è ricolmo di tenerezza e di compassione per tutti coloro che soffrono, che penano, che hanno fame, che sono malati. E’ un cuore di padre, di madre, di pastore.
Gesù è nostro padre come Dio e come Salvatore, ma anche come sacerdote.
E’ nostro pastore, anzi il buon pastore per eccellenza. Il suo Cuore di sacerdote soffre ogni volta che noi soffriamo. Più che San Paolo, egli può dire: «Chi di voi è colpito da dolore, e io non ne soffro con lui?» (2 Cor. 2, 29). –


Comprendere coloro che soffrono è la missione del Messia
Isala l’ha presentato sotto questo aspetto: «Sono stato mandato per evangelizzare i poveri, per consolare gli afflitti, per sollevare quanti soccombono al peso della fatica e del dolore, per rendere la vista ai ciechi e l’udito ai sordi»  (Cfr. Luc. 4, 18).
Nostro Signore ha sentito profondamente nel suo cuore il significato della sua missione, e chiama a sé tutti quelli che soffrono: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati, e io vi consolerò » (Matt. 11, 2).
Egli sa cosa significhi soffrire: ha conosciuto l’esilio, la persecuzione, la fame,... ed ha sempre davanti agli occhi le grandi sofferenze che gli sono riservate per la fine della vita.
Così deve essere il sacerdote. Deve andare in cerca di coloro che soffrono, per visitarli e consolarli. Se non può guarirli, può tuttavia consolarli e incoraggiarli alla pazienza; qualche volta potrà anche alleviarli nelle loro malattie e offrir loro qualche medicina. Egli deve prestarsi più per loro che per quelli che sono sani.


Gesù all’opera
Guardate Gesù all’opera: s’incontra con la vedova di Naim che piange, e piange anche lui, e con un miracolo le restituisce il figlio vivo.
Un giorno Marta e Maria gli annunciano in pianto la morte del loro fratello e anche Gesù piange:  « Et lacrimatus est Jesus >.
La Cananea grida verso Gesù: «Signore, Figlio di David, abbi pietà di me» . Egli all’inizio la mette alla prova con un’apparente insensibilità. Ma subito cede all’inclinazione del suo cuore e guarisce il figlio della povera donna.
Tutto il racconto evangelico è pieno di guarigioni miracolose: « Gesù, scrive S. Matteo , se ne andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunziando il vangelo del regno, e risanando ogni malattia e infermità tra il popolo. La sua fama si sparse così in tutta la Siria; e gli si presentarono tutti gli infermi, gli affetti da varie malattie e sofferenze, gl’indemoniati, i lunatici e i paralitici ed egli li guariva! » (Mt. 4, 23-24). Secondo S. Marco, la folla che si accalcava al suo passaggio per essere guarita era tanta, che certe volte Gesù non riusciva nemmeno a prendere il cibo. Alcuni suoi parenti e discepoli, esasperati da questo fatto, giunsero al punto di adirarsi con lui, e volevano ad ogni costo mettere fine al suo zelo, che interpretavano come follia (Mar. 3, 21).
Sacerdoti di Gesù, andiamo dagli ammalati, anche se certe volte vengono a scomodarci all’ora dei pasti e del sonno. Quale bontà, accondiscendenza e delicatezza di attenzione aveva Gesù per tutti quelli che soffrono. Non si è mai visto che abbia rifiutato ad alcuno ciò che domandava. Egli chiedeva loro: «Cosa volete che vi faccia?»  E alla risposta: «Che tu mi guarisca », egli li guariva all’istante. Erano ciechi, sordi, storpi, paralitici, ossessi, lebbrosi. All’inizio li eccitava alla confidenza, chiamandoli coi nomi più teneri: «Figlio mio, abbi fiducia, e sarai guarito » . Il suo zelo non si lasciava frenare dagli scrupoli che i farisei avevano per il riposo del sabato. Di fronte a simili difficoltà, faceva semplicemente osservare: lasciereste il vostro asino nel pozzo o la vostra pecora nel fosso perché è giorno di sabato? Perché volete dunque che io lasci gli ammalati nella loro triste condizione?


Il buon Samaritano
Un uomo è stato spogliato, bastonato, ferito.
Un sacerdote ebreo e un levita gli son passati vicino, ma non hanno aiutato il ferito.
Passa un samaritano: è il vero sacerdote, figura del salvatore, sacerdote della nuova legge; difatti mosso a pietà per quell’infelice, si ferma, lo cura, versa olio e vino nelle sue ferite e poi lo fa salire nella sua cavalcatura e lo conduce all’albergo più vicino, pagando egli stesso le spese dell’alloggio.
Il vero sacerdote e pontefice delle anime nostre, Gesù, ha messo in questo racconto tutto il suo cuore.
Sacerdoti di Cristo, siamo anche noi dei buoni samaritani per gli ammalati della nostra parrocchia. Ai tempi del Signore c’erano molti ossessi. I demoni s’agitavano, vedendo il loro potere compromesso dalla redenzione.
Oggi il demonio agisce diversamente; dirige gli uomini per mezzo di sette e di associazioni antireligiose.
Che faremo contro di lui? Gesù scacciava i demoni, ma aveva grande compassione per le anime che ne erano vittime.
Detestiamo in modo assoluto le sette, ma siamo buoni con le persone!
Gesù mostra in modo particolare questa sua bontà verso il povero ossesso di Gerasa, tormentato da una legione di demoni. Guarito in modo miracoloso, per dimostrare la sua gioia e la sua riconoscenza, egli si mette nelle mani di Gesù, disposto a servirlo come discepolo. Ma il buon maestro gli dice di ritornare nel suo paese, per far conoscere a tutti i benefici di Dio.
Siamo sempre buoni con le persone, pur condannando le dottrine e le pratiche settarie.

 

 

 

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LE RELAZIONI DEL SALVATORE CON GLI APOSTOLI


Le relazioni con i propri confratelli costituiscono una parte delicata e importante nella vita del sacerdote. Egli può trovare delle sante e sublimi lezioni nei rapporti che Gesù ebbe con i suoi Apostoli, da lui sempre trattati come fratelli.


Gesù tratta gli Apostoli come fratelli
Un giorno annunziarono a Gesù che sua madre e i suoi fratelli, cioè i cugini, lo attendevano. Ma egli, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli»   (Mt. 12, 49). Amiamo i sacerdoti come nostri fratelli.
In altra occasione, a Cafarnao si raccoglievano le imposte personali: si dovevano versare due dramme a testa. Gesù aveva bene il diritto di esentarsi dal tributo, ma non lo fece per non dare scandalo a qualcuno; e allora, considerando S. Pietro come un suo fratello, gli dice: Va, getta l’amo e prenderai un pesce; l’aprirai e vi troverai uno statere, cioè quattro dramme; con quelle paga la tassa per me e per te.
Gesù quindi ci tratta come fratelli suoi.
Egli vive con i suoi Apostoli come uno di loro. Hanno in comune i beni, spesso anche l’abitazione e i pasti. Un ragazzo lo segue, portando qualche provvista per Gesù e per gli Apostoli.
Qualche volta domanda loro da mangiare: «Ragazzi, avete qualche cosa da mangiare?» (Giov. 21, 5). Altre volte si presta lui stesso a prepararne per loro. Accende il fuoco, frigge i pesci, prepara il pane (Giov. 21, 9). Semplicità e carità, sono le virtù che Gesù esercita, per nostra edificazione, nelle sue relazioni con gli Apostoli.


Gesù difende sempre gli Apostoli
«Perché, gli dicono, i tuoi discepoli non digiunano, come i discepoli di Giovanni Battista?»  .
Egli risponde: «Essi sono i figli dello sposo, e come potrebbero digiunare finché lo sposo è con loro?» cioè: essi sono i discepoli amati dal Messia; godono d’essere con lui; più tardi, quando egli avrà dato la vita per essi, allora digiuneranno (Luc. 5, 34).
Un giorno gli Apostoli sono rimproverati perché, passando vicino ad un campo di frumento, ne raccolgono delle spighe, benché fosse sabato. Gesù prese la loro difesa dicendo: «Avevano fame. Le prescrizioni del sabato non intendono privare uno del nutrimento. Anche Davide un giorno mangiò i pani benedetti riservati ai sacerdoti, perché aveva fame ». Difendiamo sempre i nostri confratelli.
Quando Giuda e la canaglia di Gerusalemme vennero per arrestare Gesù al Getsemani, dopo aver fatto loro intravedere la sua potenza rovesciandoli a terra, egli si consegnò loro, ma si preoccupò di dire: « Non toccate i miei discepoli: sinite hos abire» (Giov. 18, 8).
Egli non manca di rendere loro dei servizi; li fa partecipare alla moltiplicazione dei pani e alla pesca miracolosa.
Guarisce dalla febbre la suocera di Pietro (Luc. 4, 38).
Ha fra i suoi discepoli qualche amico più intimo, come Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni.
Li prende con sé in qualche circostanza speciale, come alla resurrezione della figlia di Giairo, alla trasfigurazione, durante l’agonia.
Noi pure possiamo avere degli amici che ci siano di aiuto e di conforto.
Agli Apostoli Gesù raccomanda di praticare scambievolmente la correzione fraterna e il perdono delle offese: « Se il tuo fratello ti ha offeso, parlagli in segreto o, se occorre, davanti ad uno o due testimoni» .
Cerchiamo di avere qualcuno che ci ammonisca. Risolviamo le nostre piccole questioni senza ritardi e senza difficoltà.


I misteri della cena, dell’agonia e del Calvario
Com’è umile Gesù al Cenacolo Vuole lavare i piedi ai suoi discepoli e servirli. «Ho fatto ciò per darvi l’esempio» .
Cerchiamo di essere umili nelle nostre relazioni vicendevoli. Al cenacolo tutti collaborano per lo splendore e la dignità del culto. Come Pietro e Giovanni che preparano con ordine la sala, così anche noi dobbiamo prestare il nostro aiuto ai confratelli per le cerimonie del culto, usando grande pietà e dignità.
Quali effusioni d’amicizia seguono la cena!
Le parole di Gesù sono tutte soprannaturali: sono l’effusione del suo cuore divino. Come sono le nostre conversazioni?
Poi c’è la preghiera del Getzemani. « Vegliate e pregate, per non entrare in tentazioni..., non potete vegliare un’ora con me? ».
Seguire Gesù fino al Calvario è il privilegio di S. Giovanni. Se noi amiamo il Cuore di Gesù, ci sarà facile e dolce soffrire per lui e con lui.
I sacerdoti di Cristo siano veramente per noi dei fratelli. Gesù ce l’ha tanto raccomandato!
<Amatevi scambievolmente, diceva agli apostoli. Siate uniti» . «Siate una cosa sola come lo siamo il Padre ed io!» .

Questa unione sarà il vostro onore e sarà di edificazione alle anime (Giov. 17, 21).

 

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LA TEMPERANZA


 
Gesù è modesto, semplice e mortificato. Egli è per tutti, ma soprattutto per i suoi sacerdoti, il modello di tutte le virtù.


Gesù e la modestia
Egli ci mette in guardia contro i nostri occhi e contro i nostri desideri. « Se il tuo occhio è semplice e puro, tutto il tuo corpo, ossia tutto il tuo essere, è luminoso. Se il tuo occhio è cattivo, tutto il
tuo essere è nelle tenebre»  (Matt. 6, 22).
«Se il tuo occhio ti scandalizza, strappalo. E’ meglio perdere la vista che andare all’inferno»  (Matt. 18, 9).
Se alcuno guarda con occhio impuro una donna, è già contaminato nel suo cuore (Matt. 5, 28).
Quanto è prudente il Salvatore nelle sue relazioni!

I discepoli sono tanto ammirati della sua modestia abituale, che si meravigliano di vederlo una volta conversare con la Samaritana (010v. 4, 27). Quando l’emorroissa tocca le sue vesti, Gesù si lamenta d’essere stato toccato.
Maria Maddalena vorrebbe mostrare la sua passione per lui, baciandogli, se mai, nuovamente i piedi. Ma Gesù stesso la tiene a distanza: .<Noli me tangere: non toccarmi!>.

 
La temperanza
Per la temperanza Gesù abbonda di consigli e di esempi.
Andate, dice ai discepoli, predicate il regno di Dio. Non prendete con voi né oro né argento: abbiate fiducia nella Provvidenza.
Se in qualche luogo non siete accolti, scuotete la polvere dai vostri calzari, e andate altrove. Io benedirò coloro che vi riceveranno in mio nome, anche se vi daranno un solo bicchiere d’acqua....
Abbiate fiducia. Dio ha cura degli uccelli; avrà cura anche di voi (Matt. X).
E ancora: «Voi non potete cercare nello stesso tempo Dio e il danaro. Non preoccupatevi per ciò che vestirete e mangerete. Dio nutre gli uccelli e veste i fiori.... » .
«Lasciate che i pagani vivano per il danaro; voi no. Il Padre celeste sa ciò di cui avete bisogno. Cercate innanzi tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrappiù» (Matt. 6, 24).
Gesù pratica quanto insegna. Passa per le città e le campagne predicando il regno di Dio.
I dodici apostoli sono con lui. Portano con sé poche cose: qualche provvista per mangiare nei luoghi deserti, e una piccola borsa, più per fare l’elemosina che per viverci.
Buone persone offrono loro il necessario. Vi è pure qualche benefattore. Alcune donne che Gesù ha guarito, dice S. Marco, cioè Maria Maddalena, Giovanna sposa di Cusa procuratore di Erode, Susanna e altre seguivano il Maestro e i suoi discepoli per ascoltarli, e intanto li aiutavano con i loro beni.


La mortificazione
Possiamo ricordare qui il grande digiuno di Nostro Signore: i quaranta giorni passati nel deserto.
Che esempio! Quale mortificazione!
Nostro Signore consigliò anche i1 digiuno, ma raccomandando di non farlo con ostentazione come i farisei (Matt. 6, 16).
E durante tutta la sua vita, che sobrietà! Si nutre di pane d’orzo e di pesce. Ha adottato il regime di vita dei pescatori di Galilea, suoi discepoli.
Il Vangelo ci ricorda quali erano le provviste del collegio apostolico: cinque pani di orzo e due pesci (Giov. 6, 9).
Un’altra volta invece erano sette pani e pochi pesci: Paucos pisciculos (Mat. 15, 33).
I pesci del lago di Tiberiade hanno molte reste e sono poco appetitosi. Tale era il cibo di Nostro Signore.
Dopo la resurrezione, Gesù non è più esigente.
S. Giovanni ce lo descrive attento a preparare per sé e per gli apostoli del pesce arrostito sulle brace.
S. Luca ce lo presenta mentre prende un po’ di pesce arrostito e del miele.
Egli sapeva pure digiunare o prendere i suoi pasti quando le occupazioni dell’apostolato lo esigevano.
A Samaria è stanco, ha fame.
Gli apostoli lo invitano con insistenza a mangiare; ma egli non dà loro ascolto, è troppo occupato per la conversione della Samaritana: «Io ho un cibo che voi non conoscete; il mio cibo è fare la volontà del Padre mio» (Giov. 4, 32).
Agli inizi della sua vita pubblica, è così pressato dagli ammalati, che gli riesce difficile persino mangiare un pezzo di pane (Marco 3, 20).
Il più delle volte riposa in un luogo comune con gli apostoli; spesso dorme sulla nuda terra, senza avere neppure un sasso su cui posare il capo.

Altre volte dorme sul tavolato della barca di Pietro, in mezzo al rumore e all’agitazione degli apostoli.
Che semplicità! Un umile prete di campagna ha un alloggio e un cibo migliore: solo la vita dei missionari che vivono tra i selvaggi si avvicina al regime scelto dal Salvatore.
Le virtù del buon Maestro saranno oggetto delle nostre meditazioni quotidiane. Egli è il modello amabile e perfetto, che è sempre dolce contemplare.

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LE RELAZIONI COL MONDO


Edificare e fare del bene è lo scopo delle relazioni sociali di Gesù. Possiamo fermare la nostra considerazione sui rapporti che egli ebbe con i gentili, con gli amici e con i nemici.

Relazioni di Gesù coi gentili

Spesso egli ha relazioni con estranei alla fede ebraica, e cioè con dei pagani e con dei samaritani scismatici.
Egli li attira alla verità con i suoi benefici e con la sua santità.
Ecco anzitutto il centurione di Cafarnao. E’ pagano; ma onesto e buono. Ha fatto anche costruire una sinagoga per i giudei. E’ un uomo umile e retto. Ha sentito parlare dei miracoli di Gesù, e anche lui chiede la guarigione di un suo servo malato.
Gesù vuole recarsi a casa sua; ma li centurione dà quella storica risposta: « Io non sono degno che tu entri in casa mia» .
A queste parole, Gesù guarisce senz’altro il servo ed elogia la fede del centurione: «Non ho trovato una fede così grande in Israele» .
Anche la Cananea è sempre pagana. Essa viene a domandare la guarigione della figlia. Gesù prova la sua fede e la sua umiltà. Dapprima non le risponde, poi le dice dl non essere venuto per gli stranieri ma per i figli d’Israele, e che il pane della casa è per i figli e non per i cani.
La povera donna è ammirabile per la sua fiducia e per la sua umiltà: « Anche i cani, ella dice, possono prendere le briciole che cadono dalla tavola del padrone » .
Gesù ammira la fede di questa donna e ne guarisce la figliola.
I Samaritani sono scismatici; Gesù tuttavia s’interessa della povera Samaritana.
Per invito degli abitanti della città di Samaria, trascorre due giorni in mezzo ad essi, e parecchi credono in lui.
Gesù ha meno successo con Pilato, perché è prevenuto dall’orgoglio e dall’interesse; è uno che teme di dispiacere a Cesare e ha paura di perdere la sua alta carica.
Rifiuta le grazie di fede che gli sono offerte, e condanna il Salvatore contro la sua stessa coscienza.
Cerchiamo di essere sempre accoglienti e buoni nelle nostre relazioni con coloro che non hanno la nostra fede, e con gli increduli contemporanei.


Relazioni con le persone amiche
Consideriamo ora Gesù nelle sue relazioni con le persone amiche e benevoli: dovunque egli espande i suoi benefici ed eleva le anime verso Dio.
Ricordiamo le nozze di Cana. Gesù vi assiste perché ha dei legami di parentela con gli sposi.
Maria e Gesù badano alle necessità di questa famiglia, e 1a loro comprensione si manifesta con un miracolo.
Quando Gesù chiama Matteo all’apostolato. accetta di fare un pranzo in casa sua: e lo fa per portare un po’ di luce e verità in mezzo ai pubblicani e alla gente di mondo.
Egli accetta l’invito anche di Zaccheo, perché la sua presenza opererà il miracolo. Zaccheo dà la metà dei suoi beni al poveri, riparando così le frodi che aveva commesso.
La cena nella casa di Simone di Betania è pure un fatto importante. Gesù voleva giustificare la Maddalena e ricevere l’unzione che doveva presagire la sua prossima sepoltura.
E’ buono con Simone ma gli dà anche un utile insegnamento, opponendo al suo orgoglio farisaico l’umiltà della Maddalena.  
Gesù accoglie il fariseo Nicodemo che per rispetto umano viene a fargli visita di sera. Lo istruisce e lo prepara alla fede.
Possiamo infine pensare a Gesù presso gli amici di Betania. Come ama questa famiglia! Converte la Maddalena, incoraggia Marta, è addolorato per la malattia di Lazzaro, piange alla sua morte e poi lo risuscita.
Anche il sacerdote quindi può godere di amicizie pure e soprannaturali.

 
Contraddittori e persecutori
Gesù non avrebbe dovuto avere nemici; tuttavia ne ebbe. Anche i sacerdoti ne hanno.
Gesù dice loro: « Io vi mando come agnelli fra i lupi » . I principali nemici di Gesù furono i farisei, i puritani di allora, che avevano la pretesa di essere i soli veri osservanti della legge, e che erano invece orgogliosi, gelosi, avari e spesso corrotti.
Si scandalizzano a vedere Gesù andare al popolo e predicare la semplicità, l’umiltà, il distacco dai beni della terra.
Fanno di tutto per intaccare la sua popolarità, perché a loro fa ombra.
Rimproverano i discepoli perché sgranano qualche spiga durante il riposo festivo. Biasimano Gesù perché guarisce i malati in giorno di sabato. Gli presentano l’adultera per vedere se egli la condanna... Ma tutti i loro tranelli sono smascherati, e Gesù conserva l’amicizia del popolo.
Anche gli Erodiani, i politici di quel tempo, vorrebbero mettere in crisi la popolarità di Gesù. Vengono a domandargli se bisogna o no pagare il tributo a Cesare.
Gesù risponde a tutti con dignità; ma l’odio è tenace.
Tutti erano d’accordo nel perdere Gesù. Anche noi abbiamo dei nemici e ne avremo sempre. Opponiamo loro il silenzio, oppure una risposta dignitosa e calma. Se occorre subire le persecuzioni staremo uniti a Gesù e le nostre sofferenze porteranno i loro frutti.
Gesù è nostro modello in tutto. Egli ha per tutti parole di salvezza.
E’ buono con gli amici ed ha con essi quella carità ch’è naturale al suo divin Cuore.
E’ forte e severo di fronte ai contraddittori e ai persecutori, per indurli a riflettere e a convertirsi.

 

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LA FAMIGLIA

 

Fino all’età di trent’anni, Gesù vive in famiglia; lavora e prega, è obbediente e affettuoso.


Nazaret
Dal suo ritorno dall’Egitto fino alla sua vita pubblica, Gesù visse a Nazaret, alle dipendenze d’un operaio, «aber et tabri tilius»  .
Lavora il legno con S. Giuseppe; fa gioghi per i buoi ed aratri per lavorare la terra. La sua famiglia è a Nazaret e a Cana. Lo zio Cleofa, la zia e i cugini abitano a Nazaret; egli li vede ed è affettuoso con tutti.
Quando inizierà la sua predicazione a Nazaret, gli abitanti diranno: «Non è questi il falegname, il figlio di Maria, il fratello o cugino di Giovanni, di Giuseppe, di Giuda e di Simeone?> (Marco 6, 3).
Maria Salome, madre di Giacomo il Maggiore e di Giovanni, è una sua cugina; sembra abbia abitato a Cana. Tra i membri della sua parentela, regna una grande unità.
Maria, sua madre, presta il suo aiuto per tre mesi alla cugina Elisabetta.
Gesù e Maria assistono alle nozze d’un parente a Cana. Con quanta sollecitudine Maria si preoccupa affinché non manchi nulla al pranzo di nozze! Riesce perfino ad ottenere un miracolo da Gesù.
Gesù ha assistito alla morte di S. Giuseppe, suo padre putativo, prima di iniziare la sua vita pubblica...
Anche il sacerdote deve essere un figlio esemplare. Per predicare con frutto il quarto comandamento: «Onora il padre e la madre », deve osservarlo perfettamente prima lui.

La separazione
Per il sacerdote giunge anche il tempo della separazione dalla sua famiglia.
Gesù lasciò la famiglia per qualche giorno all’età di dodici anni.
Lo fece quasi a preludio della sua missione futura, per richiamare l’attenzione dei sacerdoti ebrei sul prossimo avveramento delle profezie; lo fece pure per insegnare alle famiglie cristiane come devono permettere volentieri ai loro figli, grandi e piccoli, di entrare in seminario.
Giunge poi il tempo della vita pubblica;  Gesù lascia Nazaret presso il lago di Tiberiade (Cap. IV).
Carfanao divenne la sua seconda patria.
Egli ha ora una nuova famiglia, costituita dai discepoli e da tutte le anime che deve evangelizzare.
La sua famiglia naturale non gli deve essere di ostacolo.
Un giorno a Carfanao, gli dicono: « Tua Madre e i tuoi fratelli sono qui e vogliono parlarti» .
«E chi è mia madre, rispose Gesù, e chi sono i miei fratelli? Sono i miei discepoli, coloro che credono in me e che fanno la volontà del Padre mio»  (Matt. 12, 48).
Il sacerdote non deve permettere che la sua famiglia lo distolga dal ministero. Se ha la vocazione religiosa, deve essere distaccato ancora più dai suoi, per essere tutto al servizio del Padre Celeste: «In his quae Patris mei sunt, oportet me esse »  (Luc. 2, 46).
Chi lascerà il padre, la madre, i fratelli, per servire Dio, riceverà il centuplo e la vita eterna (Matt. 19, 29).


11 suo apostolato in famiglia
Gesù si fa apostolo e distributore di grazie anche tra la sua famiglia.
Prima ancora di nascere, apportò grazie elette a S. Giovanni Battista e ai suoi genitori, Zaccaria ed Elisabetta.

Elevò sua madre al disopra di tutti i santi; ricolmò di grazie S. Giuseppe.
La zia e la cugina, Maria di Cleofa e Maria Salome, sono tra le sante donne, che servono il collegio apostolico e seguono Gesù fino al Calvario.
I cugini Giacomo il Minore e Giuda, Giacomo il Maggiore e Giovanni, sono apostoli.
Simone sarà vescovo di Gerusalemme dopo l’apostolo Giacomo; Giuseppe, l’altro cugino, sarà proposto all’apostolato con San Matteo.
Tuttavia se essi hanno dei favori e delle grazie, bisogna che se li meritino e vi corrispondano. Il legame del sangue non basta.
Salome voleva che i due suoi figli, Giacomo e Giovanni avessero i1 primo posto nel regno di Dio, in forza della sua parentela con Gesù.
Ma Gesù le risponde che non è questione di favoritismi: ed essi avranno un posto elevato in cielo se avranno il coraggio di bere fino in fondo il calice delle persecuzioni.
Quando il sacerdote lascia i suoi genitori, è giusto che li affidi a persone sicure. Così Gesù prima di salire al cielo, affida sua Madre a S. Giovanni.
Che belle e dolci lezioni ci dà il Cuore sacerdotale di Gesù! Amiamo la nostra f amiglia in Dio e per Dio. Sappiamo lasciarla, quando è necessario.
Sforziamoci di santificarla.

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ DI FRONTE ALLA NATURA E ALL’ARTE

 

Il sentimento e il gusto della natura in Gesù dovette essere acquisito con l’esperienza, e la sua umanità vi trovò certamente un nuovo sentimento per giungere al Padre, e, insieme, una sorgente di gioie delicate e profonde.
Egli percepiva meglio di noi le bellezze naturali e con facilità i1 suo pensiero si sentiva elevato all’Autore del creato.


La terra premessa
Gesù aveva scelto come sua patria uno dei paesi più belli e più ricchi del globo. Il nome di «Terra promessa»  non era una parola vuota di senso. La promessa della «Terra ove scorre latte e miele» non era un inganno.
Al tempo di Gesù, la bella patria di Israele era in pieno sviluppo.

Non aveva un clima snervante e un ambiente voluttuoso come il Bosforo e le isole della Grecia, vi regnava una bellezza distensiva e sana, con una nota un po’ malinconica verso la Giudea.
La pianura e le valli erano di una fertilità lussureggiante; dall’alto dei colli si poteva vedere: da una parte la valle simbolica del Giordano e il lago della morte, dall’altra il grande mare che conduce verso le terre d’ Occidente.
Per la sua nascita, Gesù ha scelto la città bianca, la città del pane, Betlemme, posta su un altipiano davvero ubertoso, ove crescono le viti, il frumento, i fichi e l’olivo.
Vicino a quei luoghi, si trovano i laghetti e i giardini di Salomone, la «fonte sigillata» e il «giardino chiuso », cui Salomone si compiaceva di paragonare la sua sposa.
Nazaret, ove Gesù trascorreva gran parte della sua vita, è la città dei fiori.
E’ posta sotto le rocce come un nido di colomba; domina le pianure d’Israele. Da quell’altura si gode la visione del Carmelo, la bella montagna boscosa e fiorita, che dà vita al paesaggio.
Lì a Nazaret, nella calma e nel raccoglimento, Gesù ripeterà ogni giorno il suo Ecce Venio, offrendo al Padre Celeste tutti i suoi pensieri, le sue pene, il suo lavoro, i suoi sospiri come atti di redenzione.

La Galilea, dove vivrà tre anni, è la terra dell’attività, della pesca e delle messi.
Questo centro era favorevole per lo sviluppo della sua attività.


Da Nazaret a Gerusalemme
Gesù fece varie volte il percorso che dalla Galilea conduce verso la Palestina. Per la Samaria passano tutti i pellegrini. E Gesù vi passava, attraversando le pianure di Esdrelon, in occasione delle feste religiose di Gerusalemme, tre volte all’anno.
Ciò avveniva sempre in primavera per la Pasqua e la Pentecoste, e in autunno per la festa dei Tabernacoli.
Gesù lasciava dietro a sé la catena del Libano, col monte Ermon coronato di neve; a levante c’era il mare di Galilea, bordeggiato all’orizzonte da una catena di colline; qui Gesù svolgeva il suo apostolato; a ponente invece c’era il grande mare, attraverso il quale la Buona Novella avrebbe preso il volo a grandi ali.
La grande pianura di Esdrelon in primavera era come un mare ondeggiante di verde, ove brillavano fiori di ogni colore, specialmente le anemoni rosse, che formavano tappeti più ricchi della porpora di Salomone.
Gesù amava il lavoro dei campi, l’aspetto maestoso delle montagne, le acque benefiche, i fiori profumati, tutto il creato che mostra e canta la gloria di Dio.
A primavera, l’aroma gradito dei mandorli e dei cedri profumava l’aria.
In autunno, era commovente vedere i contadini che gettavano a piene mani il grano nei campi, gli operai che tornavano al tramonto quando il sole imporporava le montagne, i greggi che da lontano sollevavano nuvole di polvere, le guardie notturne che scambiavano il loro turno.
Gesù passava presso il Tabor, il monte della sua gloria, passava a Dotain ove fu venduto Giuseppe, a Silo ove sostò l’Arca, e a Betel ove Giacobbe fece il suo sogno famoso, e in mille altri luoghi storici, ove avvennero episodi che preludevano le redenzione.
Gesù si servì dei ricordi dei suoi viaggi per raccontarci le belle e poetiche parabole del seminatore, della vigna, del buon pastore.
Se noi sapessimo comprendere e gustare la natura!
Le nostre prediche potrebbero trovarvi immagini meravigliose, capaci d’incantare il nostro uditorio.

La Giudea

La Giudea propriamente detta non aveva né la fecondità né la bellezza della Galilea e della Samaria.

Sembra che Dio abbia voluto stabilire una differenza tra il paese ove Gesù seminò la buona novella, e quello ove la stirpe deicida volle soffocare la sua voce.
La contrada era montuosa, l’acqua scarseggiava, le rocce assolate; in una parola, l’aspetto generale era triste.
Scendendo dal monte degli Olivi, Gesù vedeva il tempio con la sua massa imponente, ornato di sculture e di altre decorazioni: di qui annunziò ai discepoli il prossimo castigo, la distruzione del tempio per mezzo dei Romani.
La natura e l’arte elevano l’anima verso Dio.
Cerchiamo di gustarle e servircene nelle preghiere e nelle predicazioni. I granai ci ricordano l’Eucarestia, i torchi ci ricordano il Calvario. I fiori, le armonie, i profumi della natura cantano la gloria di Dio.
Amiamo recitare il cantico Benedicite, osservando i nostri giardini e le nostre belle campagne.

 

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CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LE TENTAZIONI


Perché Nostro Signore volle provare le tentazioni del deserto? Fu per meritare grazie di fortezza a tutti i fedeli e particolarmente ai sacerdoti.
L’ambizione, l’avarizia e la sensualità sono le tre tentazioni che Nostro Signore ha voluto subire e sono pure le tentazioni che spesso incontra il sacerdote.

L’ambizione
Il demonio trasportò Nostro Signore sulla sommità del tempio e gli disse: « Se sei figlio di Dio, buttati giù» (Matt. 4, 6).
Evidentemente Nostro Signore si rifiutò di mostrare la sua potenza per un semplice motivo di vanità.
Amor proprio, ambizione, vanità, attacco alle proprie doti, sono difetti tanto dannosi per il sacerdote.

Uno che si compiace dei suoi presunti talenti, predica più se stesso che il Vangelo.
Un altro pone ogni propria preoccupazione nell’aspirare alla dignità; ha meno ardore per il regno di Dio, che per la propria vana gloria.
Il Cuore sacerdotale di Gesù non ha avuto queste bassezze.
«Imparate da me, egli dice, che sono mite ed umile di cuore» Matt. 11, 29). Quante volte egli ordina che non si parli dei suoi miracoli!
E quando lo vogliono proclamare re, egli si nasconde, per insegnarci l’umiltà.
S. Bernardo, che visse nel Cuore di Gesù e lo conosceva bene, ci suggerisce questi consigli sull’umiltà.
«Domandatevi spesso queste tre cose: Che sei tu? Immondezza e peccato, che Dio tiene in vita, perché non abbia a ricadere nel nulla.
« Cosa saresti? Senza l’aiuto di Dio, un ammasso di vermi.
«Perciò, se trovi qualche cosa di buono in te ringraziane Iddio, e cantagli il Magnificat, perché s’è degnato di guardare la pochezza del suo servo.
«Se cadi in peccato, incolpa te stesso, perché la libertà quasi non sa che peccare.
«Se osservi la legge, dì ancora: sono un servo inutile, non faccio che il mio dovere ».
Gesù si è annientato fino a prendere l’essere di uno schiavo; s’è umiliato, obbedendo fino alla morte: <Non cercate, egli ci dice, il primo posto ai banchetti e alle adunanze, ma l’ultimo>.
<Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato>.
Dopo aver lavato piedi agli apostoli, dice ancora: <Ho fatto questo per insegnarvi l’umiltà’>.
S. Basilio ci dà questi consigli:
«Siate dolci con i dipendenti,  pazienti con coloro che vi disturbano, umani con i piccoli. Non rimproverate con durezza, non sopportate le lodi, nascondete le vostre virtù e i vostri meriti, non permettete che si critichino gli assenti. Se è necessario riprendere gli inferiori, fatelo con pensieri di fede» .


L’avarizia
Il demonio trasporta Nostro Signore su un’alta montagna e gli dice: «Ti darò tutti i regni del mondo, se tu mi adorerai» .
Il sacerdote può essere spesso tentato di aspirare a posti che fruttino delle rendite; e per raggiungere questo, piaggerà protettori civili ed ecclesiastici.
E’ tentato di accumulare le rendite del suo beneficio, di esigere con durezza, di essere avaro con i poveri e con le opere pie.

Ha scelto Cristo come sua eredità; ed ora il suo cuore è attaccato alla ricchezza. E’ una specie di apostasia. Penserà di più alle occupazioni redditizie e ai profitti, che ai suoi doveri verso Dio e verso il prossimo.
Invidierà i confratelli, pregherà senza gusto, perderà lo spirito di preghiera...
«Non si possono servire due padroni,, ci dice Nostro Signore.
« Guai ai ricchi: essi hanno ricevuto la loro felicità qui in terra.
Gli apostoli un giorno manifestarono le loro ambizioni, e Gesù prese un bambino e disse loro:
« Se non vi convertirete e non diverrete come questo bambino, non entrerete nel regno dei cieli»  (Matt. 18, 3).
I bambini sono semplici e non si preoccupano dei beni della terra.
Il capitolo sesto di S. Matteo riporta un magnifico discorso di Nostro Signore contro l’avarizia.
«Porrete il vostro tesoro in cielo; ivi sarà protetto dalla ruggine e dai ladri. Non siate preoccupati delle cose della terra; guardate gli uccelli: essi trovano il cibo sufficiente; i fiori sono vestiti meglio di Salomone.
«Abbiate fiducia nella Provvidenza, Dio sa quello che vi abbisogna...>.
Sono queste le nostre disposizioni?

 

La sensualità

Dopo il suo lungo digiuno, Gesù ebbe fame; il demonio gli disse: «Se tu sei figlio di Dio, fa che questi sassi diventino pane ».
E Gesù: « L’uomo non vive di solo pane, ma anche di ogni parola che esce dalla bocca di Dio ».
Il sacerdote è tentato di darsi ai buoni pranzi e ad altre soddisfazioni più grossolane.
Tutta la vita di Cristo è in contrasto con tali vizi banali.
Egli ha amato la povertà, la semplicità, la modestia.
Agnello immacolato, Egli è figlio d’una Vergine e amico delle anime vergini. Anche in cielo, i vergini formano il suo corteo.
La mortificazione dell’anima e del corpo, è la salvaguardia della castità .
Dice S. Paolo: «Io castigo il mio corpo, per non divenire vaso di riprovazione> (1 Cor. 9, 27).
Rimedi efficaci sono l’umiltà e la preghiera. Quando si affacciano ai nostri occhi e alla nostra mente immagini seducenti, non permettiamo che nasca in noi l’affetto impuro.
Apriamo la nostra anima alla preghiera, e lasciamoci penetrare dall’amore puro del Maestro divino.

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LA PREGHIERA

 
La preghiera di Gesù è fatta tutta d’amore. La preghiera eterna del Verbo è la processione dello Spirito Santo, ed esprime il suo amore per il Padre.
La sua preghiera terrena è l’effusione del suo amore di compiacenza, di benevolenza, di riconoscenza e di riparazione.
S. Agostino che l’ha insegnato: « La religione è perfetta solo nell’amore: Non colitur Deus nisi amando>,.
L’amore è l’elemento più sublime e più santo della religione.
E’ il vertice a cui si eleva l’anima, per stabilire con Dio l’unione più stretta.
Gesù, il sommo sacerdote del Padre, doveva manifestare tutta la sua religione con l’amore.
Considerando la preghiera di Gesù, noi parleremo del suo amore di compiacenza, di riconoscenza e di compassione.
Del suo amore di benevolenza parleremo nella meditazione seguente.


Amore di compiacenza
Amore di compiacenza è quello dell’anima che, contemplando la bontà infinita, immutabile, eterna, sempre antica e sempre nuova dell’Essere divino, se ne compiace e ne gioisce.
Noi siamo per natura, dice S. Basilio, inclini all’ammirazione del bello: Rerum pulchrarum natura appetentes sumus.
Che vi è di più bello dell’Essere divino con la sua perfezione infinita, i suoi attributi gloriosi e la vita intima dell’adorabile Trinità?
L’anima contemplativa, considerando tutto questo, dimentica le creature ed esclama con S. Agostino:
«o Bellezza infinita, troppo tardi ti ho conosciuto, troppo tardi ti ho amato! » .
Se le anime sante vanno in estasi, che doveva essere del divino sacerdote Gesù?
Egli era sempre alla presenza del Padre, e il suo sguardo, nella chiara luce non d’una fede viva, ma della gloria eterna, contemplava senza velo la suprema e gloriosa bellezza dell’Essere divino.
Solo l’eternità ci permetterà d’intravedere i segreti dell’amore di compiacenza di cui era ripieno e animato il suo cuore.
S. Francesco di Sales ci dà un’idea di questo amore estatico, scrivendo: «L’anima che ama d’un amore di compiacenza, grida sempre nel suo sacro silenzio: mi basta che Dio sia Dio, che la sua bontà sia infinita, che la sua perfezione sia immensa.
Ha poca importanza per me che io muoia o viva, dato che il mio diletto vive in eterno d’una vita trionfante» .


Amore di riconoscenza

Colui che Gesù contempla, adora ed ama ininterrottamente, bellezza assoluta, perfezione e bontà infinita, non è buono solo in sé stesso, nella sua essenza; è buono anche fuori di sé.
Tutto ciò che esiste è una manifestazione esterna della sua bontà essenziale.
La creatura che sa d’essere tanto amata, e che riceve, per mezzo di quest’amore, tutti i beni di cui è arricchita, nutre un sentimento d’amore, forte e dolce, l’amore di riconoscenza.
E chi è stato amato da Dio più di Gesù? Chi ha ricevuto più di lui?
E’ stato costituito figlio di Dio (Rom. I, 4).
E’ il figliò prediletto del Padre (Col. 1, 13).
E’ il principio e la fine di tutto (Apoc. 1, 8).
E’ l’immagine della sostanza divina e lo splendore della sua gloria (Ebr. 1, 3).

Tutte le cose sono per mezzo di lui, in lui e per lui (Col. 1, 16).
E’ il Re dei re, il Signore dei signori (I Tim. 6, 15).
E’ il Sacerdote eterno di Dio, secondo l’ordine di Melchisedech (Ebr. 5, 10).
Piacque a Dio ricapitolare ogni cosa in lui, e tutte le creature ricevono dalla sua pienezza (Ef. 1, 10; Giov. 1, 16).
Per questo, il Cuore sacerdotale di Gesù eleva incessantemente al Padre cantici di ringraziamento. I sacerdoti, che tanti doni hanno ricevuto da Dio, devono far propria la medesima disposizione del Cuore sacerdotale di Gesù.
Ringraziare Iddio, è uno degli impegni del loro ministero, specie durante la S. Messa e la recitazione del divino ufficio.
Il sacerdote per rendere a Dio in unione con il Cuore sacerdotale di Gesù degni ringraziamenti, cercherà di immedesimarsi dei sentimenti di S. Gertrude, ripetendo alcune belle espressioni che si trovano nei suoi scritti. Con la Santa dirà:
«Siano rese grazie alla tua bontà, o mio Dio!...
«Per testimoniarti la mia riconoscenza, mi unisco alla gloria che ti rende Gesù Cristo, con la sua gloriosa Madre e con tutti gli Angeli e i Santi.
«In questa sublime unione, ti adoro, ti benedico e ti ringrazio di avermi creato, redento, santificato e ricolmato di tutte le altre grazie.
«La lode è senza significato sulla bocca del peccatore: perciò vieni in mio aiuto, dolcissimo Gesù, te ne supplico.
«Per l’amore sostanziale che ti unisce al Padre, degnati testimoniare a lui la mia riconoscenza con lodi eterne. Abbandonati per me, o caro Gesù, ai trasporti del tuo Cuore; lancia verso Dio, per me, un grido di quella riconoscenza, di cui solo il tuo Cuore conosce i segreti.
«O Signore, o Dio infinitamente grande, loda in te, loda in me, loda per me la divina Maestà, con tutta la forza della tua Divinità, con tutto l’affetto della santa umanità, a nome e con l’affetto di tutte le creature dell’universo. Così sia!» .


La compassione
Gesù dai suoi amici riceve consolazioni e gioie, ma il suo Cuore resta misteriosamente ferito da coloro che l’offendono.
«Iddio, si legge nella Genesi, è stato colpito da dolore nel suo Cuore. Tactus dolore cordis intrinsecus»   (Gen. 6, 6).
« Il mio dolore supera ogni altro dolore, dice il Signore in Geremia, il mio Cuore è triste»  (Ger. 8, 18).
I profeti spesso parlano della tristezza divina e ne indicano la causa: «Non ho cessato di proteggere il mio popolo, dice il Signore in Isaia, ed esso non vuoi credere alla mia tenerezza; non mi segue, e continua a camminare nella via dell’errore...; li ho nutriti da fanciulli, li ho fatti grandi, ed essi mi hanno misconosciuto»  .
Certo nulla può alterare la pace e la felicità eterna di Dio: Egli è immutabile. Il peccato però, che rappresenta la negazione delle perfezioni divine e del suo amore per gli uomini, costituisce un disordine, un male che Dio respinge e odia di odio infinito.
L’odio per l’iniquità: ecco la misteriosa afflizione, la profonda tristezza del cuore di Dio.
Se i Santi, al pensiero della tristezza di Dio e del peccato che ne è la causa, non potevano trattenere le lacrime come potrebbe rimanere insensibile il Santo dei Santi? La mortale agonia del Cuore di Gesù alla vista dei nostri peccati, è inesprimibile. Dal peccato di Adamo alle bestemmie dell’Anticristo, tutti gli erano presenti e nello stesso istante.
Durante tutta la sua vita terrena, dalle quiete giornate di Nazaret ai barbari colpi della Flagellazione, il sentimento delle offese fatte al Padre fu la sua più crudele passione.
Poteva esclamare senza posa: «Gli obbrobri di cui voi siete l’oggetto, sono ricaduti su di me... La tribolazione ha invaso l’anima  mia. Sono caduto nell’abisso di un estremo dolore... (Sai. 68).
L’amore di riparazione verso il Padre e di compassione per le anime. nostre, formavano in Gesù uno stesso amore.
Prese su di sé tutti i nostri peccati per espiarli, riparando così la gloria del Padre.
Ne portò il peso per trentatré anni. Alla fine parve rimanere schiacciato, come se la  sua stessa divina potenza venisse fiaccata da quel carico immane.
Nel giardino degli Olivi la visione del peccato fu tanto terribile che ne sudò sangue; nel sangue versato per noi al Getsemani e sul Calvario, tutti i nostri peccati furono  lavati come in un diluvio d’amore (Apoc. 1, 5).
Oh! Quanto è fecondo e salutare per un’anima di sacerdote quest’amore di compassione per Dio!
Preghiere, occupazioni, mortificazioni e sacrifici, tutto orienta a questo scopo; nessuna sofferenza infatti è paragonabile a quella che prova l’anima apostolica al pensiero che Dio è offeso, che l’offesa non è riparata e che le anime, perdute per mancanza di riparazioni, sono fonte di immenso
dolore per il cuore di Dio.
Tali sentimenti sgorgano dal cuore sacerdotale dell’apostolo Paolo:
«Sono profondamente triste e il mio cuore è angosciato da un dolore che non ha fine, al punto che vorrei essere anatema per i miei fratelli> (Rom. 9, 2).
Questo lo spirito della Vittima divina, queste le disposizioni del suo Cuore.
Le nostre preghiere di ogni giorno sono animate dagli stessi sentimenti?
Voglia Iddio moltiplicare nella sua Chiesa i sacerdoti che, tutti animati e compenetrati dalle disposizioni del Cuore di Cristo, apostolo e pontefice, siano apostoli prima di tutto con la preghiera, l’immolazione, gli affetti ardenti dell’amore di compassione, e in secondo tempo (soltanto in secondo tempo) con l’attività esterna.
Senza questo fuoco interiore, ogni attività esterna sarà vana (P. Giraud).

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LO ZELO


Amore di benevolenza verso Dio, zelo per la sua gloria, amore della salvezza delle anime, sono termini che esprimono, quasi lo stesso concetto. Amare Dio d’un amore di benevolenza significa volere la sua gloria esterna che domandiamo sempre ogni qualvolta diciamo: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra ». Dall’esaudimento di questa preghiera deriva la salvezza delle anime.
Ebbene, non è forse questa la preghiera di Gesù, il pensiero dominante del suo Cuore sacerdotale?

 
Amore di benevolenza
E’ indiscusso che Dio trae la sua gloria non solamente dalla salvezza dei giusti ma anche dalla perdita volontaria dei peccatori.
Nel giorno del giudizio universale e per tutta l’eternità, la sua gloria consisterà nel pieno trionfo della sua giustizia su di essi; perciò nel disegno della sua misericordia e nel piano del suo cuore di Padre, egli avrebbe voluto trarre la sua gloria dalla fedeltà delle creature in questa vita e dalla loro salvezza nell’altra.
Tutto quanto possiamo desiderare di bene a Dio, gloria, onore, trionfo in questo mondo e nell’altro, si confonde con la salvezza delle anime. E’ dolce il pensarlo. Le anime sono come la materia della sua gloria. Dio non raggiungerebbe in alcun modo quella gloria che si prefisse creando il mondo, se le anime si perdessero. Ecco allora la carità regale di Dio, che non vuol avere nel tempo altri interessi che non siano quelli delle sue creature.

 
Zelo per le anime
Gesù lo sa. Egli è venuto in questo mondo come sacerdote per glorificare il Padre, per l’avvento del suo regno, per costituire e dilatare il suo impero; ma poiché tutto questo si realizzerà soltanto conquistandogli le anime, il suo Cuore di sacerdote palpita di un unico amore: amore per il trionfo del Padre e amore per la salvezza degli uomini. Tutta la sua vita è orientata a questo fine: prega, lavora, soffre, si immola come vittima per la gloria del Padre e per la salvezza delle anime.
Il fuoco interiore che l’animò sulla terra e che si manifestò particolarmente nella vita pubblica, fu l’avvento del regno del Padre e la salvezza degli uomini.
Con quale accento di tenerezza egli parla del Padre suo e del dovere che noi abbiamo
di servirlo fedelmente! Quanto gli preme conquistare le anime al suo servizio! Quanto si prodiga affinché tutte le anime ritornino al Padre.
« Non chiamatemi buono, esclama; Dio solo è buono» (Luc. 18, 11).
Muore per rendere soddisfazione al Padre, riparandone la gloria, e per strappare le anime nostre a Satana.
Alla fine del mondo, questo divino trionfatore, che sarà vincitore perché è stato vittima, come ci insegna S. Agostino, sottometterà tutte le anime che devono formare il suo corpo mistico. Allora la fine dei tempi sarà venuta, dice S. Paolo; il Figlio porterà a Dio Padre la sua conquista; egli stesso si sottometterà a lui (nella sua Umanità e in qualità di Sacerdote e di Vittima), a colui che tutto gli sottomise, in maniera che Dio sia tutto in tutti» (I Cor. 15, 28).
Così si concluderà la missione del Figlio. Come si è potuto notare, il Figlio incarnato, il sacerdote dell’Altissimo, non disgiunge mai, nel suo Cuore e nella sua azione, il Padre, la cui gloria è il fine di tutto, e le anime, la cui salvezza costituisce l’oggetto di questa gloria.

 

Lo zelo è frutto dell’amore
I sacerdoti devono imparare questa lezione: lo zelo è il frutto dell’amore. Lo zelo sarà tanto più attivo e fecondo, quanto più l’amore di benevolenza verso Dio sarà ardente, convinto e abituale. «E’ questa divina passione, l’amore di benevolenza, dice San Francesco di Sales, che ci spinge all’apostolato della predicazione, e sostiene nelle privazioni di ogni sorta, religiosi e sacerdoti nelle Indie, in Giappone, in Alasca. Questa divina passione fa scrivere tanti libri di pietà, fa fondare chiese, altari, pie istituzioni, e per concludere, fa vegliare, lavorare e morire i fedeli servi di Dio tra le fiamme dello zelo che li consuma»  (Amore di Dio, Lib. V, cap. VI).
Il Cuore sacerdotale di Gesù è il nostro modello. Gesù non vede le anime che nel Padre. Egli esclamò: «Conosco il Padre mio e do la vita per le pecorelle» . Dona la vita in misura completa e gioiosa. Tutti i sacrifici gli sono cari.
Come darà un giorno il suo sangue, cosi dà la sua parola; i suoi consigli, i suoi incoraggiamenti, e moltiplica le sue belle e toccanti parabole.
«Io sono, dice, il buon Pastore. Conosco le mie pecorelle, e le mie pecorelle conoscono me. Come il Padre conosce me, così io conosco il Padre; ed è per questo che sacrifico la mia vita per le pecorelle che non sono di questo ovile. Bisogna ch’io le raccolga ed esse intendano la mia voce, allora ci sarà un solo ovile, vegliato da un unico Pastore. Per questo il Padre mi ama; sacrifico la mia vita per nuovamente riprenderla» (Giov. 10).
«Ho altre pecorelle; bisogna ch’io le aduni » ... E’ il fine della sua missione in corrispondenza alla volontà del Padre; ed è pure uno stringente bisogno del suo Cuore.
Fu lo scopo dell’incarnazione; sarà il frutto del suo sacrificio; e sarà pure la manifestazione del suo trionfo. «Vado a prepararvi un posto, affinché, dove sono io, siate anche voi» (Giov. 14, 5).
Ci ha dato la Madre sua, ha fondato la Chiesa, ha istituito i sacramenti per questo scopo. Per la medesima ragione rimane con noi fino alla fine del mondo, con la presenza eucaristica e con l’assistenza dello Spirito Santo.
Veramente è bello e degno di lode e di ringraziamento l’amore di benevolenza del Cuore di Gesù! Fu questo amore a far pulsare il cuore del Bambino di Betlemme, dell’adolescente cli Nazaret, del Buon Pastore che corre alla ricerca dei peccatori, e dell’Agnello Vittima del Calvario.
Gettiamo i nostri cuori in questa fornace di amore, affinché s’accendano dello stesso fuoco.

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU E LA RELIGIONE


Gesù, nostro sacerdote, è santo, anzi è la santità stessa. Egli è l’essenza e la sostanza della santità e di ogni virtù soprannaturale.
E’ dunque anche la sostanza della religione, la grande virtù del sacerdote; infatti il sacerdote è costituito per rendere a Dio gli omaggi che gli sono dovuti: Constituitur in iis quae sunt ad Deum (Ebr. 5, 1).
Gesù-Sacerdote è tutta la religione resa al Padre. Lo fu prima di tutto nelle sue figure, e poi, di persona, fin dal primo istante della sua vita mortale; lo è ancora nel sacramento dell’Altare, e lo sarà eternamente in cielo.
La lode, l’adorazione, la riconoscenza, la eterna e adeguata soddisfazione data al Padre, formano davvero uno spettacolo ineffabile.

La sua religione
La religione è una virtù che ha per oggetto il culto divino; nella vita soprannaturale però fa un tutt’uno, per così dire, con le virtù della fede, della speranza e della carità (S. Th. II, II q. 101, a 3).
Dirige tutte le altre virtù a Dio.
La religione dà a Dio quanto gli è dovuto, e dà alle creature quanto esse si attendono da noi, ma per l’onore e l’amore di Dio. Con verità si può dire che la religione abbraccia tutto, abituandoci a nulla pensare, volere o fare se non per Dio (I Cor. 10, 31).
Vivendo la virtù della religione, l’uomo di null’altro si preoccupa che di Dio; l’adora, lo benedice. lo loda, lo prega, lo ringrazia, gli offre soddisfazioni, dilata il suo regno, fa conoscere e santificare il suo nome, cerca di sottomettere alla sua volontà l’universo intero.
La religione è dunque il principio direttivo di tutta la vita spirituale e di quanto possiamo fare per corrispondere al disegni divini.
Per mezzo di essa l’uomo riconosce di non esistere che per il servizio di Dio: « Non sapevate, dice Gesù, che io devo attendere alle cose spettanti al Padre mio?»  (Luc. 2, 49).
« II Padre, dice ancora, cerca coloro che l’adorino in spirito e verità»  (Giov. 6, 23).

Gesù era il vero adoratore e colui che il Padre cercava.
Egli esprime la sua religione con la preghiera privata, con la preghiera comune alla sinagoga e al tempio, con i sacrifici e con le solennità annuali. Permeamoci del suo spirito di religione, in modo particolare nella S. Messa e nella recita del divino Ufficio.


Adorazione e amore
Il Cuore sacerdotale di Gesù era l’organo della perfetta adorazione.
«La sua vita, scrive il P. Faber, era tutta una vita di umile sottomissione al Creatore della sua santa umanità, di profondo rispetto per Dio di cui vedeva le perfezioni in tutto il loro splendore; in una parola, rappresentava un vero culto che si fondava sulla convinzione che aveva Gesù della nullità della natura umana... Ogni palpito del suo Cuore aveva un valore infinito; e chi li può mai enumerare questi palpiti? Si può affermare che a ogni istante rendeva a Dio un culto infinito» .
Adorare conoscendo perfettamente Dio, desiderare insaziabilmente di rendergli quanto gli è dovuto, non vedere che Dio, il tutto di ogni cosa, incessantemente umiliarsi e annientarsi alla sua presenza, onorare la sua maestà e la sua infinità, ecco lo stato. le disposizioni sempre attive, l’atto incessante e inesprimibilmente amoroso del Cuore sacerdotale di Gesù.
Atto amoroso, perché la religione non è infine che amore, opera nell’amore, si sviluppa e si consuma nell’amore. L’amore le dà la forza, la bellezza, l’esistere stesso. E’ l’amore che adora, loda, benedice, supplica, espia e nell’annientamento trova l’unione con colui che è tutto. « La religione, scrive S. Agostino, è tutto amore: non colitur Deus  nisi amando> (Epis. 140, cap. 18).
La religione esterna di Gesù non era che una manifestazione dei sentimenti di rispetto di riconoscenza, d’amore e di zelo che nutriva nel suo Cuore per il Padre. E diceva:
« Bisogna che il mondo sappia che amo il Padre; se do la vita, è perché il Padre mio
me lo comanda»  (cfr. Giov. 14, 31).
Dopo l’istituzione dell’Eucarestia, recita un inno con gli Apostoli. Al giardino degli Olivi si prostra con la faccia a terra davanti al Padre suo, ripetendo sempre le stesse parole: «Padre, se è possibile passi da me questo calice; nondimeno, si faccia non la mia. ma la tua volontà» (Luc. 22, 42). Prima di esalare l’ultimo respiro esclama:
«Padre, nelle tue mani raccomando l’anima mia» (Luc. 23, 46).
Che religione!... Questi omaggi esterni sono l’espressione fedelissima dell’omaggio interno del suo Cuore alla volontà, ai decreti. ai disegni di Dio, suo Padre.

Gesù assume anche noi nella sua offerta
Gesù non adorava soltanto per sé. Con lui noi formiamo una unità indissolubile, perché, secondo l’espressione di S. Paolo, Gesù trova in qualche modo la sua completezza in noi: Ecclesia quae est corpus ipsius et plenitudo eius (Ef. 1, 23).
Quanto Gesù, nostro sacerdote, ha compiuto, l’ha fatto nello stesso tempo e per sé e per noi, al posto nostro, in nostro nome e a nostro favore.
Da questa verità deriva che Gesù, sacerdote e vittima perfettissima di adorazione, di lode e di religione davanti alla maestà del Padre, durante la sua vita, sulla croce, sull’altare, in cielo, ci fa sacerdoti e vittime come lui, con lui e in lui, poiché egli è il capo e il re di ogni creatura.
Egli è il nostro rappresentante presso il Padre; accoglie nel suo Cuore sacerdotale le anime nostre, le innalza verso Dio e gliele offre in olocausto di lode e di adorazione perfetta.
Nulla può ostacolare l’esercizio di questo sacerdozio.
Il suo atto di religione abbraccia tutto, tutti i luoghi e tutti i tempi: offerta immensa, lode universale, culto supremo offerto a Dio, in nome di tutto ciò che non è Dio.

In modo tutto speciale unisce al suo sacerdozio le anime che si trovano in grazia. Non solamente le offre, ma vuole che esse stesse si offrano e che tutta la loro vita di fede sia una specie di sacerdozio regale: gens sancta, regale sacerdotium (I Pt. 2, 9).
Ma ancora più intimamente unisce a sé i sacerdoti! Ne fa i suoi consacratori. Si offre per mezzo delle loro mani e delle loro labbra.
C’è forse bisogno di dire quanto il loro cuore debba essere unito al Cuore sacerdotale di Gesù? La loro religione dovrebbe imitare la sua religione. Il loro cuore dovrebbe cantare il medesimo inno di adorazione e di lode.
La religione di Gesù è tutta amore: «E’ necessario che il mondo sappia ch’io amo il Padre mio» (Giov. 14, 31).
Nel suo Cuore, le fiamme della carità si innalzano senza interruzione al Padre, e in questi ardori si consuma. Desidera che queste vampe raggiungano pure i nostri cuori, noi soprattutto che siamo i suoi sacerdoti.
Diamo al Cuore di Gesù la soddisfazione che si aspetta. Condividiamo la sua religione d’amore verso il Padre.
L’adorazione che è il fine principale del suo sacrificio è tutta permeata d’amore. La nostra non può essere diversa. 

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ NELLE PROVE


Isaia, il profeta che più dettagliatamente ha descritto la vita del Redentore, ce lo presenta con i segni di un uomo votato al dolore e alle prove: Virum dolorum et scientem infirmitatem (Is. 53, 3). Neppure noi saremo esenti da prove.

La tristezza di Gesù

Nel Vangelo due volte si legge che Gesù abbia pianto; una sola volta, che si sia rallegrato nello Spirito Santo (Luc. 10, 1).
Pianse sulla tomba di Lazzaro e sull’ingrata Gerusalemme. Gioì ringraziando il Padre per aver rivelato i misteri del suo Regno ai piccoli e agli umili.
Il sacerdote avrà più motivi di tristezza che di gioia; il discepolo non può essere dappiù del maestro.
Se il suo occhio, illuminato dalla fede, scopre la bruttezza del peccato e se ha un cuore compassionevole per commuoversi alla vista della strage che il peccato e la morte producono nelle anime, il sacerdote prenderà volentieri su di sé parte delle amarezze del divin Redentore.
Ma trentatré anni di sofferenze spirituali e fisiche, unite a prove dolorose, non resero il divin Maestro triste e melanconico. I frutti dello Spirito Santo erano in lui in tutta la loro pienezza, e i frutti dello Spirito Santo sono: carità, gioia, pace (Gai. 5, 22). Giammai volto umano risplendette tanto di amore divino e di gioia celeste come quello dell’Uomo Dio.
Non rassomiglieremmo al Maestro, se il nostro spirito fosse incupito e il volto triste.


Il peccato
Il tormento più lancinante di Gesù e che non l’abbandonò mai durante tutta la vita mortale, fu d’essere lui, la Santità stessa, ogni giorno a contatto con i peccati degli uomini. Soffriva indicibilmente nel vedere come il peccato rovinasse e guastasse l’opera di Dio.
Il sacerdote ha un motivo di più per soffrire, ed è la considerazione della sua propria indegnità. Se l’apostolo Paolo esclamava: «Rendo grazie a colui che è i1 mio sostegno, a Gesù Cristo che ha posto nel suo ministero me che sono stato prima bestemmiatore e peccatore »  cosa dovremmo dire noi?
Quando ricordo ciò che ero, come posso aprire la bocca per annunciare la parola di Dio? Quando metto in guardia gli uomini dal peccato, dovrei dire: Medico, cura te stesso » .
Se parlo delle loro mancanze, potrebbero dirmi: «Hai una trave nel tuo occhio»  o, come si esprime S. Gregorio, una piaga sulla faccia. Mentre predico l’amore di Dio, la devozione e l’abnegazione, una voce mi dice internamente: «Tu non sei che un sepolcro imbiancato» .
Ma se il sacerdote ama davvero il Signore, soffrirà non soltanto per le sue debolezze, ma anche per quelle del suo gregge. I peccati che si commettono nel mondo, le stragi e le rovine che il demonio fa in mezzo agli uomini sono altrettanti motivi di afflizione per il sacerdote.
Il peccato s’attacca come lebbra alle anime e alle famiglie. Ci deve dispiacere anche la tiepidezza dei buoni. Potrebbero fare tanto bene, e invece stanno lì a languire! L’egoismo, lo spirito di critica svuotano le anime e rovinano le opere.
C’è una tristezza più amara ancora, ed è la perdita di un’anima sacerdotale, la caduta mortale di un confratello. Ci copriamo di vergogna, il cuore sanguina.
Anche il Salvatore ebbe il suo Giuda.


La calunnia
Gesù ha provato anche la calunnia. Fu respinto dagli uomini che si velavano il volto scostandosi da lui, come se si fossero vergognati di riconoscerlo. Fu accusato ingiustamente, come nessun altro mai dopo di lui.
Lo si chiamò samaritano e si sparse la diceria ch’egli fosse posseduto dal demonio. .<E’ un uomo di buona compagnia e un bevitore, un amico dei pubblicani e dei peccatori, un impostore, un seduttore>.
Essere sospettato e accusato di peccato, fu per il Salvatore un’indicibile umiliazione.
Pure il sacerdote, accusato ingiustamente, soffre pene angosciose.
I nemici e gli accusatori di Gesù, in gran parte, erano stati suoi beneficati.
Ogni sacerdote deve essere pronto a sopportare la medesima ingratitudine. Quanti sacerdoti sono criticati, accusati e condannati apertamente o in segreto! Gli stessi amici li abbandonano. I confratelli e forse anche i superiori danno ascolto alla calunnia.
Essi divengono in questo l’immagine vivente del Salvatore, come lo sono nella loro dignità e nel loro ministero.
Infine il divin Maestro morì sotto una valanga di false accuse, abbandonato dai suoi stessi amici.
«Carissimi, scrive S. Pietro, non meravigliatevi del fuoco ardente che serve a purificarvi, perché partecipando alle sofferenze del Cristo, un giorno parteciperete pure alla sua felicità»  (I Pt. 4, 12).

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ E LA VITA SOCIALE

 

Il Cuore sacerdotale di Gesù ha amato teneramente la patria. Ha adempiuto il dovere civico e ci raccomandò di seguire il suo esempio.


Il patriottismo e il dovere civico
Gesù ha amato Nazaret. Respinto dai suoi abitanti, non l’ha maledetta.
Amò Cafarnao, il suo paese cdi adozione, dove esercitò il primo ministero. L’ha ricolmata di favori e ha pianto per la sua ingratitudine.
Di quale amore predilesse Gerusalemme! Ogni qualvolta scendeva da Betania, sostava alquanto sul pendio del giardino degli Olivi per piangere sull’ingrata città che avrebbe sofferto la più rovinosa distruzione che la storia ricordi.
Gesù ci insegna che dobbiamo adempire i nostri doveri sociali e politici: «Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio»  (Matt. 12, 13).
«Pagate le imposte come gli altri»  (Matt. 17, 27).
S. Paolo commenta l’espressione di Gesù:
Rendete a Cesare quel ch’è di Cesare, quando scrive: «Ogni autorità viene da Dio; obbedite ad essa. I principi sono gli strumenti di Dio per il bene. Pagate le imposte e le tasse. Rispettate l’autorità»  (Rom. 13, 1).
Nel caso però che l’autorità civile comandasse delle cose contrarie alle leggi di Dio, non si è più tenuti all’obbedienza: «Si deve obbedire a Dio prima che agli uomini» (At. 5, 29).
Siamo dunque buoni cittadini, amanti della patria e dei suoi interessi spirituali.
Non diportiamoci da uomini di parte. I farisei avrebbero voluto che Gesù si dimostrasse tale: «Siamo tenuti a obbedire a Cesare, che è un usurpatore, un tiranno?» Gesù porse la moneta e disse: «Di chi è l’iscrizione?» .
«Di Cesare!» .
«Date quindi a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio» .


Il Cuore di Gesù e le classi popolari
Il Cuore sacerdotale di Gesù si è preoccupato in particolar modo del popolo.  
Il mondo stava per trasformarsi. A Roma lo schiavo era considerato come una bestia da soma. Dieci milioni di cittadini erano serviti da cento milioni di schiavi. In Palestina, i farisei erano orgogliosi e senza comprensione.
Solo un Dio poteva dire agli uomini: «Voi siete tutti fratelli» «Amatevi gli uni gli altri >.
Gesù è venuto per questo, ed è sotto quest’aspetto che i profeti ce l’hanno descritto:
«Sarà ripieno dello Spirito di Dio, annuncerà la buona novella ai piccoli e agli umili, sanerà tutte le disgrazie, predicherà il grande perdono con la remissione dei peccati e il sollievo dei poveri » .
La riforma economica e sociale va fatta nei princìpi: Dio è Padre di tutti, e gli uomini sono tutti fratelli.
Egli ci dà l’esempio della semplicità e del lavoro. Sceglie la stalla per sua dimora, i pastori per primi suoi adoratori. E’ operaio e figlio di operai.
Contempliamolo a Nazaret con gli strumenti di falegname. Non fa nessun conto della ricchezza, del lusso e degli onori. Rivendica per gli operai giustizia, rispetto e affetto fraterno.
Giustizia. L’operaio ha diritto al salario, al pane e a quanto esige la sua vita di ogni giorno: « Diqnus est enim operarius mercede sua» (Luc. 10, 7).  
S. Giacomo sviluppa questo pensiero, scrivendo:
«Ricchi avari, le vostre ricchezze attireranno su di voi il castigo di Dio. Gli operai hanno sudato per lavorare i vostri campi, e li pagate con il salario della fame .
Rispetto. «Beato chi è dolce, pacifico e misericordioso» . «Chi maltratta i suoi servi è più disprezzabile di un pagano» .
Affetto fraterno. «Siete tutti fratelli. Tra di voi non si faccia distinzione tra schiavi e liberi: Non est servus neque llber> (Gal. 3, 28). Amate e praticate la carità fraterna.


La Chiesa e il popolo
La Chiesa, nel cui organismo pulsa il Cuore sacerdotale di Gesù, ha fatto cessare la piaga della schiavitù. Per gradi s’impegnò per la loro elevazione, da schiavi a servi, da servi a proletari, e da proletari li condurrà all’uguaglianza sociale. Ha dato vita ai comuni, alle corporazioni, agli ordini cavallereschi. Con S. Francesco sottrasse il popolo alle penalità del diritto penale. Venne incontro al proletariato con orfanotrofi, ospizi, istituzioni di carità.
Traiano e Marco Aurelio sottomettevano gli schiavi e li condannavano ai lavori forzati e alle lotte nell’anfiteatro. Voltaire e i filosofi disprezzavano il popolo come il volgo del bastone e della carota. Cristo e gli apostoli, invece, promulgano la legge della fraternità universale.
Sacerdoti, datevi ad iniziative antiche e moderne.
Aiutate la classe popolare.
Organizzate circoli di studio, conferenze e ritiri atti a formare degli apostoli.
Andate al popolo con metodo apostolico, unito a grande capacità organizzativa.
Lottate per la rivendicazione della giustizia e dei diritti del popolo.
Andate al popolo, promuovendo i suoi interessi e onesti svaghi. «Quanto riguarda la carità fraterna, scrive S. Paolo, è talmente essenziale al Vangelo, che non ci sarebbe bisogno di parlarne» . (1 Tess. 4, 9).

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU E LA S. MESSA

 


Il santo sacrificio della Messa ha tre momenti: preparazione, celebrazione e ringraziamento.
Il Cuore sacerdotale di Gesù ci sarà dì modello in queste tre fasi.


La preparazione
Gesù si è preparato fin dall’incarnazione, considerandosi come il pane di vita. La sua carne e il suo sangue erano destinati al sacrificio. Era l’Agnello di Dio, votato all’immolazione.
Quando, nei giorni di festa, si recava al tempio, il suo Cuore soffriva nell’assistere ai riti, inefficaci simboli del sacrificio redentore.
Ardentemente desiderava che il simbolo facesse posto alla realtà. Al cenacolo, espresse il desiderio di tutta la sua vita: «Ho ardentemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi» (Luc. 22, 15).
Preannuncia il sacrificio eucaristico con il cambiamento dell’acqua in vino e con la oltiplicazione dei pani.
Ne parla a lungo nel bel discorso che San Giovanni ci trascrive al capitolo sesto: «Io sono il Pane di vita. La manna non era che un simbolo, non dava la vita soprannaturale. Voi mangerete il mio corpo e il mio sangue; questo cibo e questa bevanda nutriranno in voi la vita dello spirito e saranno garanzia della vostra resurrezione»  .
La preparazione remota non basta; poco prima di celebrare i1 sacrificio eucaristico e di istituire la S. Comunione, moltiplica gli atti di preparazione prossima.
Ha predicato per molti giorni ai suoi discepoli la penitenza e il giudizio di Dio; ha proposto alla loro meditazione le parabole delle vergini e dei talenti, ha annunciato la distruzione di Gerusalemme e il giudizio finale, e ha lodato pubblicamente l’esempio di umile penitenza dato da Maria Maddalena in casa di Simone.
All’ultimo momento mostra, col gesto così sorprendente della lavanda dei piedi, con quale purezza si deve celebrare e comunicarsi. Qual è la nostra preparazione? Quali le disposizioni remote e prossime?
Che non siano l’indifferenza, la freddezza e la distrazione!


La celebrazione
Al sacrificio eucaristico bisogna conferire splendore e dignità. Per questo incarica Pietro e Giovanni di preparare e addobbare il cenacolo.
Nell’istituire il sacrificio eucaristico, Gesù compie gesti e movimenti che gli evangelisti e S. Paolo fedelmente ci tramandano.
Ha origine così la liturgia.
Prima di comunicare gli Apostoli, infonde loro un santo timore, annunciando che uno di essi lo tradirà; e così Pietro e gli altri Apostoli rinnovano proteste di fedeltà.
S. Giovanni si comunica con più fervore ed amore, e sarà il solo a rimanere fedele fino in fondo alla parola data.
E noi come celebriamo la S. Messa? Ci preoccupiamo della dignità degli altari e dei paramenti sacri? Amiamo l’esattezza liturgica?
Cerchiamo di vivere in un santo timore, e imitiamo il fervore di S. Giovanni? «Prima di prendere parte al banchetto eucaristico, scrive l’Apostolo Paolo, ciascuno esamini la propria coscienza, perché chi si comunica indegnamente, mangia e beve la propria condanna » (1 Cor. 11, 29).

I1 ringraziamento
Gesù stesso fece uno speciale ringraziamento e lo fece fare anche ai suoi discepoli, che con lui cantarono un inno. Suggerisce loro qualche buon proposito, e li prepara in vista della prova che li attende; parla dello scandalo della sua passione; li premunisce contro lo scoraggiamento, parlando loro della sua morte, ma subito soggiunge che ritornerà fra loro per dar loro il suo spirito!
Dopo un ringraziamento così intenso, Gesù scende verso il Getsemani per pregare ancora. Lungo il percorso effonde i suoi sentimenti, che sono come vampate di fuoco che escono da un cuore tutto infiammato d’amore. Solo S. Giovanni ne comprese il significato. Nessuno degli altri evangelisti è stato capace di riprodurli.
«Io sono la vite e voi siete i tralci; identica è la linfa che circola; restate in me e io in voi. Come il Padre ha amato me, così io amo voi. Restate nel mio amore. Voi siete i miei amici. A voi ho rivelato i segreti del Padre. Amatevi gli uni gli altri...
«Anche voi sarete perseguitati come me, perché il discepolo non è dappiù del Maestro. Il mondo vi odierà. Vi scaccerà dai suoi santuari e desidererà la vostra morte. Io vi ho preavvisati, perché non abbiate a scandalizzarvi. Penserò a mandarvi il mio Spirito per fortificarvi » ...
Dopo questi insegnamenti, che preludono le grazie che noi riceviamo nei nostri ringraziamenti alla S. Messa, Gesù si mise a pregare il Padre per i suoi discepoli: « Padre glorifica il tuo Figlio. Feconda la sua opera. Dagli il potere di far conoscere il tuo nome e di effondere la vita di grazia. Ti prego particolarmente per coloro che mi hai dato come discepoli. Conservali nella carità tra loro e con noi. Che nessuno si perda, salvo il figlio delle perdizione. Santificali, fortificali, conservali... Io voglio che essi siano con me, che partecipino alla mia gloria, e siano da te amati dello stesso amore che hai per me >...
O Gesù, quanto ami i tuoi sacerdoti! Rinnova la tua preghiera del cenacolo, e dà anche a noi di tali frutti. Come S. Giovanni, anche noi ti staremo vicino in atteggiamento di santa confidenza e filiale affetto.

 

 

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IL TESTAMENTO E LA MORTE DEL SACERDOTE

 

Molti sacerdoti si preparano poco o male alla morte, perché sono troppo attaccati alle cose presenti.
Anche ad essi il pensiero della morte pare importuno e molesto. Il loro testamento non è mai pronto. Forse è già delineato, ma attende sempre l’ultima mano.
Non è così che ha fatto Nostro Signore.


Preparazione alla morte
Il nostro buon Maestro amava parlare della sua morte vicina. «Ancora un poco - egli diceva - e non mi vedrete.
Voi siete tristi perché vi ho detto questo. Ma è meglio per voi che io me ne vada. Io vado a prepararvi un posto. Se voi mi amate secondo la fede, non sarete tristi vedendomi morire, perché vado al Padre, a condividerne la gloria » ...

Gesù prima di morire, non ha dimenticato il suo testamento: abbandona l’anima al Padre.
«Padre, affido la mia anima nelle tue mani»  (Luc. 23, 43).
Anche i suoi discepoli li ha affidati al Padre suo: li ha confidati a lui, perché li conservasse e li salvasse tutti, eccetto il figlio di perdizione.
S. Giovanni è come suo figlio adottivo, perciò lo confida alla madre sua: «Ecce filius tuus» . Maria ha bisogno d’un sostegno. Gesù l’affida a S. Giovanni: «Ecce mater tua»  (Giov. 19, 26).
Dopo ciò, tutto è consumato; egli può morire.
Siamo pronti anche noi?
Pensiamo spesso alla morte?
La nostra anima può comparire a Dio così come si trova? Abbiamo provveduto alle necessità delle persone a fidate?


Una cattiva morte
Gesù muore sulla croce.
I due ladroni sono il simbolo della buona e della cattiva morte, e ce ne danno l’esempio.
Anche il sacerdote potrebbe fare una cattiva morte.
Nell’Apocalisse, il buon Maestro ci mostra vari vescovi minacciati di una cattiva morte. Al vescovo di Efeso dice. «Io conosco le tue opere e le tue fatiche, ma l’ho contro di te perché hai abbandonato la tua prima carità. Fa’ penitenza, agisci come nei primi tempi, se no, verrò presto e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto»  (Ap. 2, 5).
Al vescovo di Sardi: « Tu passi per vivo e sei morto. Sii vigilante e rafforza la tua fede che sta per morire, perché ho trovato vuote le tue opere al cospetto del mio Dio. Fa’ penitenza, se no io verrò all’improvviso come un ladro» .
E al vescovo di Laodicea: «Io conosco le tue opere; ma poiché non sei né freddo né caldo, io comincio a vomitarti dalla mia bocca. Ti credi ricco e non vedi che sei povero e miserabile; compera da me l’oro purificato dal fervore, vestiti della bianca veste della purezza e metti collirio sui tuoi occhi per vederci» .
C’è il sacerdote colpevole che è colto dalla morte, senza avere la grazia di prepararvisi. Trascorsero molti anni, testimoni delle sue cadute, dei suoi ritorni e delle sue ricadute; anni che gli offrirono molte occasioni e molti mezzi di conversione, ma inutilmente; e per sua colpa la radice del male s’approfondì sempre più nel suo cuore, e la coscienza cessò di far sentire la sua voce
C’è la morte del sacerdote negligente, tiepido e mondano. L’interesse, la dissipazione, la vita facile dominano nel suo spirito. Il carattere sacerdotale non ha quasi più influenza nella sua vita. Non conosce più la meditazione.
Si sbarazza della S. Messa in venti minuti, senza spirito interiore; e il suo ringraziamento è presto finito.
Recita il divino Ufficio senza orario e senza pietà. L’amministrazione dei sacramenti l’annoia mentre il giornale, i romanzi e il giuoco sono ben più interessanti. Quando la morte lo sorprende, egli non è preparato e forse gli ultimi sacramenti giungeranno troppo tardi.
Non è forse il fico sterile, il servitore inutile che non ha trafficato il suo talento? Le anime che ha perduto gridano vendetta contro di lui.


La buona morte

Vi è infine la morte del sacerdote buono e fervente. Egli non era del mondo. Ma, dopo la sua seconda conversione, ha procurato di esaminare al sua coscienza e di stabilire serenamente ogni anno il bilancio delle sue opere. Non ha trascurato né la recita puntuale e calma dell’Ufficio, né la celebrazione degna e raccolta della S. Messa, né la confessione settimanale.
Si è dato tutto intero, sotto lo sguardo di Dio all’adempimento dei doveri del suo ministero.
Quando viene l’ora decisiva, tutto è calmo e dolce nella sua camera. Teme la morte, perché conosce la santità di Dio e la malizia del peccato; ma ha pure tanta confidenza nella misericordia di Gesù, che ha servito con dedizione e amore.
Il buon Maestro lo illumina sulle ultime decisioni da prendere e sull’ultima purificazione della sua anima.
Il buon sacerdote non è forse sempre pronto? Pensa sovente alla morte. Si è detto spesso, andando all’altare: «Questa Messa è forse l’ultima»  e confessandosi: «Forse sto per ricevere l’ultima assoluzione >.
Come Gesù sul Calvario, egli può rimettere la sua anima a Dio, con pace e con fiducia.

 

 

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IL CUORE SACERDQTALE DI GESU’ E LA VERGIN MARIA


La Vergine Maria che è stata tanto unita al sacerdozio di Gesù, come non sarà vicina anche al nostro sacerdozio, che è tutt’uno con quello di Gesù?


Maria è stata come l’altare del sacrificio di Gesù
L’altare dove fu consumato il grande sacrificio della redenzione fu la Croce. Però aveva incominciato la sua offerta molto prima del « consummatum est » .
S. Paolo ci fa penetrare in un santuario immacolato che è il seno di Maria, e ivi ci mostra il figlio di Dio fatto uomo nell’istante del suo primo pensiero umano.
><Quando sono entrato nel mondo, egli dice: Tu non mi hai chiesto sacrifici né offerte ma mi hai preparato un corpo; gli olocausti per il peccato più non gradivi: Tu mi hai dato un corpo, ed ecco, io vengo per fare la tua volontà»  (Ebr. 10, 5-7).
Questo fu l’offertorio del grande sacrificio; e il seno verginale di Maria ne era l’altare.
Il giorno della Purificazione al Tempio, Maria presenta al sacerdote il Bambino divino il vero Agnello di Dio, che rinnova la sua offerta.
Il sacrificio redentore ebbe la sua piena realizzazione sul Calvario, ma si compone di tutte le sofferenze provate durante la vita. Nella stalla di Betlemme, nella Circoncisione, sul cammino dell’esilio, nell’umile casa di Nazaret, io contemplo Gesù tra le braccia di Maria. Come sul Golgota.
Così quando nella Messa io rinnovo il mistero del Calvario, e sorreggo nelle mie mani l’Ostia che è il corpo del mio Salvatore, mi piace immaginare Maria là, accanto a me; alle sue mani io affido la stessa Vittima che Essa strinse la sera del Venerdì Santo.


Maria partecipa al sacrificio di Gesù
Maria non è solo l’altare del sacrificio: essa è anche partecipe del sacerdozio di Gesù, sia sul Calvario, sia presso ciascuno dei nostri altari.
Sul Calvario Maria univa la sua offerta a quella del Salvatore. Il suo Cuore fu tra passato dalla spada del dolore, nello stesso tempo che il Cuore del suo Figlio divino veniva squarciato dalla lancia. Essa sola era con Gesù per offrire la vittima riparatrice.
I carnefici non sapevano ciò che facevano.
S. Giovanni e le sante donne erano assorti nel pensiero della dolorosa perdita del loro buon Maestro.
Maria sola, ritta ai piedi della croce pienamente presente a se stessa, consapevole dei grandi misteri che si rappresentavano, vedeva nella morte di suo Figlio, l’adempimento delle profezie che, grazie all’invenzione dell’Eucarestia, doveva divenire ben presto l’oblazione pura, offerta a Dio da tutti i sacerdoti della terra, per santificare tutti gli uomini.
Quando il sacerdote celebra la Messa, si rinnova il sacrificio del Calvario.
Com’è possibile che Maria se ne disinteressi? Il vero sacerdote del sacrificio eucaristico è ancora Gesù Cristo.
Noi siamo dei sacerdoti subordinati, dei portavoce di Gesù. Maria non è assente; essa si unisce dal cielo a tutta la vita eucaristica di Gesù.
Con lui adora, ringrazia, espia, domanda.
E poiché è la sovrana dispensatrice dei doni di Dio, essa attinge e prende, per distribuire ai fedeli, dal tesoro infinito di suo Figlio, le grazie preparate per essere distribuite, secondo la pietà e i bisogni di coloro che assistono.
Sacerdoti, se amate Maria, se volete piacere al suo Cuore Materno, all’altare, all’ora del Sacrificio, pensate a lei, che è presente come al Calvario. Essa si unisce al suo divin Figlio per glorificare Dio, per placare la sua giustizia e per distribuire i suoi doni.


Maria è unita a11’immolazione di Gesù
Maria non è unita solo al sacerdote dell’altare, ma anche alla Vittima.
Quando noi sacerdoti celebriamo la Messa, non offriamo come Melchisedech un pane inanimato, un vino che non sia altro che succo d’uva. Senza dubbio questo pane e questo vino sono necessari alla celebrazione del sacrificio; ma quando ho pronunciato le parole della consacrazione, io ho la mia vittima vera, una vittima d’un prezzo infinito. La materia reale, anche se invisibile, del sacrificio è il corpo e il sangue di Gesù Cristo.
Ora non è forse Maria, madre di Gesù, che ci ha fornito questo corpo da sacrificare e questo sangue da effondere?
La carne di Cristo, dice S. Agostino, è la carne di Maria. Il sangue che fu sparso sulla Croce ed è effuso sull’altare, è stato formato dal sangue purissimo di Maria; il corpo della mia vittima, formato della sua sostanza, fu anche nutrito col suo latte verginale.
In ciò vi è già un’unione intima di Maria con la vittima. Ma ve n’è un’altra.
Penetriamo nel segreto del cuore di Maria. Essa non è stata un testimone insensibile dei dolori di cui si compone la Redenzione. La spada di cui parlò Simeone nel giorno della Purificazione, non era un puro simbolo. Il Cuore di Maria fu realmente tormentato e lacerato. Essa soffrì con Gesù, e non è possibile che non si sia offerta con lui come vittima. Anche gli Apostoli dicevano:
« Andiamo a morire con lui»  (Giov. 11, 16). I dolori di Maria sono stati paragonati, per la loro immensità, ai flutti dell’oceano. Maria era tutta pura e disinteressata nei suoi dolori, perché dimenticava se stessa e soffriva nel vedere soffrire Gesù. Soffriva i dolori di Gesù. Gesù soffriva in se stesso e in Maria. Come potrò dimenticare tutto questo all’Altare? Offrirò per la gloria di Dio, per l’anima mia e per tutte le anime il sacrificio di Gesù e di Maria.
Ecce mater tua! Com’è dolce questo pensiero!
Come è estasiante!
La madre di Gesù diviene mia Madre! Soprattutto per me. sacerdote, che sono suo figlio. Maria mi permette d’amarla e sono amato da lei.
Essa mi adotta, veglia su di me, mi protegge e mi ama! Quid  retribuam? Che cosa farò per essa, per onorarla e venerarla? L’amerò, le sarò fedele e devoto, lavorerò per estendere il suo culto e per farla conoscere e amare.
Ecce Mater. Ecce Filius. Essa è tutta mia e io sono tutto suo.

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S GIOVANNI L’APOSTOLO DEL SACRO CUORE

 


Sul Calvario vi è ancora la personalità eminente di S. Giovanni. Non è un apostolo qualsiasi, è l’apostolo dell’amore, l’apostolo del S. Cuore. E’ lui che ha potuto dire di se stesso: <Io sono il discepolo che Gesù amava» (Giov. 21, 7). E’ colui che ha trovato questa definizione di Dio: «Dio è amore: Deus caritas est» (1 Giov. 4, 16); colui che ha potuto dire: «Noi abbiamo conosciuto
l’amore del nostro Dio e gli abbiamo creduto» .  S. Giovanni è il sacerdote del S. Cuore.


S. Giovanni è l’apostolo del S. Cuore
Nostro Signore gli svelò il suo Cuore, lasciandogli sentire i battiti là nel Cenacolo, facendolo assistere all’apertura del costato sul Calvario, e soprattutto dandogli l’intelligenza dell’amore e della carità, che è l’essenza della vita divina e deve essere la caratteristica della nuova religione.
Però Nostro Signore, che per speciale privilegio ha fatto conoscere a S. Giovanni questo mistero, ha voluto rivelarlo anche a noi sacerdoti di questi ultimi secoli, con le sue rivelazioni di Paray-le-Monial.
S. Giovanni ha conosciuto l’amore. Noi abbiamo conosciuto il S. Cuore che è il simbolo dell’amore.
S. Giovanni fu condotto all’amore dal S. Cuore attraverso le testimonianze di amicizia di Gesù; noi vi siamo condotti con le rivelazioni del S. Cuore.


Amicizia di Gesù per S. Giovanni
Richiamiamoci alla mente la profonda amicizia di Gesù e di S. Giovanni. S. Giovanni fu il primo discepolo di Gesù insieme a San Andrea (Giov. 1, 37-40).
Egli sentì Giovanni Battista chiamare Gesù l’Agnello di Dio, e si è compiaciuto di ripetere cento volte questo titolo nell’Apocalisse.
S. Giovanni è sempre accanto a Gesù, assiste ai suoi più bei miracoli e alla trasfigurazione.
Lui solo può narrare dettagliatamente l’agonia, perché vi ha assistito più che gli altri, e i discorsi dopo la Cena, perché li ha meglio ascoltati e meglio compresi.
Nel Cenacolo è seduto accanto a Gesù, e durante la cena riposa dolcemente sul suo Cuore.
Egli è fedele fino al Calvario. Assiste alla morte di Gesù, al colpo della lancia e alla sua sepoltura. Vede da vicino il petto di Gesù squarciato, ne asciuga il sangue, vi può fissare lo sguardo e immergere la mano. Certamente lo abbraccia e lo lava con le sue lacrime.
«I peccatori, dice, vedranno Colui che hanno trafitto: Videbit eum omnls oculus et qui eum pupugerun» , (Ap. 1, 7).
L’agnello Immolato conduce gli eletti alle fonti della vita, che sono le sue piaghe (lvi 7, 17).
S. Giovanni vedeva sempre e ovunque il suo Gesù trapassato dalla lancia. Ne parlava con Maria, e anche lui, come Maria, ebbe il cuore trapassato dalla spada della compassione.


La sua amicizia con noi
Noi abbiamo le manifestazioni di Paray. Noi abbiamo l’immagine del S. Cuore sui nostri altari e nelle nostre case.
La piaga del Cuore di Gesù, come una bocca sempre aperta, ci grida continuamente: «Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini, e che non riceve, dalla maggior parte di essi, e spesso anche dai suoi sacerdoti, che freddezza, indifferenza e ingratitudine >.

Il Cuore di Gesù domanda l’amore da tutti, ma soprattutto dai suoi sacerdoti. I colpi che aprono nel Cuore di Gesù una piaga più profonda, sono quelli lanciati contro di lui dalle persone consacrate col sacerdozio o coi voti religiosi.
Amarissimi e numerosi sono i lamenti divini che S. Margherita Maria intese a questo riguardo, e i suoi scritti ce ne tramandano l’eco dolorosa.
Trovandomi un giorno davanti al SS. Sacramento, scrive la Santa, il mio Dio mi scoprì il Cuore e mi disse: « In ricambio dell’amore che ho dimostrato agli uomini, dalla maggior parte di essi non ricevo che ingratitudini verso il Sacramento del mio amore: ma ciò che più mi addolora è che vi sono pure dei cuori consacrati che agiscono così » .
Un’altra volta, mostrandomi il suo Cuore amoroso, tutto ferito e squarciato, mi disse: « Ecco le piaghe che ricevo dal mio popolo eletto. Gli altri si contentano di colpire il mio corpo, ma questi mirano al mio Cuore, che non ha mai cessato di amarli» .
Dieci volte la Santa ebbe visioni analoghe.
O sacerdoti, avremo noi dei cuori insensibili?
Consideriamo il Cuore di Gesù: le spine più acute che lo pungono sono le nostre ingratitudini e la nostra indifferenza.
Amiamo colui che tanto ci ama!

 

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IL CUORE SACERDOTALE DI GESU’ NELL’EUCARISTIA

 

Nel SS. Sacramento, sotto apparenze di morte, il Cuore di Gesù vive la vita più attiva.
Si può applicare al buon Maestro vivente nell’Eucarestia le parole del Cantico dei Cantici: «Io dormo, ma il mio cuore vigila: Ego dormio, sed cor meum viqilat , (Cant. 5, 2). Nessuna parola esprime, meglio di questa, il ministero della vita di Gesù Cristo nell’Eucarestia e la parte che svolge il suo Cuore adorabile: Mistero di morte e di vita, ove tutto ciò che si vede parla di morte, mentre il suo Cuore divino è bruciante di vita.


Nell’Eucarestia Gesù veglia
Guardando esteriormente l’Eucarestia, anche per uno che crede nella presenza di Gesù, sembra davvero che Cristo dorma, avvolto nelle tenebre del mistero eucaristico.

Difatti la maggior parte degli uomini lo tratta come un essere senza vita. Anche i cristiani spesso fanno così, o per leggerezza o perché le loro preghiere sono state inutili, o perché il Dio del Tabernacolo pare indifferente alle loro prove e a quelle della Chiesa.
Come sulla barca di Pietro, così anche nell’Altare, sembra che Gesù stia dormendo e ignori le nostre sciagure.
Ma se la nostra fede fosse più forte e più attenta, noi udremmo uscire dalla tomba dell’Altare, che è un sepolcro di vita e di gloria, la voce di Cristo immortale che ci grida: « Io dormo, ma solo in apparenza, perché il mio Cuore veglia; e chi ha un Cuore che pulsa, non è morto » .
Era necessario che Nostro Signore sembrasse dormire nel sacramento dell’Altare, per esercitare la nostra fede e per darsi a noi come manna di vita.
Ma in realtà egli veglia e agisce. Giobbe ha potuto dire: « Chi potrà interrompere il concerto che le stelle cantano a gloria di Dio? Concentum coeli quis dormire faciet! (Giob. 38, 37). A maggior ragione si può dire: «Chi interrompererà la grande veglia di Gesù Eucaristico?» . Quattro grandi forze gli impediscono di dormire: la sua vita divina, la sua vita umana glorificata, il suo amore e il suo dolore.

La sua vita divina e umana
Sì, questo Cuore è il Cuore di un Dio e vive la vita dell’Eterno; questo Cuore è il Cuore di un uomo glorificato dalla resurrezione, e vive la vita senza fine degli eletti del cielo.
E’ il Cuore del Figlio di Dio, e Dio non potrebbe dormire. Come potrebbe dormire Colui che è la vita eterna, cioè la pienezza di tutta la vita in un eterno presente?
Come potrebbe la fatica stancare le membra dell’Onnipotente e chiudere gli occhi di colui che è la luce di tutti gli esseri? Colui che custodisce il mondo, particolarmente il suo popolo prediletto, non dormirà e non s’addormenterà: Ecce non dormitabit neque dormlet qui custodit Israel»  (Sol. 120, 4).
State in guardia, o voi che lo provocate nel suo apparente sonno di accondiscendenza e di misericordia! «Dalla profondità del suo giaciglio egli vi colpirà, quando voi neppure penserete, e la piaga vi resterà come una vergogna eterna» .
Il Cuore di Gesti nel tabernacolo è anche il Cuore della sua umanità risuscitata e glorificata; e i risuscitati non muoiono più, e i Beati non dormono più. Con lo sguardo affascinato dagli splendori del volto divino, essi godono di un rapimento che è più dolce del più tranquillo riposo.

Gesù ha conosciuto il sonno della morte la sera della Passione, ma il Padre lo ha destato glorioso e non muore più: « Fui mortuus et ecce sum vivens in saecula saeculorum»  (Apoc. I. 18).

La sua vita trabocca sulla Chiesa, sugli Apostoli, sulle anime fedeli, destando ovunque lo zelo e la virtù.

 

Il suo amore e il suo dolore

Il suo Cuore non dorme perché è tutto amore, e un grande amore non ammette riposo nella sua dedizione, né interruzione nella sua compiacenza.

La sentinella che custodisce l’accampamento e risponde del riposo dell’armata, sta in piedi, l’occhio aperto, l’orecchio teso, malgrado la fatica e le intemperie. Gesù nel Sacramento eucaristico è la sentinella che vigila e custodisce la sua Chiesa.

La madre che veglia sulla culla del suo neonato non conosce riposo, e sacrifica gioiosamente le sue notti. Ora il Cuore di Gesù è un cuore di madre, pieno di sollecitudine per i suoi figli.

Sa che la vita soprannaturale in noi è più in pericolo di quella naturale nel fragile corpo dei neonati, e perciò ci porta come tra le sue braccia (Is 46, 4).

Il suo Cuore ci ama come un amico le cui tenerezze sono infinite: come un sposo la cui dedizione non conosce stanchezza.

Il suo Cuore veglia, perché è il Cuore di un medico che cura i suoi ammalati senza mai abbandonarli finché non li ha risanati.

Veglia, infine, perché è un cuore di sacerdote, sollecitato senza tregua da due amori infiniti: il suo amore per Dio, da soddisfare con l’adorazione, e il suo amore per gli uomini, da soddisfare con la dedizione incondizionata e la difesa incessante in loro favore, con la preghiera per i loro bisogni, con l’espiazione per i loro peccati.

Quale modello per ogni sacerdote!

La quarta forza che tiene desto continuamente il Cuore di Gesù nel SS. Sacramento è il pesante carico che egli porta essendo una vittima perpetuamente immolata, non con un dolore attuale, ma per la missione che ha assunto di rinnovare costantemente davanti a Dio e agli uomini i dolori della sua Passione, nell’annientamento del suo stato eucaristico.

E’ là con le sue ferite ancora aperte come uno che soffre, e chi soffre non dorme.

E’ là come la vittima sempre immolata e benché non soffra, il suo stato eucaristico ha tanti rapporti con la Passione, che se il Redentore si degna ancora mostrarsi, come nelle apparizioni a S. Margherita Maria, lo fa ordinariamente sotto l’aspetto doloroso dell’Ecce homo.

O Sacerdoti, ecco Il vostro modello!
Quanto lo permette la debolezza umana, vegliate sempre. Pregate, agite, amate, soffrite.
Che i vostri cuori battano all’unisono con il Cuore sacerdotale di Gesù!
Non dormite il sonno della tiepidezza, dell’apatia, della vita terrena e sensuale. Vegliate
e vivete una vita di fervore e d’amore, di zelo e di sacrificio.

 

 

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 L'IMMORTALITA’ DEL SACERDOTE


Gesù è immortale, non solo nel cielo, ma anche nelle anime, nella Chiesa, nel sacerdozio.
Nelle anime; egli ha seminato le virtù cristiane che rifioriranno perpetuamente. La penitenza della Maddalena, la fede di S. Pietro, la carità di S. Giovanni furono come dei semi che germogliano continuamente per la fecondità dell’esempio e la diffusione dell’apostolato.
Nella Chiesa: è un’organizzazione che abbraccia anime sempre più numerose; un edificio che cresce ogni giorno, solidamente basato sui fondamenti iniziali.
Nel sacerdozio: Gesù aveva detto: « Io sarò con voi fino alla fine dei secoli» . Gli Apostoli trasmisero il loro sacerdozio mediante l’imposizione delle mani. Essi sopravvivono nei secoli.

Il sacerdote, come Gesù, deve sopravvivere nelle anime
Se il sacerdote ha evangelizzato con cura i bambini, quale germe di vita ha seminato! Questa è una terra vergine e ricca, che può produrre il cento per uno. Questi fanciulli propagheranno a loro volta la fede e fonderanno opere durature.
Se ha ricondotto all’ovile le pecore sbandate, quale opera di vita ha compiuto! Queste anime vivevano nella morte e la diffondevano attorno, ed ecco ritornano prodigiosamente fonti di vita.
Se ha conservato fedeli le anime, se le ha fatte avanzare nella virtù, se ha coltivato in esse il fervore, se ha potuto formare delle anime elette e unite a Dio, queste anime sopravvivranno a loro volta, e saranno feconde di frutti di vita.
Mediante queste anime e mediante le sue opere, il sacerdote sarà una fontana dalle acque sempre limpide (Is. 58, 11).


Il sacerdote deve sopravvivere nelle sue opere
La grande opera di Gesù è stata la Chiesa. L’ha fondata sulla fede di Pietro e nell’autorità degli Apostoli. La Chiesa si sviluppa, si estende, è immortale.

Anche il sacerdote avrà le sue opere. Eleverà forse una chiesa, un oratorio, un altare; fonderà una confraternita, un’associazione, degli esercizi periodici; fonderà opere nuove: patronati, circoli di studio, gruppi di giovani, sindacati. Queste opere dureranno e il sacerdote in esse sopravvivrà.
Avrà una gioia intensa il giorno dell’inaugurazione. Il giorno della seminagione è giorno di angoscia e di difficoltà, ma alla fine della vita avrà la gioia di lasciare un’opera viva e feconda.
Morto, parlerà ancora con la sua opera e con il bene che essa diffonde. Se ha fondato una missione, una tipografia, un terz’ordine, queste opere prolungheranno il suo apostolato. Se ha pubblicato o diffuso qualche buon libro, egli continuerà a predicare anche dopo la sua morte.
O sacerdoti, abbiate la santa ambizione di sostenere innanzitutto le opere utili che hanno fondato i vostri predecessori, e aggiungete, se è possibile, qualche opera nuova. Così voi sopravvivrete a voi stessi, avrete anche sulla terra l’immortalità e le vostre opere parleranno per voi davanti a Dio.

Fondate le vostre opere con lo zelo, la carità e la tenerezza che animava il Cuore sacerdotale di Gesù, quando fondava la sua Chiesa.

Il prete deve sopravvivere nel suo sacerdozio
Gesù sopravvisse nel suo sacerdozio. Disse ai suoi apostoli: «Andate, evangelizzate le nazioni, io sono con voi sino alla fine dei secoli» .
Lasciò un gruppo gerarchico d’apostoli e di discepoli che avrebbe dovuto conservarsi, succedersi, svilupparsi fino alla fine del mondo.
I1 semplice sacerdote non può consacrare altri sacerdoti. Quando assiste a un’ordinazione, egli è felice di alzare le mani con quelle del vescovo e d’imporle sul capo degli ordinandi, come per trasmettere loro qualche cosa del suo sacerdozio.
Ma se il sacerdote non consacra sacerdoti è però lui che li prepara. E’ lui che forma i fanciulli alla pietà; è lui che scopre le vocazioni; è lui che aiuta il fanciullo a seguire la voce divina.
Samuele era turbato e non comprendeva la parola soprannaturale che udiva. Andò a trovare il sacerdote Eli, il quale comprese che era Dio che chiamava il fanciullo per farne un profeta: « Intellexit ergo Heli quia Dominus vocaret puerum, (1 Re 3, 9).
Il sacerdote sopravvivrà attraverso le vocazioni che avrà individuato, incoraggiato e favorito. Osserverà il fanciullo che ama le funzioni della chiesa, quello che frequenta volentieri e piamente la S. Comunione.
Esaminerà le condizioni familiari, la pietà della mamma e le altri circostanze che possono aiutarlo a conoscere i disegni di Dio. Quanto sono colpevoli quelli che si disinteressano delle vocazioni, temendo forse di doversi scomodare e fare qualche sacrificio!
Ogni nuovo sacerdote che essi danno alla Chiesa, sarebbe loro una sopravvivenza sulla terra e la loro corona in cielo.
Vi sono poi delle vocazioni delle quali il Sacerdote dovrà rispondere innanzi a Dio.
Son le giovanette chiamate a vivere nel chiostro, i giovani di cui la grazia vorrebbe farne dei religiosi, dei missionari, dei fratelli insegnanti.
Il sacerdote deve discernere e favorire i disegni della Provvidenza. Egli sopravvivrà in queste anime che faranno del bene. Morto, egli parlerà ancora: Defunctus adhuc loquitur (Ebr. 11, 4).
Sacerdoti di Dio, abbiamo a cuore di sopravvivere a noi stessi, per contribuire a lungo alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime.

 

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LA RICOMPENSA DEL SACERDOTE


« Chi avrà lasciato per il mio nome, casa, padre, madre e fratelli, riceverà il centuplo in questo mondo e la vita eterna» (Mat. 9, 19). Queste parole si applicavano direttamente agli Apostoli; ma si applicano anche ai sacerdoti. Anche qui, come sempre, Gesù è il modello. Egli fu il primo al sacrificio e fu il primo anche al premio.


Le gioie del Salvatore sulla terra e in cielo
I dolori hanno abbondato nella vita di Gesù; ma egli ha avuto anche le sue gioie. Tutti i progressi della redenzione, tutti i frutti di salvezza lo rallegravano. Una sola volta leggiamo nel Vangelo: Gesù esultò e ringraziò il Padre, quando vide le anime semplici e umili che aderivano alla fede (Luc. 10, 21).
Ma più volte il racconto evangelico lascia intravedere la gioia di Gesù. E’ felice che i bambini si stringano a lui: li abbraccia, li benedice sorride loro benevolmente e sgrida gli Apostoli che li allontanavano.
Accetta di prendere parte alle nozze di Cana per preparare le grazie del matrimonio cristiano e per mettere in rilievo la potenza e la bontà della Madre sua.
Zaccheo e Matteo offrono un grande banchetto, un banchetto fastoso in riconoscenza della loro conversione. Gesù vi prende parte e certamente si unisce alla gioia sì lodevole dei suoi ospiti.
Si rallegrava quando convertiva dei peccatori. Non ha forse detto che ci sarà una gioia grande in cielo quando i peccatori ritornano a Dio?. (Luc. 15, 7).
Si rallegra per la risurrezione di Lazzaro, e ne ringrazia il Padre; prende parte al banchetto che, in questa occasione, offre Simone di Betania.
Si rallegra dopo l’istituzione dell’Eucarestia. Nelle effusioni del suo Cuore sacerdotale, raccomanda agli Apostoli l’unione fra di loro e con lui. Ricorda loro il suo tenero amore e quello del Padre, e aggiunge: « Vi ho detto questo, affinché partecipiate alla mia gioia, e i vostri cuori ne siano ripieni: Haec locutus sum vobis  ut qaudium meum in vobis sit et gaudium vestrum impleatur > (Giov. 15, 11.
Gesù dunque ebbe le sue gioie sulla terra. Ma la sua felicità piena è nel cielo. Ce ne dà un’idea il giorno della Trasfigurazione, e vi entra pienamente il giorno dell’Ascensione.

Si siede alla destra del Padre e fa entrare per sempre la sua santa umanità nelle gioie beatificanti del trionfo e della gloria: Ipsi gloria et imperium in saecula saeculorum (Apoc. I, 6).


Le gioie del sacerdote su questa terra
La più grande gioia è di salire ogni giorno il santo altare, ove si trova alla divina presenza e circondato dalla corte celeste. Là egli possiede Gesù. Se è fervoroso, pregusta il cielo e riceve nella sua anima torrenti di luce, di amore, di consolazione e di salvezza.
Se è come un bambino nelle mani di Dio, se vive nello spirito di fede, per tutto il giorno la grazia sacramentale del sacerdozio e i doni dello Spirito Santo agiscono in lui, come una fonte inesauribile: «Fons aquae salientis in vitam aeternam (Giov. 4, 14).
I frutti dello Spirito Santo sono la gioia, la pace, la carità.
Quale gioia per i1 sacerdote vedere le anime progredire nella via della virtù! S. Giovanni scrive nella sua seconda epistola: «lo provo una gioia profonda vedendo le anime camminare nella verità» . Più il sacerdote ama Dio e le anime, più sentirà questa gioia soprannaturale.
Quale consolazione è pure per il sacerdote vedere le anime dei fanciulli mantenersi nella loro freschezza e gli adolescenti conservare l’innocenza dei primi giorni!
Ma la conversione dei peccatori e il ritorno delle anime a Dio, è una ricompensa ancora più dolce. Allora egli si rallegra come il Padre del flgliuol prodigo, come il pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita. E’ un morto che ha richiamato a vita; un disgraziato che ha salvato dal fuoco eterno.
Anche la riconoscenza delle anime è un premio per il sacerdote. Vi sono delle anime tanto felici per la loro conversione come Maria Maddalena.
Tutto ciò fa parte del centuplo promesso da Nostro Signore a quelli che hanno rinunziato per amor suo alle cose della terra. Essi riceveranno il centuplo, perché i beni spirituali valgono assai più di quelli materiali.
Essi avranno in un certo senso il centuplo dei beni terrestri che hanno abbandonato, perché troveranno anime generose e riconoscenti che 1i aiuteranno.

 


La gioia del sacerdote in cielo
Ciò che vale più del centuplo dei beni terrestri è il cielo, la vita eterna, la vita con Dio. Ciò vale più che tutti gli onori, tutte le ricchezze e tutte le gioie di questo mondo.
I sacerdoti e i religiosi possederanno Dio e lo possederanno più intimamente che i semplici fedeli. Ad essi, come agli Apostoli, Nostro Signore ha detto: « Voi, che avete abbandonato tutto per me, siederete su troni per giudicare gli altri uomini ».
La vostra gloria, o sacerdoti, sarà in proporzione delle vostre rinunce.
Per voi ci sarà come un paradiso speciale, un’unione più intima col Salvatore, un centuplo in cielo, come avete avuto un centuplo sulla terra.
I Padri della Chiesa e i Dottori non esitano ad applicare questa promessa di Nostro Signore ai sacerdoti e ai religiosi.
Giudicheranno il mondo, dice S. Gregorio, perché gli sono superiori per il loro distacco; perché volano come aquile, contemplando il cielo e disprezzando la terra; perché sono i maestri e i dottori della verità, e quindi dovranno giudicare se il mondo ha vissuto secondo la loro dottrina; perché essendo stati giudicati dal mondo e disprezzati dagli insensati. essi giudicheranno a loro volta la follia del mondo.
O Sacerdoti, quanto è incoraggiante questa promessa! Voi sarete in cielo gli amici più intimi del Salvatore.
Vivrete più vicino a Lui degli altri eletti, se però sarete vissuti sulla terra da veri sacerdoti.
Quale incoraggiamento più efficace potrebbe darvi Gesù?

 

 

 

FINE

 

 

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