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Quel giorno a Giarabub racconto
testimonianza
Raccontata da un fante quando era ottantottenne (ora novantaseienne), ancora tremante di paura e in alcuni momenti anche con le lacrime agli occhi, nel ripensare ai tanti pericoli, pene e
sofferenze provate. Primo di
otto figli di una famiglia di contadini sin dall’antichità. perché la situazione non presentava tanto tempo a disposizione e con ciò mi sono abituato ad accontentarmi del poco.
Ho frequentato la scuola elementare in un paesino chiamato Capradosso, una frazione di Rotella. Arrivavo sempre di corsa e stanco, perché dovevo fare alcuni chilometri a piedi su una strada scomoda e anche fangosa. A scuola
non andavo tanto bene. e la
maestra che ci dice: "Tutti in piedi"! Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, amen, e
recitiamo, come ogni mattina, questa preghiera:
ascolti Poi si iniziava a studiare. Terminate le ore di studio tutti in piedi, di nuovo ci segnavamo con il segno della Croce, poi tutti
contenti e di corsa giù per le scale.
e io trascuravo lo studio per andare a pascolarle.
ed io dovetti andare a lavorare nei campi per dare una mano ai miei genitori.
per la preoccupazione di come tirare avanti una famiglia così numerosa.
Da giovane non mi sono divertito molto; le feste in famiglia si facevano solo in occasione di Battesimi oppure per la prima Santa Comunione e poi erano feste alla leggera.
Fui chiamato alla visita militare, dove risultai idoneo.
mi presentai ma mi rimandarono a casa con il congedo militare per non aver superato il metro e
54 di statura. E così fu.
Mi presentai al distretto militare, un po’ impaurito. Fui messo in cortile in fila con gli altri compagni. Ci consegnarono lo zaino insieme con il corredo militare che comprendeva: pezze per i piedi, scarpe, fasce per le gambe, bottoni, filo, aghi e tante altre cosette. Il tutto si doveva confinare nello zaino che veniva affaldellato, ossia ripiegato falda su falda.
Grazie a Dio, un anziano che faceva servizio nel distretto mi diede una mano
e così tutto fu messo a posto secondo gli ordini.
Suonò la tromba per il rancio. Con la gavetta (recipiente di latta per mangiarvi il rancio), che avevamo ricevuto pochi minuti prima, mangiammo la prima pasta militare insieme ad un po’ di vino. Finito il primo pranzo militare in fretta andammo a lavare la gavetta, il cucchiaio e il gavettino.
per prendere il treno che ci portava in Sicilia, nella città di Siracusa. Ad attenderci nella bella terra siciliana c’era la Fanfara Militare, che ci accompagnò fino alla caserma. passeggiate per i villaggi, marce di resistenza e percorsi di guerra, con la
pratica delle armi, a tiri diretti e indiretti, con fucili e mitragliatrici. Avevamo poca acqua
nella borraccia che dovevamo riportare indietro.
Qui vennero formate delle compagnie per andare a combattere in Libia (Africa Settentrionale). Ci consegnarono caschi coloniali, due pacchetti di cartucce
per il fucile. perché non eravamo più al 75° Fanteria, ma al 32° Settore Guardia Frontiera.
Salii insieme con i miei compagni su di una nave che salpò da Messina il 5 giugno 1940 per arrivare a Tobruch l’8 giugno 1940.
nsieme con i miei compagni era stato assegnato alla difesa di Tobruch. Una cittadella libica, molto fortificata, situata a contatto con il mare. La difesa era schierata in mare, in cielo e in terra. Al porto si trovava una nostra nave anti-aerei chiamata San Giorgio, la quale mandava tanti proiettili al secondo contro gli aerei nemici che venivano a bombardare Tobruch. Di notte sembrava di assistere ai fuochi d’artificio. Le schegge quando cadevano erano spente, portavano denti come seghe e potevano pesare anche 300 grammi. A me alcune volte sono cadute vicino ma, grazie a Dio, non mi hanno toccato. Gli aerei che venivano a bombardare Tobruch, si tenevano in alta quota e non era
facile abbatterli. Nella parte del deserto si trovavano certe fortezze che sembravano insormontabili. Due fossi anticarro, sempre dalla parte del deserto, erano stati scavati a difesa. Profondi circa cinque metri e larghi la stessa misura. Erano stati ricoperti di tavole e poi con la sabbia per non far capire nulla. Li poteva
sfondare anche un uomo pesante. Dovevano servire per intrappolare i carri
armati nemici.
Erano tanti buchi scavati come fossi anti-carro ma un po’ più stretti. Ognuno poteva essere lungo circa una quindicina di metri, ma non erano coperti con le tavole ma con il cemento armato e poi sempre la sabbia.
ti portava in un corridoio dove noi dormivamo. Più in là si trovavano alcune scale per risalire un po’ sopra. E’ qui, che tenevamo le
nostre armi e munizioni. Le armi che
usavamo era pezzi anti-carro, mitragliatrici, bombe a mano ed altro. Allungavamo una coperta e si dormiva lungo il corridoio, sul cemento.
Noi non lo abbiamo adoperato mai. Usandolo tutti potete immaginare cosa sarebbe
successo. Poi le pulci ci mandarono fuori. Dovemmo scavare un fossetto per dormire, coperto da una
tenda. Subito si scatenò una grande battaglia, l’aereo fu abbattuto e prese fuoco. Si sprigionò una colonna di fumo che roteò verso la terra. Noi eravamo tutti contenti, battevamo le mani, gridavamo per la gioia.
volevo andare a vedere
ma i superiori non vollero. L’aereo non era un nemico ma
trasportava il maresciallo dell’aria Italo Balbo, comandante in Libia.
arrivò l’ordine di andare avanti per iniziare l’attacco al nemico. Arrivammo fino ai confini con l’Egitto. Eravamo un po’ internati nel deserto, ma sempre lungo i confini. Ci scontravamo con le pattuglie nemiche, le quali con gli
aerei ci buttavano addosso spezzoni e anche colpi di mitragliatrici. Persero
la vita quattro nostri compagni. Trovarono tante di quelle forze bene equipaggiate e con armi moderne, le quali misero in ritirata i nostri e conquistarono le prime postazioni. Sempre con aspri combattimenti occuparono anche Bardia. Era stata assediata giorno e notte. Morti, feriti, prigionieri ci furono soprattutto da parte nostra.
arrivando quasi vicino Tripoli. Dura fu la
battaglia a El Alamein. Alcune erano state usate nella prima guerra Dentro entravano solo due soldati ma erano molto scomodi, come pure i blindati. Per mettere in moto i carri armati si doveva infilare una manovella sul davanti del mezzo e girare. Se sfortunatamente, durante il combattimento, si spegneva il motore, i due poveri soldati, che si trovavano all’interno,
tiravano a sorte per sapere chi doveva uscire fuori a girare la manovella
per riaccenderlo. e i soldati di Mussolini, chiamati Camice Nere. Quando andavamo a prende la paga, noi soldati del Re, prendevano di meno
anche se combattevamo per lo stesso fronte. Circondati per
quasi tre mesi e messi alla fame. E’ circondata da catene, coste e colline, seguite da grossi mucchi di sabbia. Questo per noi era di enorme
vantaggio perché gli automezzi non potevano entrare, rimanevano insabbiati.
Una moschea molto importante che nessuna arma poteva toccare. A questa gente provvedeva il comando italiano, che dava loro da mangiare visto che non
potevano uscire dal villaggio per la guerra. Mi ricordo che mi tovetti togliere le
scarpe. che vi racconterò, guadagnò i gradi di Tenente
Colonnello. molto più forte e bene equipaggiato che occupò le nostre postazioni di Badia e Tobruch dove partivano i nostri rifornimenti. La situazione peggiorava sempre di più. Incominciarono a rifornirci per via aerea, ma il cerchio
sempre più si restringeva. rimase abbattuto mentre stava scaricando. Dovemmo diminuire le
nostre razioni di cibo.
Veniva misurata con il gavettino. Un gavettino a
testa per tutta la giornata e niente altro. Avevamo una grande fame che non riesco a raccontare, ci aspettavamo qualcosa in più, ma non fu così. In cambio, siamo stati attaccati dal nemico e quasi non riuscivamo a respingerlo. Il nemico si scontrò con le nostre pattuglie. Noi della piazzaforte non li potevamo aiutare perché i cannoni che avevamo in dotazione erano di piccolo calibro e quindi non arrivavano fin dove si
svolgeva il combattimento.
che andarono in aiuto ai nostri compagni e grazie a Dio cessò il combattimento. Posso dire che quei soldati, erano molto fedeli. Ci si capivano poco, per via della lingua e in quel duro attacco furono loro, per primi, a salire sul camion con le armi e andare vicino allo scontro. Riuscirono a mettere in
silenzio il nemico. ma poi le cose peggiorarono sempre di più. nostri lungo la costa battevano sempre in ritirata. I nostri aeroporti più vicini erano stati occupati dai nemici e le cose, anche per noi, andavano sempre di male in peggio.
con il camion e stare là per tutta la giornata. Si partiva prima che il sole sorgeva e tornavamo alla piazzaforte che era ancora buio,
per non farci vedere, con
una fame da lupi. Loro erano più forti e i nostri furono costretti alla ritirata. Il nemico occupò la nostra postazione. Sembrava che tutto era calmo e tranquillo, ma non fu così. La zona era stata minata. Mentre i nostri andarono a rioccupare la postazione capitarono sopra ad una mina.
Ci
fu un morto e alcuni feriti. Tanta era la paura, ma non mi potevo rifiutare. Portavamo quei camion vecchi utilizzati nella prima guerra mondiale che se si spegnevano dovevamo scendere e girare la manovella. Ed era morte certa. Non solo, era molto rumorosi. Partivamo di notte per non farci vedere, ma il rumore arrivava al nemico molto prima di noi.
Non era facile attraversare il
deserto con questi mezzi. Con noi c’era anche un ufficiale che ci comandava.
Diede il
via per la battaglia. Non era tanto lontano ma dovevo arrivarci a piedi e sempre senza farmi vedere dal nemico. In certi punti dovevo strisciare anche con la pancia a terra. Il compagno che veniva insieme con me aveva in mano l’apparecchio per trasmettere l’alfabeto morse, con il quale dovevamo comunicare al tenente, tutto ciò che vedevamo, se il tiro era lungo oppure corto,
se si dovevano spostare più a sinistra o più a
destra. sempre per osservare e trasmettere al tenente.
Le armi
che portavano per difesa erano per il tiro indiretto e andavano
perfezionate in base alle nostre segnalazioni. Non riuscivamo a scoprire dov’erano le postazioni nemiche. Loro continuavano a sparare ai nostri che erano nella piazzaforte. Erano già due giorni e due notti che tiravano proiettili con i loro camion, superiori ai nostri. Posso dire che non era un fuoco accelerato, ma un fuoco d’assedio. Ogni tre, quattro minuti mandavano una scarica di cinque proiettili.
Nella piazzaforte i rifugi erano molto sicuri e anche in questo lungo assedio non ci fu neanche
un ferito. Verso sera abbiamo avvistato un movimento, molto lontano lungo la costa. Subito abbiamo trasmesso il messaggio al nostro tenente, che si trovava fermo nel camion in attesa di nostre notizie. La nostra pattuglia a iniziato a fare fuoco, noi dalla nostra postazione davamo le coordinate per precisare i tiri. Il nemico capii subito che era stato scoperto e scappò via in ritirata portandosi via armi, cannoni e automezzi. Così cessò quel lungo assedio alla nostra piazzaforte.
Arrivarono fino a dove la sera prima il nemico stava
appostato.
Trovarono rifiuti di biscotti ed altri rifiuti da mangiare come scatolette vuote di carne. Al vedere quelle cose il nostro stomaco si lamentava sempre di più.
Già la fame c’aveva attaccato la pelle alle ossa. Il conducente fu preso e fatto prigioniero, fu poi portato via ma io non so dove. Questa cattura avvenne mentre ancora avevamo le vie libere, con il comando superiore. Tale camionetta era molto silenziosa e fu utilizzata dal nostro Comandante di Giarabub per girare e vedere se noi funzionavamo bene.
Ci aveva sorpreso senza che noi ce ne accorgessimo.
quindi dovevamo stare sempre sul chi va là. "Quando arriveranno, ammazzateli tutti. Più ne ammazzate, meno ne resteranno"!
Arrivò un aereo a portare un po’ di viveri. Li buttò dall’aria per non rimanere abbattuto.
Ma prima demmo
da mangiare alle persone del villaggio, soprattutto donne e bambini e quello
che restava era per noi. Giarabub era rimasta l’ultima postazione in mano agli italiani. I bollettini di guerra tutti i giorni dicevano:
"I nostri battono in ritirata, mentre a Giarabub sventola ancora la bandiera italiana". per incoraggiarci a mantenere la Bandiera italiana sui confini dell’Egitto.
Mandò una telecamera a riprenderci per produrre un film dal titolo:
la sacra
di Giarabub. qui non si cede neppure un metro e il nemico non passerà.
Con sguardo fermo e il tono della voce da far tremare, ci diceva: "Ho ricevuto una lettera dalla mia mamma che desidera rivedermi. Sapete che cosa ho risposto? Cara mamma, per il momento ho un’altra mamma più cara di te, poi, se ne resterà, sarò per te".
"Questa è una ritirata strategica. Abbiamo la nostra bandiera che sventola a Giarabub sui confini d’Egitto. I nostri eroi ai confini combattono incessantemente contro il leone inglese."
(parole dal bollettino di guerra). a sentire e a vedere sventolare ancora la bandiera italiana sui loro confini.
Ma era a conoscenza
della nostra situazione. Un giorno un aereo nemico buttò sopra il cielo di Giarabub tanti volantini con su la scritta: "Arrendetevi, altrimenti morirete di fame e schiacciati".
Con uno sguardo e un tono di voce duro ci disse: "Qui a Giarabub siamo in una botte di ferro. Qui o si vince o si muore. Finché ci sarà un italiano, dico un italiano, si spara e che nessuno gli venga in mente di darsi prigioniero. Abbiamo ancora gallette per altri otto giorni, diminuendo ancora la dose, possiamo resistere altri quindici giorni e poi qual cosa uscirà fuori".
In caserma molti la buttavano via ma in questi momenti pregavamo per averla. Il tazzino o gavettino è un recipiente che veniva adoperato per bere il latte o il vino, quando tutto andava bene. La capacità era di un quarto di litro. Alla sera, quando era buio, andavamo a prendere il pezzo di galletta, che doveva servire per il domani e niente più. Bevevamo nelle pozzanghere d’acqua dove si lavavano gli arabi.
L’acqua sporca e il poco cibo ci davano dei forti dolori alla pancia.
La notte passò tranquilla. Quando ritornai al mio rifugio per un po’ di riposo trovai il mio compagno tutto avvilito. Mi raccontò che lui non aveva chiuso occhio tutta la notte per la fame. La galletta che gli era stata data e che doveva servire anche per il giorno dopo, era finita.
Un
pizzico alla volta durante la notte l’aveva mangiata tutta. Non aveva più
niente.
Ma come potevamo sfamarci con un tazzino di galletta in due per
tutta la giornata? Ogni tanto qua e là spuntavano palmeti ma quello non era il tempo giusto per la maturazione dei datteri. Dovete sapere che il ciuffo principale della pianta della palma è legnoso, ma se si scava è dolce e buono da mangiare. Era severamente proibito sia dal nostro comandante che dagli arabi salire sulle palme.
La pianta che veniva privata del ciuffo
moriva subito e una pianta di datteri per far frutto a bisogno di molti
anni. In quei giorni eravamo attaccati spesso dal nemico che mandava scariche di proiettili cinque alla volta con fuoco accelerato, ogni quattro, cinque minuti. Alcune volte questi proiettili sfioravano le palme da datteri, ed era quindi molto pericoloso salire sopra agli alberi.
Mi
armai di coraggio e mi arrampicai sopra la pianta. Subito mi buttai a terra riparandomi la testa ai piedi della pianta. Grazie a Dio i proiettili andarono verso destra. La paura era tanta ma anche la fame che mi spinse a risalire sopra. Dopo alcuni minuti altri colpi e giù di nuovo a terra.
Dopo quattro salite e
discese riuscii a prendere circa un chilo di quel legno, mentre il mio
compagno faceva la guardia.
Questa foto è stata inviata da mia moglie.
dopo 19 giorni dalla mia partenza per la guerra.
A me domandò la mia situazione familiare. Io gli dissi che avevo a casa un figlio che non conoscevo ancora perché era nato dopo la mia partenza per la guerra, e mia moglie, in una lettera, mi aveva inviato una ciocca di capelli, che io portavo sempre con me. Il cappellano mi guardò e rimase per un po’ in silenzio e poi disse:
“Fatti coraggio, il tuo bambino con il suo pianto pregherà per te il
Signore.” Un’altra sera mi arrivò l’ordine di andare a montare la guardia in un punto vicino al centro della piazzaforte. Per arrivare dovevo attraversare il punto dove maggiormente scoppiavano i proiettili. Quando mi fu dato l’ordine sentii dentro di me un grande dispiacere e una grande paura. Mi feci un po’ di coraggio e partii. Dovetti portare con me una cassetta di legno nella quale c’erano nastri con cartucce per le mitragliatrici. Mi avvicinai a quel punto tanto pericoloso. Aspettai la scarica di proiettili, come al solito intervallati dai quattro o cinque minuti che mi servirono ad arrivare nel punto stabilito. Qui, dovevo stare tutta la notte, dentro una buca scavata in cima ad un cucuzzolo di roccia, profonda non oltre un metro e mezzo che mi doveva riparare dalle schegge. Stetti lì tutta la notte con i proiettili che scoppiavano a volte a destra, a volte a sinistra. Non so come non sono morto dalla paura. La notte passò senza problemi ma appena giorno dovevo riattraversare sempre quel punto pericoloso per tornare nella piazzaforte.
e mi affrettai ad attraversare. Ma questa volta non andò bene. A metà percorso sentii il rumore inconfondibile della scarica. Mi buttai a terra con la cassetta sopra la testa per ripararmi. Fortunatamente scoppiò oltre. Mi rialzai, le gambe tremavano, il cuore non so dire a che punto si trovava. Pian piano mi resi conto di averla scampata e ringraziai Dio. A Giarabub avevamo preparato un nostro cimitero. Si era sempre sotto il tiro delle bombe e la morte ci sfiorava ogni giorno. Quindi fu deciso di costruire un cimitero per seppellire i corpi dei caduti. Alla sera con il buio, quando il nemico non ci vedeva, tutti quelli che non erano di servizio andavano nel posto destinato al cimitero e portavano pietre che altri aggiustavano. Venne costruito anche un muro di cinta. Io solo una volta ho portato le pietre al cimitero
perché in quel periodo nella
mia postazione di servizio eravamo soli in due a montare di guardia.
Prese il comando un generale tedesco chiamato Rommel insieme ai soldati tedeschi.
I quali organizzarono una controffensiva che mise in ritirata il
nemico.
Buttarono bombe e spezzoni. Il combattimento si svolse proprio in quella parte dove si trovava il comandante, a sud. Alcune volte avanzavano altre volte tornavano indietro sopraffatti dal nemico.
Quest’ultimo conquistò alcune postazioni
con l’uso delle bombe a mano e con l’assalto con la baionetta. Stavamo ben nascosti nella nostra piazzola sotto terra, profonda un metro e mezzo, con un muro di cinta in cemento. In quei giorni eravamo in cinque, tre soldati, un caporale e un sergente di Pescara di nome Canonico. Tutta la notte sia rimasti sempre pronti nel caso venissimo attaccati. Dentro alla piazzola avevamo portato le coperte da mettere sulle spalle per ripararci dall’umidità.
soprattutto dove si trovava il comandante.
Arrivavano voci che aveva tirato di propria mano un cassa di bombe e poi era stato fatto prigioniero. Ma noi non sapevano tutto ciò che stava accadendo.
Credevano che i nostri avevano respinto il nemico, invece quasi tutti erano
stati catturati.
Trasmise ai loro mortai la nostra postazione e venimmo subito attaccati. Quando sentimmo partire la prima bomba di mortaio sapevamo che era rivolta verso di noi.
Ci abbracciamo stretti, tutti e cinque insieme. Era la fine! Grazie a Dio il tiro era corto di una decina di metri. Tremante di paura, lo Spirito Santo mi ispirò le parole da dire al mio sergente: “Sergente, questa bomba era proprio per noi, tra un po’ qui moriamo tutti schiacciati.
E’ meglio stare
di guardia un paio di minuti ciascuno!”
Il sergente mi guardò in faccia e mi disse: "Hai ragione e poi sembra che le cose si stanno mettendo male, andiamoci a mangiare quel poco di galletta che è rimasta".
Per arrivarci dovevamo attraversare un funicolo di una diecina di
metri fatto a zig zag.
Tiro preciso senza spostare di una
virgola. Se fossimo rimasti lì i nostri corpi avrebbero fatto la fine delle nostre armi, completamente distrutte e fatte a pezzi. Le nostre coperte erano state fatte a brandelli e i pezzi erano sparsi sulla sabbia.
che avevano già rastrellato i nostri compagni. iamo andati verso di loro con le mani alzate in segno di resa, loro avanzavano verso di noi
con fucile e una baionetta tutta lucida, innestata nel fucile. Vedemmo dei nostri compagni già inquadrati e sotto sorveglianza con le mitragliatrici pronte a sparare.
Il nostro comandante,
tutti gli ufficiali e sotto ufficiali erano già stati portati via e non li
ho più rivisti. "Do you speak inglese". Neanche queste parole avevamo mai sentito pronunciare. Uno di noi disse: "Cerca uno specchio inglese".
Ma noi non abbiamo neanche quello italiano perché ci hanno tolto tutto.
Il comando inglese apprezzò molto i nostri sacrifici e il modo con il quale avevamo difeso le nostre postazioni.
Infatti ci fece sfilare davanti un loro picchetto per rendere l’onore alle
nostre armi. Qui prendemmo il treno che viaggiava a passo d’uomo e ci portò fino alla città di Alessandria. Anche il giornale del Cairo, scritto in italiano,
riportò la caduta di Giarabub eccolo trascritto, senza
alcuna aggiunta:
e con Giarabub cade uno degli ultimi baluardi. ed è caduta dopo nove ore di combattimenti. Essa fu presa da un’unità australiana appoggiata dalla R.A.F. dell’artiglieria britannica e dai carri armati.
All’alba del 21 marzo contro le posizioni fortificate dell’oasi fu iniziato un intenso fuoco di sbarramento e non appena questo fuoco cessò fu lanciato da sud l’attacco principale.
Il forte domina a nord una vasta pianura, a sud c’è un terreno roccioso disseminato di cannoni d’ogni calibro e costituiscono la principale difesa. In una posizione soldato gli inglesi hanno trovato 50 cannoni Breda e molti piccoli calibri da montagna. Gli italiani si erano prodigati per rendere inespugnabili queste posizioni. Tutta la zona era minata di corridoi sotterranei e dotata di ricoveri. In un grande arsenale sotterraneo sono state trovate migliaia di munizioni e granate per cannoni. Fra queste due posizioni fortificate è situato il villaggio indigeno cinto da mura e dominato dalla moschea senussita.
Sotto il fuoco italiano egli guidò i suoi uomini attraverso una breccia di reticolati. Si combatteva duramente una tempesta di sabbia che pure offri un certo vantaggio agli attaccanti. Bloccava gli otturatori dei fucili ed accecava i soldati inglesi, mentre strisciavano carponi verso i nidi delle mitragliatrici. A questo attacco seguirono azioni alla baionetta nelle quali furono usate anche delle bombe a mano. Alle ore dieci del mattino la lotta era serrata. Quanto la battaglia era più intensa un pilota della R.A.F. picchiò a 30 metri d’altezza
facendo piovere spezzoni
sopra un nido italiano di mitragliatrici che resisteva solidamente. e gettò un messaggio avvertendoli che una dozzina dei loro uomini era stata isolata
e subiva duramente la pressione avversaria. riflettendo con uno specchietto i raggi solari ed erano riusciti ad attirare l’attenzione. Finalmente questo piccolo gruppo d’australiani sperduti fu salvato dai cannoni anticarro che ridussero al silenzio l’artiglieria italiana. I reticolati esterni che apparivano da prima come ostacoli insormontabili,
furono abbassati dopo poche ore di combattimento. dal forte fu alzata una bandiera bianca e cessò il fuoco. Sono stati catturati oltre 800 prigionieri. I caduti durante la battaglia hanno avuto onorata sepoltura. Un ufficiale italiano prigioniero ebbe l’incarico di occuparsi dei caduti italiani, raccogliendo le piastrine di riconoscimento, i documenti personali e scrivendo sulle tombe le indicazioni necessarie. Durante tutta l’azione gli apparecchi fascisti o nazisti non si sono fatti vedere. Dodici ore dopo la caduta dell’oasi di Heinrel hanno voltato sulla zona gettando diverse bombe nel deserto. Molti feriti italiani sono stati trasportati d’urgenza verso gli ospedali britannici per mezzo di un apposito aeroplano della R.A.F. che si trovava sopra un terreno d’atterraggio vicino, in attesa dei feriti inglesi.
e la
moschea senussita non hanno subito neanche una scalfittura. in una zona chiamata Geneifa.
Qui c’erano molte
gabbie di prigionieri.
“Venite,andiamo al magazzino, a prendere un po’ di viveri.”
Mi avvicinai e con mia grande sorpresa vidi il mio sergente di Pescara. Ci siamo stretti la mano pieni di commozione.
Il sergente, rivolto ai suoi compagni, disse: “Quest’uomo mi ha salvato la vita. Dovevamo morire schiacciati sotto una bomba di mortaio”. Mi regalò un fazzoletto di seta rosso con l’immagine di un’oasi e la scritta Ricordo della Libia. Mi disse di custodirlo come ricordo dello scampato pericolo e così ho fatto.
Eravamo in tanti. Ci caricarono sopra un treno merci molto lungo.
Destinazione il porto di Suez.
Io mi trovavo quasi alla fine del treno. Lungo la ferrovia c’era un piccolo casello sorvegliato da un arabo che ad ogni vagone che passava si divertiva a tirare uno sputacchio. Il treno andavano piano e noi, che eravamo in fondo, vedevamo bene tutta la scena. Un prigioniero che si trovava nel mio carro a vedere quell’arabo montò su tutte le furie e disse:
“Io mi allungo verso di lui per dargli un
sonoro ceffone, voi però reggetemi perché potrei finire sotto il treno. “ Nel punto giusto allungò il braccio e mollo una bella sberla. Penso che sia stata veramente grossa perché la testa dell’arabo girò prima a destra e poi a sinistra. La guardia che ci sorvegliava, vedendo tutta la scena si fece una bella risata.
Fu un momento di paura, ma grazie a Dio la nostra nave non fu toccata. Durante la notte alcuni nostri compagni, approfittando dei bombardamenti, riuscirono a scappare. Nonostante le sentinelle che montavano la guardia riuscirono a tagliare il filo spinato, a farsi un varco molto vicino alla tenda delle sentinelle. Ma la loro fuga durò poco. Furono riacciuffati prima di arrivare lungo la linea di combattimento. A noi tutto questo ci costò un aumento della disciplina e se ci avvicinavamo al reticolato avrebbero sparato senza pietà. Alcuni prigionieri non avendo sigarette per fumare raccoglievano i mozziconi lasciati dalle guardie. Appena una guardia buttava via la cicca in quattro o cinque si buttavano sopra per raccoglierla, alcune volte rischiando la vita perché si avvicinavano troppo al reticolato. Alcune guardie dopo aver buttato la cicca mettevano sopra il piede. Altre invece, ma poche, tiravano qualche sigaretta verso i prigionieri.
In mancanza d’altro qualche
prigioniero seccava le bucce delle banane e poi le fumava. Durante i giorni di nave fummo letteralmente assaliti dalle pulci e dai pidocchi. Sbarcati a Durban il 17 luglio 1941 fummo fatti passare sotto una scrupolosa disinfestazione.
Ci fecero svestire, i nostri indumenti furono messi in un
carrello e poi trasportati sotto una macchina che emetteva vapore. Con delle
macchinette, il personale di servizio, ci portò via tutti i peli del corpo,
capelli compresi. In quel momento ricominciò la vita. Mi sentii di nuovo un essere umano,
dopo
tanti mesi passati in mezzo al marciume, ai pidocchi e alle pulci. Ci aspettava un treno con vagoni chiusi come quelli usati per il carico del bestiame,
destinazione Sonder Water che
in italiano significa capo d’acqua. Poi mano a mano che arrivavano i prigionieri veniva diviso. Alla fine venne diviso per dodici campi.
Ogni campo conteneva
mille prigionieri. In tutto eravamo dodicimila. C’era l’acqua e potevamo lavarci. Anche il mangiare non era male. Non si lavorava.
portavano con loro: legno, chiodi, martelli, seghe.
Quando andavano
via qualcosa mancava sempre. Un chiodo grande diventava uno scalpello. Visto che agli operai mancava sempre qualcosa decisero di mettere una guardia per vigilare sugli attrezzi. Ma noi escogitammo un sistema per eludere la guardia. Un bel numero di prigionieri si mettevano ad osservare il lavoro e cercavano di distrarre la guardia. Visto che parlavano in italiano la guardia non capiva ma si divertiva ad ascoltare.
Intanto uno di noi cercava di prendere la sega. Un prigioniero per divertirsi diceva alla guardia: “Mister la sega parte!” Dal canto suo la guardia, che non capiva le parole, se la rideva di gusto. Ma la sega era scomparsa. Quando se ne rese conto, la guardia iniziò a brontolare ma noi prigionieri ce la ridevamo. I n mezzo a dodicimila prigionieri non era facile ritrovare qualcosa!
talmente bene che era impossibile crederci. Senza l’aiuto di saldature. Sul coperchio c’erano anche le cerniere. Tutto fatto a mano.
Nel mercato dei prigionieri si vedevano a pochi soldi ma si usavano questi lavoretti per barattare dell’altra merce. Le guardie sud africane pagavano in sigarette, pacchi di tabacchi, scatole di carne, sapone per lavare, macchinette e lamette da barba e anche qualche attrezzo per lavorare.
Poi alla sera al
mercato dei prigionieri si faceva il cambio merce con qualcosa che era più
utile. perché si faceva troppo rumore visto che lo scambio veniva effettuato quand’era buio,
e poi perché iniziarono i primi bisticci. che facevano da interpreti. Loro, insieme con il personale di cucina,
mangiavano la roba buona e a noi ci
davano lo scarto e spesse volte il caffè era senza lo zucchero. una parte dei prigionieri si presentò davanti alla cucina e incominciò a gridare ad alta voce: "Vogliamo parlare con il maresciallo capo responsabile della cucina". Il maresciallo sentendo tutto quel baccano non si fece vedere.
Questa volta il maresciallo usci fuori.
I prigionieri gli volevano dare addosso ma
le nostre guardie e altri prigionieri ristabilirono l’ordine. “Ragazzi voi vi lamentate perché nel caffè non mettiamo lo zucchero. E’ male per noi ma peggio per loro. La nave che lo trasportava è stata affondata dai nostri. Presto arriveranno anche qui da noi, spezzeranno il reticolato e noi, finalmente liberi, potremo abbracciare i nostri cari”.
"Bene maresciallo! Bene maresciallo"!
Tutto tornò a posto. Noi stanchi della prigionia speravamo che quei reticolati venissero rotti al più presto.
Ma la nostra vita continuò peggio di prima e la guerra
durò per altri tre anni e più.
Ci aspettava un viaggio di un mese per nave.
Quando il mare era molto agitato dovevamo tenere chiusi gli sportelli perché entrava l’acqua,
ma quand’era
calmo vi divertivo a vedere i delfini che facevano a gara di velocità con la
nostra nave. In alcuni giorni il sole era talmente forte che addirittura sulla superficie dell’acqua si formavano delle bolle.
Il cibo scarseggiava e l’acqua veniva data in un momento
preciso della giornata. Quando arrivò chiese alla guardia il permesso di prendere l’acqua. Questa ripose in inglese: "No today. tomorrow water". (Oggi no acqua. Domani). Il prigioniero si inferocì: "Io muoio. Ma io ti ammazzo, ti butto a mare"... Per fortuna arrivò l’interprete che spiegò al prigioniero che "tomorrow" significava domani e non tu muori. E riportò la calma.
poi fece sosta vicino ad un isola il 13 agosto di sera e ripartì la mattina del 16. La rotta seguita dalla nave fu molto lunga, infatti arrivò a
costeggiare le coste americane per paure delle mine. Dopo un mese chiusi dentro la nave, quando sbarcammo non riuscivamo a riconoscere le persone
che si trovavano a dieci metri di distanza. Qui ci fu un’altra disinfestazione. Doccia, rasatura dei peli, pulizia degli indumenti. Siamo stati in questo campo fino al giorno 12 settembre 1942 prima di essere smistati per andare a lavorare. Durante questi giorni siamo stati trattati bene. Alcuni giorni prima di essere di nuovo smistati, ci portarono in un magazzino.
Ci venne consegnato un sacchetto per la biancheria e insieme
due camicie,
un cucchiaio, una forchetta, la macchinetta per fare la barba e delle
lamette.
Ma durante lo smistamento fummo
divisi per rivederci a casa. Appena giunti al campo fummo fotografati e ci venne consegnato un tesserino con la nostra foto
che dovevamo appuntarci sul petto, con i numeri di
riconoscimento. per questo vi furono cucite dei grandi dischi a forma romboidale di colore rosso o giallo.
vestiti erano di colore marrone e i dischi erano
cuciti sul davanti e sul di dietro.
La mia squadra era composta da venti persone più il
caporale che dirigeva il lavoro.
Il lavoro era duro ma non venivamo trattati
male. su cui facevamo lessare alcune patate raccolte, per poterci sfamare. Forse voi non ci credete ma un giorno io e i miei compagni di squadra abbiamo mangiato dodici pentole di patate lesse.
Al ritorno al campo riportavamo le patate per i
nostri compagni che non avevamo avuto la possibilità di sfamarsi. Questo lavoro dava la possibilità di essere un po’ più liberi.
Il mattino seguente, come al solito, suonò il fischietto per andare a prendere il caffè e poi andare a lavoro. Preso il caffè invece di dirigerci verso i camion siamo rientrati nelle nostre baracche. Il capo campo inglese domandò che cos’era successo. Non ci fu risposta. Organizzò uno spiegamento di auto blindati, mitragliatrici che circondò tutto il campo.
Le guardie entrarono nella baracche e fecero uscire
noi prigionieri.
Era una mattina fredda, nudi, tremavamo
di freddo e di paura.
si poteva rifiutare di lavorare solo in caso di lavori bellici.
I primi che dovevano rispondere non sapevano cosa dire.
La domanda fu fatta per ben tre
volte alla fine fu risposto: “Vado”.
Ci rivestimmo e salimmo sui camion. tolte le sigarette e adunata in cortile a qualsiasi ora del giorno e della notte.
e arrivammo a Napoli il 1° marzo 1946. e soprattutto conoscere mio figlio che non avevo mai visto,
che mi correva incontro
chiamandomi Papà. per i quali sono stato insignito della Croce di Guerra al merito. Raccontati da un combattente di poca cultura
ma con la memoria in buono stato.
LETTERE
Appignano 12 marzo 1941 Noi stiamo tutti bene e così vorrei sperare che Gesù Bambino ti donasse fortuna anche a te
e ti proteggesse bene
come nel tempo passato. è due mese e quattro giorni che non riceviamo più la tua cara lettera e non sappiamo più che cosa pensare. Non puoi mai immaginare il dispiacere nella nostra famiglia,
c’è un pianto amaro perché ci vengo in mente certi
pensieri.
Ma chi sa se arriverà?
Non me ne curerei di sopportare qualunque pena ma sarei contenta
che la Vergine Santissima ti facesse tornare fra le mia braccia, libero e
sano, come sei partito ieri.
Prego San Gabriele
dell’Addolorata affinché mi facesse venire una novità buona. Questa lettera la mando per via area per vedere se ti arriva. Dammi subito risposta che io sto molto in pensiero. Nemmeno ci vedo a scrivere per le lacrime agli occhi. Tutto il bene che ci volevamo e adesso così lontani e poi nemmeno le tue notizie si può avere.
Ma che vogliamo
fare, stiamo alla volontà del nostro caro Signore.
e tante carezze ti manda il tuo caro bimbo e tutta la nostra cara
famiglia che sospira per te.
con le lacrime agli occhi vi scrissi una lettera con la quale vi dicevo fatevi coraggio che se Iddio vuole, per il prossimo Natale saremo insieme.
Ma io ora ho l’impressione che anche questo prossimo Natale sarà per noi un
giorno di tranquillità e di orgoglio. riguardo che siete molto stanchi a vivere senza di me;
certo che la vita vi rimarrà molto
difficile.
dove io
insieme a voi, avremmo potuto acquistare un pezzo di pane per la nostra
vecchiaia. In ogni modo, vi prego di stare tranquilli e calmi,
anche nel giorno del
Santo Natale se io non sono con voi fatevi coraggio e passatelo con
tranquillità.
che mia madre mi insegnò a chiamare con il dolce nome di Padre perché mi sei veramente tale,
mi hai creato, mi hai conservato la vita
fra tanti pericoli, dall’alto dei cieli ascolta pietoso la mia preghiera. soffro ora questa prigionia e questa forzata lontananza dalle persone
che Tu mi hai dato a conforto ed a sostegno
della mia vita. come anche nel dolore delle aspre ferite e nelle sofferenze che mi accompagnarono mi rendesti forte, così ora, o Padre mio, continua a vegliare su di me; stendi la Tua Provvidente Misericordia ed il tuo Amore sulla mia vita,
affinché io possa ritornare sano e salvo al focolare domestico. o Signore, calde preghiere per noi, e le nostre e le loro preghiere
si confondono dolcemente nel tuo Cuore ed in
Te ci consoliamo fiduciosi. voglio adempiere il mio dovere di buon cristiano,
voglio
dimostrarmi sempre fedele alla disciplina del soldato.
proteggimi sempre; deh, fa che io possa presto, in unione ai miei cari lontani, sciogliere il voto ed il cantico della mia riconoscenza.
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