Quel giorno a Giarabub

racconto testimonianza
 


“Mi ha salvato
La grazia di Dio
e lo Spirito Santo”

 


Storia breve, ma vera.

Raccontata da un fante quando era ottantottenne

(ora salito al cielo all'età di cento anni e 37 giorni

vedi *lettera a nonno Checco* ),

ancora tremante di paura

e in alcuni momenti anche con le lacrime agli occhi,

nel ripensare ai tanti pericoli,

pene e sofferenze provate.

Mi chiamo Francesco e sono nato a Montedinove il 21 febbraio 1914.

Primo di otto figli di una famiglia di contadini sin dall’antichità.
Durante la mia vita di bambino non sono stato tanto coccolato

perché la situazione non presentava tanto tempo a disposizione

e con ciò mi sono abituato ad accontentarmi del poco.

 

Ho frequentato la scuola elementare in un paesino chiamato Capradosso,

una frazione di Rotella.

Arrivavo sempre di corsa e stanco,

perché dovevo fare alcuni chilometri a piedi

su una strada scomoda e anche fangosa.
 

A scuola non andavo tanto bene.
In uno dei miei primi ricordi mi rivedo in aula con i miei compagni,

e la maestra che ci dice: "Tutti in piedi"!
Poi ci facciamo il segno della Croce:

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, amen,

e recitiamo, come ogni mattina, questa preghiera:

Padre che stai nei Cieli,

che tutto vedi,

ascolti
e che tutto puoi,
dacci il tuo Santo zelo,
dacci il candore degli Angioletti tuoi,
perché con loro possiamo lodarti.
Anch’io ripeto sempre, t’amo Dio.


 

Poi si iniziava a studiare.

Terminate le ore di studio tutti in piedi,

di nuovo ci segnavamo con il segno della Croce,

poi tutti contenti e di corsa giù per le scale.
Ognuno andava nelle proprie case a piedi.


I miei genitori, possedevano una dozzina di pecore

e io trascuravo lo studio per andare a pascolarle.


Dopo alcuni anni questo lavoro fu affidato alle mie sorelle

ed io dovetti andare a lavorare nei campi per dare una mano ai miei genitori.


Molte volte vedevo i miei genitori che si grattavano la testa

per la preoccupazione di come tirare avanti una famiglia così numerosa.

 

Da giovane non mi sono divertito molto;

le feste in famiglia si facevano solo in occasione di Battesimi

oppure per la prima Santa Comunione e poi erano feste alla leggera.


Arrivò il momento della maggiore età.

Fui chiamato alla visita militare, dove risultai idoneo.


Mi arrivò la cartolina per il servizio militare,

mi presentai ma mi rimandarono a casa con il congedo militare

per non aver superato il metro e 54 di statura.
Mi dissero di tenermi pronto perché potevo essere richiamato in qualsiasi momento.

E così fu.


Il giorno 18 marzo 1940 fui richiamato.

Mi presentai al distretto militare, un po’ impaurito.

Fui messo in cortile in fila con gli altri compagni.

Ci consegnarono lo zaino insieme con il corredo militare che comprendeva:

pezze per i piedi, scarpe, fasce per le gambe, bottoni, filo, aghi e tante altre cosette.

Il tutto si doveva confinare nello zaino che veniva affaldellato,

ossia ripiegato falda su falda.


Io mi preoccupai, come sarei riuscito a mettere a posto tutta quella roba?

Grazie a Dio, un anziano che faceva servizio nel distretto mi diede una mano

e così tutto fu messo a posto secondo gli ordini.


Arrivò mezzogiorno, e incominciò la Naia.

Suonò la tromba per il rancio.

Con la gavetta (recipiente di latta per mangiarvi il rancio),

che avevamo ricevuto pochi minuti prima,

mangiammo la prima pasta militare insieme ad un po’ di vino.

Finito il primo pranzo militare in fretta andammo a lavare la gavetta,

il cucchiaio e il gavettino.


Poi siamo stati condotti alla stazione

per prendere il treno che ci portava in Sicilia,

nella città di Siracusa.

Ad attenderci nella bella terra siciliana c’era la Fanfara Militare,

che ci accompagnò fino alla caserma.


Fui assegnato al 75° reggimento Fanteria.


Per alcuni mesi fui addestrato alla vita militare con istruzioni,

passeggiate per i villaggi, marce di resistenza e percorsi di guerra,

con la pratica delle armi, a tiri diretti e indiretti, con fucili e mitragliatrici.
Durante le marce dovevamo imparare a sopportare la sete.

Avevamo poca acqua nella borraccia che dovevamo riportare indietro.
Dove eravamo diretti l’acqua non c’era.


Dopo un paio di mesi che mi trovavo a Siracusa fui trasferito a Messina.

Qui vennero formate delle compagnie per andare a combattere

in Libia (Africa Settentrionale).

Ci consegnarono caschi coloniali, due pacchetti di cartucce per il fucile.

Iniziò la paura e il sospetto della guerra.

Ci vennero cambiate le mostrine e i colletti

perché non eravamo più al 75° Fanteria,

ma al 32° Settore Guardia Frontiera.

 

Salii insieme con i miei compagni su di una nave che salpò da Messina

il 5 giugno 1940 per arrivare a Tobruch l’8 giugno 1940.


Il giorno 10 giugno mi trovai subito sotto i primi bombardamenti di guerra,

insieme con i miei compagni era stato assegnato alla difesa di Tobruch.

Una cittadella libica, molto fortificata, situata a contatto con il mare.

La difesa era schierata in mare, in cielo e in terra.

Al porto si trovava una nostra nave anti-aerei chiamata San Giorgio,

la quale mandava tanti proiettili al secondo contro gli aerei nemici che venivano a bombardare Tobruch.

Di notte sembrava di assistere ai fuochi d’artificio.

Le schegge quando cadevano erano spente, portavano denti come seghe e potevano pesare anche 300 grammi.

A me alcune volte sono cadute vicino ma, grazie a Dio, non mi hanno toccato.

Gli aerei  che venivano a bombardare Tobruch,

si tenevano in alta quota e non era facile abbatterli.

Come ho già detto, Tobruch era una cittadella molto fortificata.

Nella parte del deserto si trovavano certe fortezze che sembravano insormontabili.

Due fossi anticarro, sempre dalla parte del deserto, erano stati scavati a difesa,

profondi circa cinque metri e larghi la stessa misura.

Erano stati ricoperti di tavole e poi con la sabbia per non far capire nulla.

Li poteva sfondare anche un uomo pesante. Dovevano servire per intrappolare i carri armati nemici.
Ma loro erano a conoscenza di tutto e i fossi non funzionarono.


Poi c’erano, sempre a Tobruch, due linee di fortini di cemento armato.

Erano tanti buchi scavati come fossi anti-carro ma un po’ più stretti.

Ognuno poteva essere lungo circa una quindicina di metri,

ma non erano coperti con le tavole ma con il cemento armato e poi sempre la sabbia.


C’erano due buchi, in un lato un buco a piombo con una scala a ferri fissi al cemento,

ti portava in un corridoio dove noi dormivamo.

Più in là si trovavano alcune scale per risalire un po’ sopra.

E’ qui, che tenevamo le nostre armi e munizioni.
Non so dire quanti erano i fortini ma ne ricordo parecchi.

Le armi che usavamo era pezzi anti-carro, mitragliatrici, bombe a mano ed altro.
Dentro a questi fortini si dormiva, ci si riposava chi non era in servizio.

Allungavamo una coperta e si dormiva lungo il corridoio, sul cemento.
Il bagno, quando non si poteva uscire, era un funicoletto più profondo.

Noi non lo abbiamo adoperato mai.

Usandolo tutti potete immaginare cosa sarebbe successo.
Così ho vissuto per quattro mesi insieme ai miei compagni.

Poi le pulci ci mandarono fuori.

Dovemmo scavare un fossetto per dormire, coperto da una tenda.
Mi ricordo un giorno ci fu un allarme aereo.

Subito si scatenò una grande battaglia, l’aereo fu abbattuto e prese fuoco.

Si sprigionò una colonna di fumo che roteò verso la terra.

Noi eravamo tutti contenti, battevamo le mani, gridavamo per la gioia.


Era caduto a circa due chilometri da dove mi trovavo,

volevo andare a vedere ma i superiori non vollero.
Loro andarono e trovarono una triste sorpresa.

L’aereo non era un nemico ma trasportava il maresciallo dell’aria Italo Balbo, comandante in Libia.
C’era stato segnalato un aereo nemico, come si trovava Italo Balbo sul cielo di Tobruch non lo so.
Alla sera il bollettino di guerra annunciò:
"Italo Balbo caduto eroicamente sul cielo di Tobruk".


Dopo cinque mesi in difesa di Tobruch, a noi della Guardia Frontiera,

arrivò l’ordine di andare avanti per iniziare l’attacco al nemico.

Arrivammo fino ai confini con l’Egitto. Eravamo un po’ internati nel deserto, ma sempre lungo i confini.

Ci scontravamo con le pattuglie nemiche, le quali con gli aerei ci buttavano addosso spezzoni e anche colpi di mitragliatrici. Persero la vita quattro nostri compagni.
Il grosso delle nostre forze, attaccò l’Egitto, ma non andò bene.

Trovarono tante di quelle forze bene equipaggiate e con armi moderne,

le quali misero in ritirata i nostri e conquistarono le prime postazioni.

Sempre con aspri combattimenti occuparono anche Bardia.

Era stata assediata giorno e notte.

Incominciano i momenti delle grandi angosce.

I combattimenti si svolgevano da mare e da terra, i bombardamenti erano a tappeto.

Morti, feriti, prigionieri ci furono soprattutto da parte nostra.
Dopo alcuni giorni di bombardamenti il nemico riuscì a conquistare anche la grande fortezza di Tobruch,

arrivando quasi vicino Tripoli. Dura fu la battaglia a El Alamein.
C’è da dire che i nostri automezzi e le nostre armi erano molto vecchie.

Alcune erano state usate nella prima guerra
mondiale. I carristi chiamavano i carri armati scatole di sardine.

Dentro entravano solo due soldati ma erano molto scomodi, come pure i blindati.

Per mettere in moto i carri armati si doveva infilare una manovella sul davanti del mezzo e girare.

Se sfortunatamente, durante il combattimento, si spegneva il motore, i due poveri soldati,

che si trovavano all’interno, tiravano a sorte per sapere chi doveva uscire fuori a girare la manovella per riaccenderlo.
Per quello che usciva fuori, era morte sicura.
I soldati che combattevano in Libia erano di due tipi: i soldati del Re, dei quali facevo parte io,

e i soldati di Mussolini, chiamati Camice Nere.

Quando andavamo a prende la paga, noi soldati del Re,

prendevano di meno anche se combattevamo per lo stesso fronte.


La grande resistenza di Giarabub

Qui ho vissuto i momenti più tristi insieme ad altri soldati.

Circondati per quasi tre mesi e messi alla fame.

Giarabub si trova molto internata nel deserto, in una valle sotto il livello del mare e vicino ai confini con l’Egitto.

E’ circondata da catene, coste e colline, seguite da grossi mucchi di sabbia.

Questo per noi era di enorme vantaggio perché gli automezzi non potevano entrare, rimanevano insabbiati.
Quando arrivammo, trovammo un villaggio di arabi, con donne e bambini.

Una moschea molto importante che nessuna arma poteva toccare.

A questa gente provvedeva il comando italiano,

che dava loro da mangiare visto che non potevano uscire dal villaggio per la guerra.
Un giorno andai a visitare la moschea.

Mi ricordo che mi tovetti togliere le scarpe.
Il nostro comandante era il maggiore Castagna Salvatore, che per gli atti eroici fatti insieme,

che vi racconterò, guadagnò i gradi di Tenente Colonnello.
Nei primi tempi andava benino, ma poi i nostri furono messi in ritirata dal nemico,

molto più forte e bene equipaggiato che occupò le nostre postazioni

di Badia e Tobruch dove partivano i nostri rifornimenti.
Per via terra era impossibile farli arrivare.

La situazione peggiorava sempre di più. Incominciarono a rifornirci per via aerea,

ma il cerchio sempre più si restringeva.
Un giorno l’aereo che sorvolava la nostra zona per portarci un po’ di viveri e munizioni,

rimase abbattuto mentre stava scaricando. Dovemmo diminuire le nostre razioni di cibo.
C’è da dire che la galletta che ci veniva buttata dall’aereo quando toccava terra si sgranava tutta.

 

Veniva misurata con il gavettino.

Un gavettino a testa per tutta la giornata e niente altro.
Mi ricorderò sempre il giorno della vigilia di Natale, il 24 dicembre 1940.

Avevamo una grande fame che non riesco a raccontare, ci aspettavamo qualcosa in più, ma non fu così.

In cambio, siamo stati attaccati dal nemico e quasi non riuscivamo a respingerlo.

Il nemico si scontrò con le nostre pattuglie.

Noi della piazzaforte non li potevamo aiutare perché i cannoni

che avevamo in dotazione erano di piccolo calibro

e quindi non arrivavano fin dove si svolgeva il combattimento.
Insieme con noi c’erano anche dei soldati libici molto coraggiosi

che andarono in aiuto ai nostri compagni e grazie a Dio cessò il combattimento.

Posso dire che quei soldati, erano molto fedeli.

Ci si capivano poco, per via della lingua e in quel duro attacco furono loro, per primi,  a salire sul camion con le armi e andare vicino allo scontro.

Riuscirono a mettere in silenzio il nemico.
Nei primi tempi per difendere le nostre postazioni chiedevamo aiuto alla nostra aviazione,  ma poi le cose peggiorarono sempre di più.

 nostri lungo la costa battevano sempre in ritirata.

I nostri aeroporti più vicini erano stati occupati dai nemici e le cose,

anche per noi, andavano sempre di male in peggio.


A turno, ogni mattina, dovevamo andare verso la collina,

con il camion e stare là per tutta la giornata.

Si partiva prima che il sole sorgeva e tornavamo alla piazzaforte che era ancora buio,

per non farci vedere, con una fame da lupi.
Un giorno, mentre i nostri erano sul posto, furono avvistati dal nemico e subito iniziò la battaglia.

Loro erano più forti e i nostri furono costretti alla ritirata.

Il nemico occupò la nostra postazione.

Sembrava che tutto era calmo e tranquillo, ma non fu così. La zona era stata minata.

Mentre i nostri andarono a rioccupare la postazione capitarono sopra ad una mina.

Ci fu un morto e alcuni feriti.
Il giorno seguente, capitò anche a me di partire prima dell’alba, per andare in quel posto.

Tanta era la paura, ma non mi potevo rifiutare.

Portavamo quei camion vecchi utilizzati nella prima guerra mondiale che se si spegnevano

dovevamo scendere e girare la manovella.

Ed era morte certa.

Non solo, era molto rumorosi.

Partivamo di notte per non farci vedere, ma il rumore arrivava al nemico molto prima di noi.

Non era facile attraversare il deserto con questi mezzi.
In queste condizioni io e i miei compagni siamo riusciti ad arrivare nel posto stabilito.

Con noi c’era anche un ufficiale che ci comandava.

Diede il via per la battaglia.
Mi ordinò: “Tu vai in cima a quella collina”.

Non era tanto lontano ma dovevo arrivarci a piedi e sempre senza farmi vedere dal nemico.

In certi punti dovevo strisciare anche con la pancia a terra.

Il compagno che veniva insieme con me aveva in mano l’apparecchio per trasmettere l’alfabeto morse,

con il quale dovevamo comunicare al tenente, tutto ciò che vedevamo, se il tiro era lungo oppure corto,

se si dovevano spostare più a sinistra o più a destra.
Anche ad altri due soldati fu dato il comando di appostarsi in un altro punto distante da noi

sempre per osservare e trasmettere al tenente.

Le armi che portavano per difesa erano per il tiro indiretto e andavano perfezionate in base alle nostre segnalazioni.
Siamo rimasti appostati tutta la giornata ad osservare.

Non riuscivamo a scoprire dov’erano le postazioni nemiche.

Loro continuavano a sparare ai nostri che erano nella piazzaforte.

Erano già due giorni e due notti che tiravano proiettili con i loro camion, superiori ai nostri.

Posso dire che non era un fuoco accelerato, ma un fuoco d’assedio.

Ogni tre, quattro minuti mandavano una scarica di cinque proiettili.

Nella piazzaforte i rifugi erano molto sicuri e anche in questo lungo assedio non ci fu neanche un ferito.
Alcuni proiettili neanche esplodevano, scivolavano in mezzo alla sabbia e non avevano il duro sufficiente per esplodere.
Per tutta la giornata io e il mio compagno non siamo riusciti ad individuare da dove il nemico sparava.

Verso sera abbiamo avvistato un movimento, molto lontano lungo la costa.

Subito abbiamo trasmesso il messaggio al nostro tenente, che si trovava fermo nel camion in attesa di nostre notizie.

La nostra pattuglia a iniziato a fare fuoco, noi dalla nostra postazione davamo le coordinate per precisare i tiri.

Il nemico capii subito che era stato scoperto e scappò via in ritirata portandosi via armi, cannoni e automezzi.

Così cessò quel lungo assedio alla nostra piazzaforte.


Siamo rientrati che era già buio ma grazie a Dio, sani e salvi.


Il giorno seguente partì, sempre di buon mattino, un’altra squadra, per le stesse manovre.

Arrivarono fino a dove la sera prima il nemico stava appostato.

Trovarono rifiuti di biscotti ed altri rifiuti da mangiare come scatolette vuote di carne.

Al vedere quelle cose il nostro stomaco si lamentava sempre di più.

Già la fame c’aveva attaccato la pelle alle ossa.
In un altra battaglia siamo riusciti a catturare una camionetta inglese.

Il conducente fu preso e fatto prigioniero, fu poi portato via ma io non so dove.

Questa cattura avvenne mentre ancora avevamo le vie libere, con il comando superiore.

Tale camionetta era molto silenziosa e fu utilizzata dal nostro Comandante di Giarabub

per girare e vedere se noi funzionavamo bene.

Ci aveva sorpreso senza che noi ce ne accorgessimo.
Ci diceva che da un momento all’altro potevamo essere attaccati da terra e da aria

quindi dovevamo stare sempre sul chi va là.
Con tono arrogante e con un cera da boia ci diceva:

"Quando arriveranno, ammazzateli tutti. Più ne ammazzate, meno ne resteranno"!


La fame si faceva sentire ogni giorno di più.

Arrivò un aereo a portare un po’ di viveri. Li buttò dall’aria per non rimanere abbattuto.

Ma prima demmo da mangiare alle persone del villaggio, soprattutto donne e bambini e quello che restava era per noi.
 

Giarabub era rimasta l’ultima postazione in mano agli italiani.

I bollettini di guerra tutti i giorni dicevano:

"I nostri battono in ritirata, mentre a Giarabub sventola ancora la bandiera italiana".
Il comando superiore delle forze armate ci faceva molti elogi

per incoraggiarci a mantenere la Bandiera italiana sui confini dell’Egitto.

Mandò una telecamera a riprenderci per produrre un film dal titolo: la sacra di Giarabub.
Fu scritta anche una canzone:
Colonnello non voglio il pane ma i proiettili per il mio moschetto,

qui non si cede neppure un metro e il nemico non passerà.


Il nostro comandante da maggiore fu promosso tenente colonnello dopo queste battaglie.

Con sguardo fermo e il tono della voce da far tremare, ci diceva:

"Ho ricevuto una lettera dalla mia mamma che desidera rivedermi.

Sapete che cosa ho risposto?

Cara mamma, per il momento ho un’altra mamma più cara di te, poi, se ne resterà, sarò per te".


I bollettini di guerra continuavano a scrivere:

"Questa è una ritirata strategica.

Abbiamo la nostra bandiera che sventola a Giarabub sui confini d’Egitto.

I nostri eroi ai confini combattono incessantemente contro il leone inglese."

 (parole dal bollettino di guerra).
Io penso che il nemico forse si sentiva un po’ offeso

a sentire e a vedere sventolare ancora la bandiera italiana sui loro confini.

Ma era a conoscenza della nostra situazione.
 

Un giorno un aereo nemico buttò sopra il cielo di Giarabub tanti volantini con su la scritta:

"Arrendetevi, altrimenti morirete di fame e schiacciati".


Il nostro comandante Castagna appena visti i volantini, incominciò a riunirci.

Con uno sguardo e un tono di voce duro ci disse:

"Qui a Giarabub siamo in una botte di ferro.

Qui o si vince o si muore.

Finché ci sarà un italiano, dico un italiano, si spara e che nessuno gli venga in mente di darsi prigioniero.

Abbiamo ancora gallette per altri otto giorni, diminuendo ancora la dose,

possiamo resistere altri quindici giorni e poi qual cosa uscirà fuori".


La galletta era una specie di pizzetta di biscotto, un po’ robusto con un odore poco gradevole, a volte sapeva di muffa.

In caserma molti la buttavano via ma in questi momenti pregavamo per averla.

Il tazzino o gavettino è un recipiente che veniva adoperato per bere il latte o il vino, quando tutto andava bene.

La capacità era di un quarto di litro.

Alla sera, quando era buio, andavamo a prendere il pezzo di galletta, che doveva servire per il domani e niente più. Bevevamo nelle pozzanghere d’acqua dove si lavavano gli arabi.

L’acqua sporca e il poco cibo ci davano dei forti dolori alla pancia.
Mi ricordo un giorno montai di guardia a mezzanotte per dare il cambio ad un mio compagno.

La notte passò tranquilla.

Quando ritornai al mio rifugio per un po’ di riposo trovai il mio compagno tutto avvilito.

Mi raccontò che lui non aveva chiuso occhio tutta la notte per la fame.

La galletta che gli era stata data e che doveva servire anche per il giorno dopo, era finita.

Un pizzico alla volta durante la notte l’aveva mangiata tutta. Non aveva più niente.
Siamo tutti fratelli ed io volevo far parte della mia galletta al mio compagno.

Ma come potevamo sfamarci con un tazzino di galletta in due per tutta la giornata?
Intorno c’era solo sabbia, un’immensa distesa di sabbia senza neanche un ciuffo d’erba.

Ogni tanto qua e là spuntavano palmeti ma quello non era il tempo giusto per la maturazione dei datteri.

Dovete sapere che il ciuffo principale della pianta della palma è legnoso, ma se si scava è dolce e buono da mangiare.

Era severamente proibito sia dal nostro comandante che dagli arabi salire sulle palme.

La pianta che veniva privata del ciuffo moriva subito e una pianta di datteri per far frutto a bisogno di molti anni.
Ci pensammo su ma la fame era tanta che ci costrinse a compiere quella ingiustizia.

In quei giorni eravamo attaccati spesso dal nemico che mandava scariche di proiettili

cinque alla volta con fuoco accelerato, ogni quattro, cinque minuti.

Alcune volte questi proiettili sfioravano le palme da datteri, ed era quindi molto pericoloso salire sopra agli alberi.

Mi armai di coraggio e mi arrampicai sopra la pianta.
Con la baionetta incominciai a scavare per togliere il ciuffo, ecco che sentii i primi colpi di partenza.

Subito mi buttai a terra riparandomi la testa ai piedi della pianta.

Grazie a Dio i proiettili andarono verso destra.

La paura era tanta ma anche la fame che mi spinse a risalire sopra.

Dopo alcuni minuti altri colpi e giù di nuovo a terra.

Dopo quattro salite e discese riuscii a prendere circa un chilo di quel legno, mentre il mio compagno faceva la guardia.
Da buoni fratelli dividemmo a metà la mia galletta e il legno raccolto, così tirammo avanti quella giornata.
Mi sento emozionato e tremo al solo ricordo.

 

 

 

 

Questa foto è stata inviata da mia moglie.


L’ho ricevuta il 19 luglio 1940.

 

 


Mio figlio è nato il 6 aprile 1940

 

dopo 19 giorni dalla mia partenza per la guerra.

 

 

 

 

 

 


Molte volte il cappellano militare veniva a visitare le nostre postazioni per dare alcune parole di conforto.

A me domandò la mia situazione familiare.

Io gli dissi che avevo a casa un figlio che non conoscevo ancora perché era nato dopo la mia partenza per la guerra,

e mia moglie, in una lettera, mi aveva inviato una ciocca di capelli, che io portavo sempre con me.

Il cappellano mi guardò e rimase per un po’ in silenzio e poi disse:

“Fatti coraggio, il tuo bambino con il suo pianto pregherà per te il Signore.”
Ancora un’altro ricordo.

Un’altra sera mi arrivò l’ordine di andare a montare la guardia in un punto vicino al centro della piazzaforte.

Per arrivare dovevo attraversare il punto dove maggiormente scoppiavano i proiettili.

Quando mi fu dato l’ordine sentii dentro di me un grande dispiacere e una grande paura.

Mi feci un po’ di coraggio e partii.

Dovetti portare con me una cassetta di legno nella quale c’erano nastri con cartucce per le mitragliatrici.

Mi avvicinai a quel punto tanto pericoloso.

Aspettai la scarica di proiettili, come al solito intervallati dai quattro o cinque minuti

che mi servirono ad arrivare nel punto stabilito.

Qui, dovevo stare tutta la notte, dentro una buca scavata in cima ad un cucuzzolo di roccia,

profonda non oltre un metro e mezzo che mi doveva riparare dalle schegge.

Stetti lì tutta la notte con i proiettili che scoppiavano a volte a destra, a volte a sinistra.

Non so come non sono morto dalla paura.

La notte passò senza problemi ma appena giorno dovevo riattraversare sempre quel punto pericoloso

per tornare nella piazzaforte.


Ripresi la mia cassetta, aspettai la scarica dei proiettili, i quattro o cinque minuti di intervallo

e mi affrettai ad attraversare. Ma questa volta non andò bene.

A metà percorso sentii il rumore inconfondibile della scarica.

Mi buttai a terra con la cassetta sopra la testa per ripararmi. Fortunatamente scoppiò oltre.

Mi rialzai, le gambe tremavano, il cuore non so dire a che punto si trovava.

Pian piano mi resi conto di averla scampata e ringraziai Dio.

A Giarabub avevamo preparato un nostro cimitero.

Si era sempre sotto il tiro delle bombe e la morte ci sfiorava ogni giorno.

Quindi fu deciso di costruire un cimitero per seppellire i corpi dei caduti.

Alla sera con il buio, quando il nemico non ci vedeva, tutti quelli che non erano di servizio

andavano nel posto destinato al cimitero e portavano pietre che altri aggiustavano.

Venne costruito anche un muro di cinta. Io solo una volta ho portato le pietre al cimitero

perché in quel periodo nella mia postazione di servizio eravamo soli in due a montare di guardia.
Assistemmo al cambio del comandante di tutte le forze schierate in Libia.

 

Prese il comando un generale tedesco chiamato Rommel insieme ai soldati tedeschi.

I quali organizzarono una controffensiva che mise in ritirata il nemico.
A noi ci dissero: “Tenete duro quanto più sia possibile che fra qualche settimana vi libereremo.”


Il nemico batteva in ritirata, ma una parte di loro si scaraventò verso di noi, ormai ridotti alla fame.
Il giorno 20 marzo 1941 ci attaccarono con cannoni e aerei.

Buttarono bombe e spezzoni. Il combattimento si svolse proprio in quella parte dove si trovava il comandante, a sud.

Alcune volte avanzavano altre volte tornavano indietro sopraffatti dal nemico.

Quest’ultimo conquistò alcune postazioni con l’uso delle bombe a mano e con l’assalto con la baionetta.
Il sole tramontò, si fece buio e ritornò un po’ di calma.
Io insieme ai miei compagni mi trovavo nella postazione a nord.

Stavamo ben nascosti nella nostra piazzola sotto terra, profonda un metro e mezzo, con un muro di cinta in cemento.

In quei giorni eravamo in cinque, tre soldati, un caporale e un sergente di Pescara di nome Canonico.

Tutta la notte sia rimasti sempre pronti nel caso venissimo attaccati.

Dentro alla piazzola avevamo portato le coperte da mettere sulle spalle per ripararci dall’umidità.


Il giorno dopo, 21 marzo 1941, si riaccese una grande battaglia di fuoco,

soprattutto dove si trovava il comandante.

 

Arrivavano voci che aveva tirato di propria mano un cassa di bombe e poi era stato fatto prigioniero.

Ma noi non sapevano tutto ciò che stava accadendo.


Verso le dieci del mattino si sentiva solo qualche colpo di fucile.

Credevano che i nostri avevano respinto il nemico, invece quasi tutti erano stati catturati.
Un aereo, che sorvolava la zona in ricognizione, ci scoprì.

 

Trasmise ai loro mortai la nostra postazione e venimmo subito attaccati.

Quando sentimmo partire la prima bomba di mortaio sapevamo che era rivolta verso di noi.

 

Ci abbracciamo stretti, tutti e cinque insieme.

Era la fine! Grazie a Dio il tiro era corto di una decina di metri.

Tremante di paura, lo Spirito Santo mi ispirò le parole da dire al mio sergente:

“Sergente, questa bomba era proprio per noi, tra un po’ qui moriamo tutti schiacciati.

E’ meglio stare di guardia un paio di minuti ciascuno!”
Parlai al sergente di fretta, con voce tremante ma anche con un po’ di rabbia.

 

 Il sergente mi guardò in faccia e mi disse:

"Hai ragione e poi sembra che le cose si stanno mettendo male,

andiamoci a mangiare quel poco di galletta che è rimasta".


Il nostro rifugio si trovava al sicuro situato sotto una grande ammasso di sabbia.

Per arrivarci dovevamo attraversare un funicolo di una diecina di metri fatto a zig zag.
Pochi secondi per arrivare al rifugio ed ecco il rumore della bomba che cadde proprio nella nostra postazione.

Tiro preciso senza spostare di una virgola.
Noi cinque siamo rimasti senza parole.

Se fossimo rimasti lì i nostri corpi avrebbero fatto la fine delle nostre armi,

completamente distrutte e fatte a pezzi.

Le nostre coperte erano state fatte a brandelli e i pezzi erano sparsi sulla sabbia.


Mentre stavamo li a guardare senza parole ecco arrivare soldati inglesi e australiani,

che avevano già rastrellato i nostri compagni.

iamo andati verso di loro con le mani alzate in segno di resa, loro avanzavano verso di noi

con fucile e una baionetta tutta lucida, innestata nel fucile.
Venivano verso di noi e con voce ruvida uno disse: "Come on"!
Non avevo mai sentito quella parola ma capii dal gesto della mano che voleva dire di andare.

Vedemmo dei nostri compagni già inquadrati e sotto sorveglianza con le mitragliatrici pronte a sparare.

Il nostro comandante, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali erano già stati portati via e non li ho più rivisti.
Mentre eravamo li inquadrati, un loro soldato ci chiese:

 "Do you speak inglese".

Neanche queste parole avevamo mai sentito pronunciare.

Uno di noi disse: "Cerca uno specchio inglese".

 

Ma noi non abbiamo neanche quello italiano perché ci hanno tolto tutto.


Fummo perquisiti e inquadrati.

Il comando inglese apprezzò molto i nostri sacrifici e il modo con il quale avevamo difeso le nostre postazioni.

Infatti ci fece sfilare davanti un loro picchetto per rendere l’onore alle nostre armi.
I loro e i nostri feriti furono portati via con un aereo per un ospedale.
Poi siamo partiti a piedi verso l’Egitto.

Prigioniero in Egitto

Scortati da soldati armati e autoblindo raggiungemmo a piedi un villaggio chiamato Marsa Matruh.

Qui prendemmo il treno che viaggiava a passo d’uomo e ci portò fino alla città di Alessandria.

Anche il giornale del Cairo, scritto in italiano,

riportò la caduta di Giarabub (eccolo trascritto, senza alcuna aggiunta):

Cairo 25 marzo 1941.
Giarabub è caduto dopo una delle più aspre battaglie che si siano combattute nel cuore del deserto

e con Giarabub cade uno degli ultimi baluardi.
La fortezza contiene i resti mortali degli antichi senussiti libici,

ed è caduta dopo nove ore di combattimenti.

Essa fu presa da un’unità australiana appoggiata dalla R.A.F.

dell’artiglieria britannica e dai carri armati.


La battaglia, benché breve, fu molto aspra.

All’alba del 21 marzo contro le posizioni fortificate dell’oasi fu iniziato un intenso fuoco di sbarramento

e non appena questo fuoco cessò fu lanciato da sud l’attacco principale.


Giarabub è divisa in tre parti e il paese rimane al centro.

Il forte domina a nord una vasta pianura, a sud c’è un terreno roccioso

disseminato di cannoni d’ogni calibro e costituiscono la principale difesa.

In una posizione soldato gli inglesi hanno trovato 50 cannoni Breda e molti piccoli calibri da montagna.

Gli italiani si erano prodigati per rendere inespugnabili queste posizioni.

Tutta la zona era minata di corridoi sotterranei e dotata di ricoveri.

In un grande arsenale sotterraneo sono state trovate migliaia di munizioni e granate per cannoni.

Fra queste due posizioni fortificate è situato il villaggio indigeno cinto da mura e dominato dalla moschea senussita.


Il primo attacco è stato fatto da un giovane ufficiale australiano con un plotone di uomini scelti.

Sotto il fuoco italiano egli guidò i suoi uomini attraverso una breccia di reticolati.

Si combatteva duramente una tempesta di sabbia che pure offri un certo vantaggio agli attaccanti.

Bloccava gli otturatori dei fucili ed accecava i soldati inglesi, mentre strisciavano carponi verso i nidi delle mitragliatrici.

A questo attacco seguirono azioni alla baionetta nelle quali furono usate anche delle bombe a mano.

Alle ore dieci del mattino la lotta era serrata.

Quanto la battaglia era più intensa un pilota della R.A.F. picchiò a 30 metri d’altezza

facendo piovere spezzoni sopra un nido italiano di mitragliatrici che resisteva solidamente.
Più tardi lo stesso pilota sfidando un nuvolo di proiettili volò sopra un gruppo di australiani

e gettò un messaggio avvertendoli che una dozzina dei loro uomini era stata isolata

e subiva duramente la pressione avversaria.
Questi soldati isolati avevano fatto segnalazioni al pilota

riflettendo con uno specchietto i raggi solari ed erano riusciti ad attirare l’attenzione.

Finalmente questo piccolo gruppo d’australiani sperduti fu salvato dai cannoni anticarro

che ridussero al silenzio l’artiglieria italiana.

I reticolati esterni che apparivano da prima come ostacoli insormontabili,

 furono abbassati dopo poche ore di combattimento.
Gli italiani hanno combattuto valorosamente per quasi nove ore ma infine alle due e trenta del pomeriggio

dal forte fu alzata una bandiera bianca e cessò il fuoco.

Sono stati catturati oltre 800 prigionieri. I caduti durante la battaglia hanno avuto onorata sepoltura.

Un ufficiale italiano prigioniero ebbe l’incarico di occuparsi dei caduti italiani,

raccogliendo le piastrine di riconoscimento, i documenti personali e scrivendo sulle tombe le indicazioni necessarie.

Durante tutta l’azione gli apparecchi fascisti o nazisti non si sono fatti vedere.

Dodici ore dopo la caduta dell’oasi di Heinrel hanno voltato sulla zona gettando diverse bombe nel deserto.

Molti feriti italiani sono stati trasportati d’urgenza verso gli ospedali britannici per mezzo di un apposito aeroplano della R.A.F. che si trovava sopra un terreno d’atterraggio vicino, in attesa dei feriti inglesi.


Malgrado l’intensità dello sbarramento di fuoco il villaggio indigeno

e la moschea senussita non hanno subito neanche una scalfitura.

Il 29 marzo 1941 a piedi arrivammo ad un campo di concentramento poco lontano dal fiume Nilo,

in una zona chiamata Geneifa.

Qui c’erano molte gabbie di prigionieri.
Io capitai nella gabbia numero 5 insieme ad altri.


Un giorno un soldato inglese, che comandava il campo, disse a me ed ad altri:

“Venite,andiamo al magazzino, a prendere un po’ di viveri.”


Mentre passavo vicino ad altri campi mi sentii chiamare per nome con una voce allegra.

Mi avvicinai e con mia grande sorpresa vidi il mio sergente di Pescara.

Ci siamo stretti la mano pieni di commozione.

 

Il sergente, rivolto ai suoi compagni, disse:

“Quest’uomo mi ha salvato la vita.

Dovevamo morire schiacciati sotto una bomba di mortaio”.

Mi regalò un fazzoletto di seta rosso con l’immagine di un’oasi e la scritta Ricordo della Libia.

Mi disse di custodirlo come ricordo dello scampato pericolo e così ho fatto.


Il 23 giugno 1941 ci portarono alla stazione.

Eravamo in tanti.

Ci caricarono sopra un treno merci molto lungo.

Destinazione il porto di Suez.
Mente eravamo sul treno capitò un fatto divertente.

Io mi trovavo quasi alla fine del treno.

Lungo la ferrovia c’era un piccolo casello sorvegliato da un arabo

che ad ogni vagone che passava si divertiva a tirare uno sputacchio.

Il treno andavano piano e noi, che eravamo in fondo, vedevamo bene tutta la scena.

Un prigioniero che si trovava nel mio carro a vedere quell’arabo montò su tutte le furie e disse:

“Io mi allungo verso di lui per dargli un sonoro ceffone, voi però reggetemi perché potrei finire sotto il treno. “
E così fece.

Nel punto giusto allungò il braccio e mollò una bella sberla.

Penso che sia stata veramente grossa perché la testa dell’arabo girò prima a destra e poi a sinistra.

La guardia che ci sorvegliava, vedendo tutta la scena si fece una bella risata.


Durante la sosta a Suez, i nostri bombardieri, che erano in servizio in Africa Orientale, vennero a bombardare il porto.

Fu un momento di paura, ma grazie a Dio la nostra nave non fu toccata.

Durante la notte alcuni nostri compagni, approfittando dei bombardamenti, riuscirono a scappare.

Nonostante le sentinelle che montavano la guardia riuscirono a tagliare il filo spinato,

a farsi un varco molto vicino alla tenda delle sentinelle.

Ma la loro fuga durò poco.

Furono riacciuffati prima di arrivare lungo la linea di combattimento.

A noi tutto questo ci costò un aumento della disciplina e se ci avvicinavamo al reticolato avrebbero sparato senza pietà. Alcuni prigionieri non avendo sigarette per fumare raccoglievano i mozziconi lasciati dalle guardie.

Appena una guardia buttava via la cicca in quattro o cinque si buttavano sopra per raccoglierla,

alcune volte rischiando la vita perché si avvicinavano troppo al reticolato.

Alcune guardie dopo aver buttato la cicca mettevano sopra il piede.

Altre invece, ma poche, tiravano qualche sigaretta verso i prigionieri.

In mancanza d’altro qualche prigioniero seccava le bucce delle banane e poi le fumava.
La nave salpò dal porto di Suez il 26 giugno per il Sud Africa.

Durante i giorni di nave fummo letteralmente assaliti dalle pulci e dai pidocchi.

Sbarcati a Durban il 17 luglio 1941 fummo fatti passare sotto una scrupolosa disinfestazione.

Ci fecero svestire, i nostri indumenti furono messi in un carrello e poi trasportati sotto una macchina che emetteva vapore. Con delle macchinette, il personale di servizio, ci portò via tutti i peli del corpo, capelli compresi.
Poi ci venne messa sulla testa della creolina (liquido antisettico), poi fummo fatti passati sotto le docce.


Usciti fuori ci aspettavano i nostri vestiti già pronti e disinfestati.

In quel momento ricominciò la vita. Mi sentii di nuovo un essere umano,

dopo tanti mesi passati in mezzo al marciume, ai pidocchi e alle pulci.
A piedi raggiungemmo la stazione.

Ci aspettava un treno con vagoni chiusi come quelli usati per il carico del bestiame,

destinazione Sonder Water che in italiano significa capo d’acqua.

Un anno nel sud dell’Africa
Nei primi tempi il campo di Sonder Water era un grande recinto forse più di un chilometro di diametro.

Poi mano a mano che arrivavano i prigionieri veniva diviso. Alla fine venne diviso per dodici campi.

Ogni campo conteneva mille prigionieri. In tutto eravamo dodicimila.
Qui si stava abbastanza bene.

C’era l’acqua e potevamo lavarci.

Anche il mangiare non era male. Non si lavorava.


Ad ogni spostamento venivamo perquisiti e se veniva trovato anche un chiodo, veniva sequestrato.
Ma il fante si arrangia sempre e subito riuscivamo a procurarci qualche cosa di utile.
I soldati del sud africa che venivano a lavorare per la ripartizione del campo

portavano con loro: legno, chiodi, martelli, seghe.

Quando andavano via qualcosa mancava sempre.
A forza di strofinarla contro il cemento una forchetta diventava un coltello.

Un chiodo grande diventava uno scalpello.

Visto che agli operai mancava sempre qualcosa decisero di mettere una guardia per vigilare sugli attrezzi.

Ma noi escogitammo un sistema per eludere la guardia.

Un bel numero di prigionieri si mettevano ad osservare il lavoro e cercavano di distrarre la guardia.

Visto che parlavano in italiano la guardia non capiva ma si divertiva ad ascoltare.

 

Intanto uno di noi cercava di prendere la sega.

Un prigioniero per divertirsi diceva alla guardia:

“Mister la sega parte!”

Dal canto suo la guardia, che non capiva le parole, se la rideva di gusto.

Ma la sega era scomparsa.

Quando se ne rese conto, la guardia iniziò a brontolare ma noi prigionieri ce la ridevamo. I

n mezzo a dodicimila prigionieri non era facile ritrovare qualcosa!


Visto il tempo a disposizione si costruiva di tutto: anelli di plastica, anelli in alluminio, pipe per fumare, giocattoli.
In mezzo a noi c’erano dei veri artisti che per passare il tempo scolpivano pezzettini di legno per farne statuette.
Addirittura si costruivano anche valige di latta realizzate con i barattoli di un chilo, che venivano raggruppati insieme

talmente bene che era impossibile crederci. Senza l’aiuto di saldature.

Sul coperchio c’erano anche le cerniere. Tutto fatto a mano.


Con questi lavoretti avevamo organizzato una piccola vendita.

Nel mercato dei prigionieri si vedevano a pochi soldi ma si usavano questi lavoretti per barattare dell’altra merce.

Le guardie sud africane pagavano in sigarette, pacchi di tabacchi, scatole di carne, sapone per lavare,

macchinette e lamette da barba e anche qualche attrezzo per lavorare.

Poi alla sera al mercato dei prigionieri si faceva il cambio merce con qualcosa che era più utile.
Dopo un po’ di tempo questo mercato fu proibito dai capi del campo e forse anche dal capo blocco,

perché si faceva troppo rumore visto che lo scambio veniva effettuato quand’era buio,

e poi perché iniziarono i primi bisticci.
Il comandate di tutto il blocco era inglese e sotto la sua direzione c’erano anche alcuni dei nostri sotto ufficiali

che facevano da interpreti. Loro, insieme con il personale di cucina,

mangiavano la roba buona e a noi ci davano lo scarto e spesse volte il caffè era senza lo zucchero.

Dopo un po’ di giorni, che andava avanti questa storia,

una parte dei prigionieri si presentò davanti alla cucina e incominciò a gridare ad alta voce:

"Vogliamo parlare con il maresciallo capo responsabile della cucina".

Il maresciallo sentendo tutto quel baccano non si fece vedere.


Il giorno seguente, la stessa scena, con forti e insistenti grida.

Questa volta il maresciallo usci fuori.

I prigionieri gli volevano dare addosso ma le nostre guardie e altri prigionieri ristabilirono l’ordine.
Il maresciallo ad alta voce iniziò a parlare:

“Ragazzi voi vi lamentate perché nel caffè non mettiamo lo zucchero.

E’ male per noi ma peggio per loro. La nave che lo trasportava è stata affondata dai nostri.

Presto arriveranno anche qui da noi, spezzeranno il reticolato e noi, finalmente liberi, potremo abbracciare i nostri cari”.


Queste parole furono accolte con un lungo applauso, e molti gridavano contenti:

"Bene maresciallo! Bene maresciallo"!

Tutto tornò a posto.
I marescialli la sanno lunga e sanno trovare le parole per calmare i propri soldati.

Noi stanchi della prigionia speravamo che quei reticolati venissero rotti al più presto.

Ma la nostra vita continuò peggio di prima e la guerra durò per altri tre anni e più.


Un mese in mare

Il giorno 24 luglio 1942 fummo trasferiti a Durban e fatti salire su una nave che salpò il 29 luglio.

Ci aspettava un viaggio di un mese per nave.
Non ho sofferto molto di mal di mare.

Quando il mare era molto agitato dovevamo tenere chiusi gli sportelli perché entrava l’acqua,

ma quand’era calmo vi divertivo a vedere i delfini che facevano a gara di velocità con la nostra nave.
L’Equatore l’ho attraversato due volte.

In alcuni giorni il sole era talmente forte che addirittura sulla superficie dell’acqua si formavano delle bolle.

Il cibo scarseggiava e l’acqua veniva data in un momento preciso della giornata.
A tal proposito mi ricordo un episodio che ancora oggi mi fa sorridere.
Uno dei nostri compagni non si trovava nell’orario stabilito per la consegna dell’acqua.

Quando arrivò chiese alla guardia il permesso di prendere l’acqua.

Questa ripose in inglese:

"No today. tomorrow water". (Oggi no acqua. Domani).

Il prigioniero si inferocì:

 "Io muoio. Ma io ti ammazzo, ti butto a mare"...

Per fortuna arrivò l’interprete che spiegò al prigioniero

che "tomorrow" significava domani e non tu muori. 

E riportò la calma.


Durante il tragitto la nave si fermò il 1° agosto 1942 a Cape Town e ripartì il 4,

poi fece sosta vicino ad un isola il 13 agosto di sera e ripartì la mattina del 16.

La rotta seguita dalla nave fu molto lunga, infatti arrivò a costeggiare le coste americane per paure delle mine.

In Inghilterra

Il nostro interminabile viaggio finì a Liverpool la mattina del 27 agosto.

Dopo un mese chiusi dentro la nave, quando sbarcammo non riuscivamo a riconoscere le persone

che si trovavano a dieci metri di distanza.
Fummo portati subito nel campo di smistamento numero 18.

Qui ci fu un’altra disinfestazione.

Doccia, rasatura dei peli, pulizia degli indumenti.

Siamo stati in questo campo fino al giorno 12 settembre 1942 prima di essere smistati per andare a lavorare.

Durante questi giorni siamo stati trattati bene. Alcuni giorni prima di essere di nuovo smistati, ci portarono in un magazzino.

Ci venne consegnato un sacchetto per la biancheria e insieme
un paio di scarpe, due paia di calze, due mutande, due maglie,

due camicie, un cucchiaio, una forchetta, la macchinetta per fare la barba e delle lamette.
Durante tutto il viaggio in mare e in questo campo ero stato in compagnia di mio cognato, il fratello di mia moglie.

Ma durante lo smistamento fummo divisi per rivederci a casa.
Fui trasferito nel campo numero 51 che si trovava vicino Londra.

Appena giunti al campo fummo fotografati e ci venne consegnato un tesserino con la nostra foto

che dovevamo appuntarci sul petto, con i numeri di riconoscimento.

Tutti i pantaloni e le nostre giacche dovevano essere riconosciute anche da lontano

per questo vi furono cucite dei grandi dischi a forma romboidale di colore rosso o giallo.

 vestiti erano di colore marrone e i dischi erano cuciti sul davanti e sul di dietro.
Si formavano le squadre per andare a lavorare e io fui assegnato alla raccolte delle patate.

La mia squadra era composta da venti persone più il caporale che dirigeva il lavoro.
Il trattore con la scavatrice lavorava in fretta e noi dietro raccoglievamo, nel pezzo assegnato, le patate.

 

Il lavoro era duro ma non venivamo trattati male.
Il nostro caporale si portava, dal campo, una pentola,

su cui facevamo lessare alcune patate raccolte, per poterci sfamare.

Forse voi non ci credete ma un giorno io e i miei compagni di squadra abbiamo mangiato dodici pentole di patate lesse.

Al ritorno al campo riportavamo le patate per i nostri compagni che non avevamo avuto la possibilità di sfamarsi.
Alcune famiglie inglesi avevano chiesto l’aiuto di noi prigionieri per poter lavorare nei loro campi.

Questo lavoro dava la possibilità di essere un po’ più liberi.


Un giorno qualcuno fece circolare la voce che il nostro lavoro aiutava gli inglesi che stavano facendo guerra alla nostra Italia. Si decise di organizzare una sommossa.

Il mattino seguente, come al solito, suonò il fischietto per andare a prendere il caffè e poi andare a lavoro.

Preso il caffè invece di dirigerci verso i camion siamo rientrati nelle nostre baracche.

Il capo campo inglese domandò che cos’era successo.

Non ci fu risposta.

Organizzò uno spiegamento di auto blindati, mitragliatrici che circondò tutto il campo.

Le guardie entrarono nella baracche e fecero uscire noi prigionieri.

Inquadrati nello spiazzale, ci ordinarono di spogliarci e di mettere in terra i nostri vestiti ben piegati.

Era una mattina fredda, nudi, tremavamo di freddo e di paura.
Uno degli ufficiali lesse i patti internazionali secondo cui il prigioniero

si poteva rifiutare di lavorare solo in caso di lavori bellici.
Il cavar patate certo non rientrava nei lavori bellici.
Ad uno, ad uno ci fu chiesto se volevamo tornare a lavoro.

I primi che dovevano rispondere non sapevano cosa dire.

La domanda fu fatta per ben tre volte alla fine fu risposto: “Vado”.
Tutti decidemmo di tornare al lavoro.

Ci rivestimmo e salimmo sui camion.
Alla sera, quando rientrammo al capo, trovammo affissa la punizione:

tolte le sigarette e adunata in cortile a qualsiasi ora del giorno e della notte.


Il tempo passò e finalmente la guerra finì.
Insieme con i miei compagni ci imbarcammo a Southampton il 22 febbraio 1946

e arrivammo a Napoli il 1° marzo 1946.
Il giorno 6 marzo potei finalmente riabbracciare i miei cari,

e soprattutto conoscere mio figlio che non avevo mai visto,

che mi correva incontro chiamandomi Papà.

Quelli che avete letto sono fatti realmente accaduti

per i quali sono stato insignito della Croce di Guerra al merito.

Raccontati da un combattente di poca cultura

ma con la memoria in buono stato.
 

LETTERE

 

Appignano 12 marzo 1941

Gentilissimo mio marito
vengo ancora a darti mie notizie.

Noi stiamo tutti bene e così vorrei sperare che Gesù Bambino ti donasse fortuna anche a te

e ti proteggesse bene come nel tempo passato.
Caro mio marito, stiamo molto scontenti perché non sappiamo dove ti trovi,

è due mese e quattro giorni che non riceviamo più la tua cara lettera e non sappiamo più che cosa pensare.

Non puoi mai immaginare il dispiacere nella nostra famiglia,

c’è un pianto amaro perché ci vengo in mente certi pensieri.
Voglio pregare Iddio che ti possa far avere questa mia lettera e trovarti bene, in piena salute.

Ma chi sa se arriverà?
Caro mio marito tutte le nostre tribolazioni sono per amore del nostro caro Signore.

Non me ne curerei di sopportare qualunque pena ma sarei contenta che la Vergine Santissima ti facesse tornare fra le mia braccia, libero e sano, come sei partito ieri.
E’ già un anno che sei partito dalla nostra casa e ancora non viene nessuna novità di farti tornare.
Aspetto tutte le ore e tutti i momenti una tua lettera.

Prego San Gabriele dell’Addolorata affinché mi facesse venire una novità buona.
Carissimo mio sposo ti ho mandato il calendario fammi sapere se l’hai ricevuto.

Questa lettera la mando per via area per vedere se ti arriva.

Dammi subito risposta che io sto molto in pensiero.

Nemmeno ci vedo a scrivere per le lacrime agli occhi.

Tutto il bene che ci volevamo e adesso così lontani e poi nemmeno le tue notizie si può avere.

Ma che vogliamo fare, stiamo alla volontà del nostro caro Signore.

Nemmeno da Luigi arrivano le notizie, è già tre mesi.
Caro marito ti mando tanti distinti saluti e baci da me che sono la tua cara moglie

 e tante carezze ti manda il tuo caro bimbo e tutta la nostra cara famiglia che sospira per te.
Rinnovo i saluti e baci tua Rocchi Maria.

 


Inghilterra 3 dicembre 1945

Mia carissima sposa e figlio:
cinque natali or sono, è quasi sei anni che io sono partito da voi e senza aver potuto rivedervi una sola volta.
Come tutti gli altri anni, anche l’anno scorso nel giorno del Santo Natale,

con le lacrime agli occhi vi scrissi una lettera con la quale vi dicevo fatevi coraggio che se Iddio vuole,

per il prossimo Natale saremo insieme.

Ma io ora ho l’impressione che anche questo prossimo Natale sarà per noi un giorno di tranquillità e di orgoglio.
Se credo a tutto ciò che m’avete detto più d’una volta,

riguardo che siete molto stanchi a vivere senza di me;

certo che la vita vi rimarrà molto difficile.
Io penso anche che è passata e sta passando la mia migliore età,

dove io insieme a voi, avremmo potuto acquistare un pezzo di pane per la nostra vecchiaia.
Ma pazienza di tutto ciò e rassegniamoci pensando che se Iddio vuole fra non molto tempo ci riuniremo.
 

In ogni modo, vi prego di stare tranquilli e calmi,

anche nel giorno del Santo Natale se io non sono con voi fatevi coraggio e passatelo con tranquillità.
Tutto ciò che io ho detto a voi l’ho detto anche ai nostri cari Genitori e come pure ai nostri cari Fratelli e Sorelle.
Con sinceri Auguri vi saluto e con Baci affettuosi a tutti voi.
Saluti a chi vi domandano di me. Miei abbracci.
Sono tuo padre. Ciao.

 


PREGHIERA DEL PRIGIONIERO

Signore Iddio,

che mia madre mi insegnò a chiamare con il dolce nome di Padre perché mi sei veramente tale,

mi hai creato, mi hai conservato la vita fra tanti pericoli, dall’alto dei cieli ascolta pietoso la mia preghiera.
Sono un povero tuo figlio, lontano dalla patria mia e dalla mia casa: per aver compiuto il mio dovere di soldato,

soffro ora questa prigionia e questa forzata lontananza dalle persone

che Tu mi hai dato a conforto ed a sostegno della mia vita.
Vengo fiducioso a Te, perché chi di noi è padre misura degnamente l’affetto che Tu hai per le Tue creature.
Come affrontando la morte nell’ora dura della battaglia Tu mi difendesti benigno,

come anche nel dolore delle aspre ferite e nelle sofferenze che mi accompagnarono mi rendesti forte,

così ora, o Padre mio, continua a vegliare su di me;

stendi la Tua Provvidente Misericordia ed il tuo Amore sulla mia vita,

affinché io possa ritornare sano e salvo al focolare domestico.
Reggimi l’animo, da forza costante al mio spirito: veglia sui miei cari lontani.
Sento che a sera dai nostri genitori, dalle nostre spose, dai nostri figli, dalle nostre fidanzate salgono a Te,

o Signore, calde preghiere per noi, e le nostre e le loro preghiere

si confondono dolcemente nel tuo Cuore ed in Te ci consoliamo fiduciosi.
Accetta, o Signore, il mio affetto di figlio devoto: voglio osservare la Tua santa legge,

voglio adempiere il mio dovere di buon cristiano,

voglio dimostrarmi sempre fedele alla disciplina del soldato.
Per i meriti del Tuo Divin Figliolo Gesù Cristo esaudiscimi, o Signore.


O Vergine Santissima, veramente Regina nei tanti nostri Santuari,

proteggimi sempre;

deh, fa che io possa presto, in unione ai miei cari lontani,

sciogliere il voto ed il cantico della mia riconoscenza.
Così sia.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vedi anche:

Ai tempi miei …

Ai tempi miei ...2

lettera a nonno Checco

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